Quando i marziani siamo noi
Nonostante il contesto, la divulgazione scientifica ha fatto passi da gigante
Nell’intenzione di segnalare quel che di buono si fa in giro – in questo dannato paese dove tutti da sempre scelgono il particulare al collettivo e il privato al pubblico, e dove tutti i ricchi e arricchiti si sentono in dovere di portare i loro soldi in Svizzera – ci si entusiasma solo per il frivolo e il contingente detestando la costanza e la costruzione, volevo partire, per una volta, dall’alto. E mi sono detto: cosa c’è di più alto del cielo? Non mi riferisco alla religione ma alla scienza, anche se la religione (il tentativo di rispondere alla grande domanda su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo) finisce sempre per entrarci. L’Italia, mi sono chiesto, ha dato al mondo Galileo.
Ma tra le due culture, l’umanistica e la scientifica, la
nostra intellighenzia e la nostra scuola hanno sempre bistrattato la seconda,
nonostante l’ondata di entusiasmo degli anni Sessanta, quando, ricordo, a
Torino Vittorini saliva le scale dell’Einaudi carico dei manuali divulgazione
di Asimov, Calvino scriveva le Cosmicomiche, e Fruttero e Lucentini si
trasferivano a Milano per dirigere alla Mondadori la gloriosa collana di
Urania.
Scienza e/o fantascienza... Troppo preso dal sociale e dai problemi della Terra
per pensare al resto, e di formazione troppo bassa per capir qualcosa di
scienza, anch’io prediligevo la fantascienza, e me ne feci esperto e
divulgatore per anni amando forsennatamente, ed ero tra i primi, Vonnegut e
Ballard e Dick, i tre maggiori, che resteranno dei “classici” della storia
della letteratura della seconda metà del Novecento, ma anche, secondo i miei
gusti del tempo, i “minori”. Che erano, nell’ordine, Wyndham, Sheckley,
Silverberg, Matheson, Simak, Bradbury, Brown... e ne dimentico. Poi la
fantascienza si è fatta realtà, le previsioni della sua ala sociologica ma a
volte anche dell’altra si sono velocemente realizzate e la fantascienza si è
confinata, dopo la breve e ambigua stagione dei cyber, nella letteratura per
ragazzi, perché sono proprio i ragazzi l’unica categoria di lettori che
continua a porsi domande sul futuro dell’uomo, delle sue società, del cosmo, e
a trovare autori che ne ascoltano le inquietudini.
Gli adulti, senza memoria e senza futuro, sembrano pensare solo al loro grasso
o magro presente, rifiutano di ragionare del futuro. Eppure anche in Italia
resiste, nonostante Berlusconi e nonostante la deriva universitaria (destra,
centro e sinistra uniti nell’alienazione corporativa), una categoria di
persone, un ristretto numero di scienziati raccolti in centri di ricerca che
non hanno vita facile con i governi che ci ritroviamo ad avere, e che studiano,
investigano e perfino inventano. Ci sarebbe a volte da discutere sulla moralità
delle loro invenzioni (da sempre la stragrande maggioranza degli scienziati è
cinicamente a servizio di chi paga le loro ricerche, e questi finanziamenti non
sono mai disinteressati e innocenti) ma resta il fatto che perfino in Italia ci
sono scienziati di valore, ostinatamente interessati a capire. E alcuni perfino
preoccupati del futuro della nostra società, e del futuro del mondo. Tra le
molte cose buone che accadono, nonostante tutto, in Italia, ci sarà dunque da
mettere, per cominciare, la ricerca scientifica, o meglio una parte della
ricerca scientifica, la più entusiasta e la meno condizionata. Come sempre
succede non sono i più bravi – e gli istituti più seri – a godere
dell’attenzione dei media, ma i più “spettacolari” nel proporsi, sul genere del
magnate Veronesi o dell’innocua Levi Montalcini. (Con l’eccezione della Hack,
che oltre al resto è anche eccezionalmente simpatica.)
Però, nonostante il contesto, la divulgazione scientifica ha fatto passi da
gigante perché una cultura scientifica è lentamente e faticosamente cresciuta,
in ragione di una necessità oggettiva che è di tutti; i nostri giovani sono
molto più preparati di quanto non lo fossimo noi alla loro età, e hanno a
disposizione molti strumenti per aggiornarsi e approfondire, non solo Internet.
Per esempio hanno a disposizione la bella, a volte bellissima collana
zanichelliana “Chiavi di lettura” diretta da Federico Tibone e Lisa Vozza, il
cui sedicesimo titolo mi sembra un modello di cosa dovrebbe essere la
divulgazione. E’ I marziani siamo noi
di Giovanni F. Bignami. Estraneo al birignao paternalista della divulgazione
televisiva più frequentata, l’autore racconta e ragiona di quel che sappiano
del cosmo, della sua origine e del suo destino, rispondendo efficacemente a
molti interrogativi che, chi non è alienato dalla bieca quotidianità, un giorno
o l’altro deve pur porsi. Appunto: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
La domanda del libro è: siamo soli nell’universo? Oppure no? Non sto a
recensirlo, non saprei farlo e non è nell’intenzione di questa nota, però è una
lettura che dovremmo far tutti, almeno tutti gli ignoranti scontenti di esserlo
e sopraffatti dalla quotidianità. Divertente e chiaro, il libro lascia l’ultima
parola a Kant, “che aveva intuito che per fare un mondo basta un po’ di materia
stellare” e che ha scritto una frase decisiva a cui tornare instancabilmente,
per andare avanti con intelligenza e serietà: “Due cose riempiono l’animo di
ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a
lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la
legge morale in me.” In una prossima puntata di questa rubrica parlerò di un
gruppo di insegnanti che si preoccupano di portare alla conoscenza del cielo i
bambini e gli adolescenti, Ma sia lode, intanto, sia a chi nonostante tutto
continua a occuparsi del cielo, ma anche a chi si occupa dei piccoli, miseri
umani a partire da quello stupore e da quella venerazione “kantiani”.
http://www.unita.it 15 gennaio 2011

Precedente: I numeri della letteratura








