Prescrizione o assoluzione sta a lui la scelta
Quale valore si può dare a inasprimenti di pena per reati di corruzione quando chi propone tali inasprimenti è lo stesso soggetto che si sottrae al suo processo utilizzando la prescrizione?
È molto difficile immaginare lo sforzo e la tensione morale
prima ancora che politica che il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, deve fare per arginare lo sconfinamento continuo, le provocazioni e
gli insulti che Berlusconi lancia ogni giorno contro l'assetto istituzionale e
costituzionale dello Stato. La lettera che Napolitano ha inviato ieri al
vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura è l'ultima e più
esplicita testimonianza di questa esondazione berlusconiana, arrivata al punto
di definire "talebani" i magistrati inquirenti e giudicanti, rei ai
suoi occhi di applicare le leggi alle quali egli vuole sottrarsi con tutti i
mezzi a sua disposizione.
Del resto Napolitano non è il primo a dover fronteggiare questa situazione di estremo
disagio in cui versa la
Repubblica. Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi si
sono anch'essi dovuti scontrare loro malgrado con analoghe difficoltà e
analoghi travagli. Sono ormai quindici anni che il Quirinale deve ergersi come
antemurale contro la furia berlusconiana; ma mai come in questa legislatura
quella furia aveva raggiunto un'aggressività così pericolosa, esplicita, mirata
ad abbattere ogni equilibrio, ogni garanzia, ogni ostacolo e lo spirito stesso
della Costituzione repubblicana. Chi ha avuto la fortuna di poter osservare da
vicino Scalfaro, Ciampi, Napolitano, ha conosciuto le loro angosce ma anche la
loro tenace fermezza e la serenità con le quali si sono comunque mantenuti al
di sopra delle parti, non avendo altro fine che la difesa della Costituzione,
la lotta contro i privilegi, l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge,
l'equilibrio dei poteri previsto dallo Stato di diritto.
Ho scritto più volte che il vero bersaglio nel mirino di Berlusconi è il
presidente della Repubblica, i tre presidenti della Repubblica che si sono
succeduti al Quirinale. Verrà pure il momento che questa storia segreta dovrà
essere scritta e si vedrà allora quanto gli italiani debbano a quei tre uomini
che sono riusciti a preservare la libertà di tutti richiamando i principi di
moderazione, rispetto reciproco e condivisione delle norme che stanno a
fondamento della convivenza sociale. Non a caso il Quirinale è destinatario di
un altissimo consenso da parte degli italiani; al di là e al di sopra delle
preferenze politiche e degli steccati che ne derivano, i cittadini riconoscono
unanimemente dov'è l'usbergo che tutela l'unità della patria e la coscienza
morale della nazione. Questa compattezza ci infonde fiducia e ci stimola a
superare il fango e le lordure che insozzano in modo ormai intollerabile la
vita pubblica del nostro Paese.
* * *
L'episodio più recente che ha provocato l'ira funesta di Silvio Berlusconi è
stata la sentenza della Cassazione che, a Sezioni unite, ha giudicato
prescritto il reato di corruzione in atti di giustizia dell'avvocato Mills,
lasciando aperto il processo per lo stesso reato nei confronti del presidente
del Consiglio. La
Cassazione ha dato torto alla Corte d'appello milanese che
aveva condannato Mills a quattro anni e mezzo di carcere. Secondo le Sezioni
unite il processo Mills era caduto in prescrizione da tre mesi e mezzo. Non
così per Berlusconi, nei confronti del quale il processo continuerà fino a
quando decadrà anch'esso per scadenza dei termini nella primavera del 2011.
In un primo momento il premier sembrava aver gioito (e con lui tutti i suoi
"replicanti") della sentenza delle Sezioni unite che "aveva dato
torto ai giudici di Milano". Ma il giòito è durato poco di fronte
all'evidenza: il processo continua per la semplice ragione che il reato è
tuttora da giudicare ed è un reato di estrema gravità perché il premier è
accusato di aver corrotto un magistrato e "comprato" una sentenza.
Per Mills non c'è stata assoluzione ma prescrizione dei termini. Per Berlusconi
sarà probabilmente altrettanto: nel marzo del 2011 sarà probabilmente
prescritto ma non assolto e per un uomo politico che guida il governo nazionale
questa situazione gli evita il carcere ma non cancella le macchie infamanti di
quel reato.
Che può fare il premier per evitare questo scorno e cancellare quelle macchie?
Alla ripresa del processo i suoi avvocati potrebbero decidere in suo nome di
rinunciare alla prescrizione e chiedere al Tribunale di riconoscere la sua
estraneità rispetto ai reati. Se si comportasse in questo modo acquisterebbe
una credibilità della quale ha molto bisogno ed anche altre iniziative
legislative in corso, come per esempio quelle preannunciate contro la
corruzione, le guadagnerebbero. È infatti evidente a tutti quale valore si possa
dare a inasprimenti di pena per reati di corruzione quando chi propone tali
inasprimenti è lo stesso soggetto che si sottrae al suo processo utilizzando la
prescrizione i cui termini sono stati abbreviati da 15 a 10 anni dalla legge
Cirielli "ad personam".
Non dimentichiamo infine che sono attualmente all'esame del Parlamento due
leggi rispettivamente già votata una alla Camera e l'altra al Senato, sul
"legittimo impedimento" e sul "processo breve". Ambedue
hanno la stessa finalità di estinguere i procedimenti in corso contro il
premier per decadenza dei termini o per improcedibilità, senza mai poter
arrivare a sentenza sul merito del reato, se sia stato commesso oppure no.
Questo è il punto di fondo e dipenderà soltanto da Berlusconi se vorrà che sia
dimostrata la propria innocenza o preferirà fuggire dal processo. Non sarebbe
del resto la prima volta; tra il 1999 e il 2003 fu prescritto già quattro
volte: nel lodo Mondadori, nell'illecito finanziamento del Psi per 21 miliardi
di lire date a Bettino Craxi, nel falso in bilancio Fininvest e nell'acquisto
del calciatore Lentini da parte del Milan, pagato in Svizzera con fondi neri
della Fininvest. In nessuno di quei casi Berlusconi chiese di rinunciare alla
prescrizione. Ora ne avrebbe l'occasione di farlo. Meglio tardi che mai. Lo
farà? Lo spero, ma non ci credo.
* * *
Il bavaglio alla stampa è un'altra delle leggi mirate a diminuire il tasso di
libertà e di opposizione al malaffare che imperversa. Si obietterà che giornali
e giornalisti sono parte in causa e che quindi la loro (la nostra) opposizione
a quel disegno di legge è di natura corporativa. Può darsi. Può darsi che
inconsciamente dentro di noi questo sentimento vi sia. Ma noi possiamo invocare
a nostro favore il fatto che la libertà di stampa è un principio tutelato dalla
Costituzione che ne fa anzi uno dei requisiti principali della democrazia. La
nostra opposizione del resto non riguarda il tema delle pene detentive
minacciate contro i giornalisti che non ottemperino agli obblighi normativi. Nell'ultima
versione di quel disegno di legge sembra che le pene detentive siano state
tolte, ma la nostra opposizione resta fermissima.
Ci rendiamo ben conto che riferire intercettazioni (peraltro solo quando siano
state rese pubbliche dai magistrati inquirenti) utilizzando i testi in modo
parziale col rischio di fraintenderne il senso compiuto, può arrecare gravi
danni alla privatezza delle persone intercettate e soprattutto a quelle
casualmente coinvolte nelle conversazioni. Questi difetti possono essere rimossi
con disposizioni intelligenti che obblighino i giornalisti a riferire i fatti
con parole proprie e/o con brani virgolettati ma compiuti di senso. In questi
casi il giornalista non potrà difendersi dietro il velo del virgolettato ma
riferirà con parole proprie assumendosi la piena responsabilità di quanto
scritto e dovrà difendersi in giudizio dall'eventuale querela per diffamazione.
Si potrà anche (secondo me si dovrebbe) far cadere dinanzi al magistrato il
diritto al segreto sulle fonti quando si riferiscano fatti e notizie ancora
secretati.
Tutto ciò detto, vietare alla stampa ogni accesso alla fase istruttoria del
processo è una pretesa inaccettabile e incostituzionale. La fase istruttoria è
delicatissima poiché è in quella sede che si formano e si rassodano gli indizi
di colpevolezza o di innocenza e i materiali probatori che poi saranno valutati
e circostanziati nel corso del dibattimento. L'attenzione della stampa
sull'operato delle Procure e della polizia giudiziaria è materia di primaria importanza
perché il controllo dell'opinione pubblica su tutte le fasi del processo
scoraggia e comunque rende note eventuali manovre di insabbiamento,
sistematicità dei rinvii richiesti dai difensori, collusioni sempre possibili
tra i magistrati che indagano e le parti indagate. La presenza della stampa è
utile, oso dire più nella fase istruttoria che in quella dibattimentale. Le
responsabilità di giornali e giornalisti debbono essere a loro volta
accuratamente indicate e le sanzioni eventualmente inasprite, ma il divieto
d'accesso non può essere accettato e il divieto di riferire radicalmente
respinto.
Continuo a pensare che il bavaglio alla stampa violi un principio
costituzionale che neanche il potere legislativo può cancellare. Né potrebbe
farlo una legge di modifica della Costituzione trattandosi di un principio
indisponibile. L'ipotesi ventilata sulla Stampa da Luca Ricolfi di creare un
apposito organo di regolamentazione autonomo rispetto alla magistratura e
cogente verso i giornali mi sembra una costruzione barocca che si infrangerebbe
non appena si dovessero scegliere i modi per formare questo improprio
tribunale, esso sì di natura corporativa. Quanto all'altra proposta dello
stesso Ricolfi di consentire ai giornali l'accesso alle fonti in fase istruttoria
e riferirne "a rotazione periodica" tra le varie testate, mi sembra
una proposta che mi permetto di definire ridicola.
A volte il potere corrompe non le tasche dei probi ma i loro cervelli. E questo
non è un rischio remoto ma estremamente attuale tra quelli che stiamo correndo.
http://www.repubblica.it (28 febbraio 2010)

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