Povera Londra senza finanza
Il Regno Unito è più povero di quello che credeva di essere. È questo il dato più importante della crisi.
Il Regno Unito è più povero di quello che credeva di essere.
È questo il dato più importante della crisi. Lo scontro su come verranno
distribuiti i costi della crisi sarà brutale, e ad aggravarlo ancora di più
provvederà il secondo dato più importante della crisi, gli effetti devastanti
che questa ha prodotto sulle finanze pubbliche. Il deficit è arrivato a livelli
senza precedenti in tempo di pace.
Secondo le attuali previsioni del Tesoro, l'economia tornerà ai livelli di
attività economica del 2008 nel 2012. Quattro anni di crescita preventivata
svaniti nel nulla. Nel rapporto preliminare, il Tesoro prevede per il prossimo
anno una crescita dell'1,25%, del 3,5% nel 2011 e nel 2012 e poi del 3,25% nel
2013 e nel 2014.
Supponiamo che la crescita prosegua allo stesso ritmo anche negli anni
successivi: bisognerebbe comunque aspettare il 2031 prima che l'economia arrivi
ai livelli che avrebbe raggiunto se fosse proseguita la tendenza registrata fra
il 1998 e il 2007. La perdita cumulata di produzione equivarrebbe al 160% del
Pil del 2007. Se la crescita dopo il 2014 seguisse il ritmo tendenziale di
prima del 2008, il Pil perduto nel 2030 sarebbe pari a tre volte il Pil del
2007. È facile immaginare scenari peggiori.
Questo calo della produzione ha avuto un impatto pesante sui conti pubblici. Il
deterioramento delle finanze pubbliche è stato molto più accentuato che in
qualsiasi altro paese del G7. La spiegazione immediata è il tracollo del
gettito. Tra la finanziaria del 2008 e il rapporto preliminare del 2009, la
spesa totale prevista per questo esercizio finanziario è cresciuta di appena il
4,4 per cento. Il Pil nominale previsto è calato del 9,1 per cento. Ma le
entrate previste sono precipitate del 18,1 per cento.
Eppure la recessione britannica non è stata più pesante di quella di altri
paesi ad alto reddito. Come ha sottolineato Alistair Darling, il ministro del
Tesoro, la contrazione complessiva in questa recessione, al terzo trimestre del
2009, è stata del 3,2% negli Usa, del 5,6% in Germania, del 5,9% in Italia, del
7,7% in Giappone e solo del 4,75% nel Regno Unito. Se questo calo non
particolarmente drammatico della produzione, rispetto ai parametri di questa
«Grande Recessione», ha avuto un impatto tanto eccezionale sulle entrate dello
stato lo si deve al fatto che in Gran Bretagna il settore finanziario
contribuiva in misura significativa a sostenere la spesa per i consumi, le
transazioni immobiliari e i profitti aziendali.
Almeno un quarto delle entrate derivanti dalla tassazione delle imprese era
garantito dal settore finanziario. Gli introiti delle imposte sulle imprese
sono calati del 26% nei 12 mesi intercorsi fra l'ottobre del 2008 e l'ottobre
del 2009. Gli introiti derivanti dall'imposta sul valore aggiunto nello stesso
periodo sono scesi del 17 per cento. Oltre all'effetto generale della
recessione, questo è il risultato, in larga misura, della vulnerabilità
dell'economia britannica al dissesto del credito e al tracollo dei profitti
delle società finanziarie.
Che cosa comporta tutto questo per il futuro del Regno Unito? Un modo valido
per considerare la questione è che il Regno Unito non ha semplicemente subìto
una crisi finanziaria, con le consuete, pesanti ripercussioni sulla produzione
e sulle finanze pubbliche, ma anche che il Regno Unito ha un'economia
«monocoltura», con la finanza nel ruolo della «coltura».
I paesi che dipendono fortemente dalla produzione e dall'esportazione di merci
che hanno mercati volatili conoscono fin troppo bene i cicli economici che si
creano in conseguenza di questa situazione. Nei periodi di boom, i proventi
delle esportazioni e le entrate dello stato vanno alla grande, la valuta si
rafforza e i produttori marginali di beni e servizi scambiabili finiscono fuori
dal mercato (la cosiddetta "Dutch disease", dall'impatto che ebbe
sull'economia olandese la scoperta di giacimenti di gas naturale). Spesso, in
questi periodi di vacche grasse, sia il settore pubblico che quello privato si
indebitano fortemente. Poi arriva il crack: crollano le esportazioni e le
entrate dello stato, esplode il deficit di bilancio, la valuta precipita e
spesso l'inflazione schizza alle stelle e il governo va in default.
L'errore più grande che si possa fare in macroeconomia è confondere il ciclo
con la tendenza. Nelle economie a monocoltura il pericolo è particolarmente
accentuato, perché i cicli possono essere molto lunghi. Questo, guardando a
posteriori, è l'errore che ha fatto Londra. Dunque il Tesoro ha deciso che la
produzione potenziale nazionale è scesa repentinamente del 5% durante questa
crisi. È un'assurdità, come suggerisce Robert Chote, direttore dell'Institute
for Fiscal Studies. Quella che il Tesoro considerava una produzione sostenibile
era invece il prodotto della bolla del settore finanziario britannico che si
estendeva, direttamente e indirettamente, all'economia e ai conti pubblici.
Se questa interpretazione è corretta, tre sono le implicazioni poco liete che
ne derivano: la prima è che la politica fiscale è stata molto più rilassata di
quello che si credeva durante buona parte del periodo in cui ministro del
Tesoro è stato Gordon Brown; la seconda è che probabilmente il Regno Unito
dovrà fare i conti non soltanto con un calo permanente della produzione, ma
anche con un calo permanente del tasso tendenziale di crescita economica; e la
terza è che non si potrà sfuggire a un risanamento dei conti pubblici su larga
scala.
Attualmente, il governo prefigura un risanamento dei conti
pubblici del 5,4% del Pil nell'arco di due mandati parlamentari, senza per lo
più specificare come. Attualmente prevede che un terzo di questo risanamento
possa venire da aumenti delle tasse, e due terzi da tagli alla spesa. Per
rendere credibile il piano, l'esecutivo prospetta l'idea di un piano di
consolidamento del bilancio che sarebbe, non si sa bene in quale maniera,
legalmente vincolante. Un ministro del Tesoro che va in default verrà portato
nella Torre di Londra? Ma il problema di questi piani non è soltanto che
appaiono poco credibili, ma anche che il risanamento proposto probabilmente è
troppo contenuto e il livello finale del debito netto del settore pubblico,
intorno al 60% del Pil, troppo alto per sentirsi tranquilli, considerando che
probabilmente ci saranno altri shock negativi.
Anche così, i tagli alla spesa sono più ingenti di quelli apportati in casi
analoghi nel periodo del dopoguerra. Il ministro del Tesoro ha presentato cifre
complessive, ma si è guardato bene dall'analizzare in dettaglio tutte le
implicazioni, e tantomeno il tipo di scelte che il paese ha di fronte. Questo è
il dibattito in cui Regno Unito deve impegnarsi. Si deve partire da una
consapevolezza: il paese è più povero di quello che si credeva. Come
distribuire queste perdite in modo tale da ridurre al minimo i danni sia per le
categorie più vulnerabili che per le prospettive economiche di lungo termine
del paese?
Sono questi i grandi interrogativi della politica britannica. I politici seri
non possono evitarli.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
www.ilsole24ore.com 16 Dicembre 2009

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