Politica industriale dove sei?
Per l'Italia non è tempo di pessimismi retrospettivi, ma di coraggiosi slanci verso il nuovo che avanza.
I segnali della ripresa in corso nell'economia mondiale sono confermati dagli utili record nei bilanci semestrali dei maggiori gruppi manifatturieri e di servizi, celebrati sulle prime pagine dei maggiori quotidiani economico-finanziari. Anche l'Italia fa la sua (piccola) parte, ma la nostra opinione popolare resta dominata dalla (giusta) ansietà circa le prospettive dei disoccupati-inoccupati-precari sottopagati e dalla (meno giustificata) paura circa la fuga delle nostre imprese verso paesi a basso costo del lavoro.
Un attento sociologo come Luciano Gallino, commentando le recenti vicende Fiat,
parla sulla Repubblica del 29 luglio di una «precisa strategia: portare per
quanto possibile nel nostro paese le condizioni di lavoro dei paesi emergenti,
e in prospettiva i salari che in quelli prevalgono, perché ciò appare
indispensabile allo scopo di reggere alla concorrenza internazionale». Mi
dispiace per una volta dissentire radicalmente da questa visione delle cose,
pur rispettabile e animata da un sentimento critico (con cui invece largamente
concordo) circa il rischio per l'Italia di una lenta deriva verso un modello di
sviluppo ritardato e incapace di valorizzare le proprie risorse migliori.
Fissiamo alcuni punti. Primo: la globalizzazione e liberalizzazione dei mercati
non impedisce affatto ai governi dei paesi avanzati ed emergenti di fornire
ampi supporti normativi ed economico-finanziari alle proprie grandi e medie
imprese "strategiche", considerate tali perché operano sulla
frontiera dei vantaggi competitivi dei rispettivi paesi. Ciò vale per
l'industria aerospaziale, nucleare ed elettronica per la Difesa negli Usa (per non
parlare del salvataggio della Chrysler), così come per gruppi come
Airbus-EdF-Gaz de France-Thomson in Francia, Siemens e Opel in Germania. Per
non parlare dell'industria automobilistica e navale in Cina e in Corea, di
quella energetica che la Russia
si appresta a privatizzare mantenendo un rigoroso controllo pubblico.
Secondo: riconosciamo finalmente che la specializzazione internazionale dei
paesi non dipende solo da fattori storici e geografici, i quali certo pesano
(come mostrano innumerevoli verifiche econometriche), ma continuano a
combinarsi con vantaggi competitivi "costruiti" secondo disegni di
lungo respiro di politiche economiche e industriali nazionali per lo sviluppo.
Basti pensare alla storia ormai antica di paesi come gli Usa, il Giappone e la Francia o alla storia più
recente di Cina, India, Corea, Brasile, Malesia e tanti altri: paesi che nel
giro di una o due generazioni si sono trasformati da tipiche economie rurali e
minerarie in grandi e piccole potenze industriali.
Beninteso, oggi si deve parlare di «politiche industriali
del XXI secolo» (Dani Rodrik), non di (più o meno) fallimentari politiche di
«sostituzione delle importazioni», stile America Latina degli anni 50-60 o
nostalgici slanci autarchici degli anni 30 in Europa. Le barriere all'importazione,
oltre che nuocere ai consumatori privandoli dell'accesso a prodotti altrui
spesso di migliore qualità e meno costosi, sono l'anticamera del declino
competitivo dell'industria nazionale. Al tempo stesso una "guerra dei
sussidi" tra paesi concorrenti è insopportabile per le finanze pubbliche.
Terzo: in Italia la priorità delle priorità per una politica industriale
lungimirante è il sostegno a quel circuito virtuoso ricerca-innovazione
industriale-ricerca che da tempo fatica a decollare, anche se abbiamo di fronte
opportunità enormi per valorizzare i nostri tecnici e laureati in campi come le
"energie verdi" (che non devono essere un retaggio di Obama e della
Merkel), il software ingegneristico applicativo, la robotistica, le
nanotecnologie, le biotecnologie e tanti altri (si veda il programma di
sviluppo dell'Istituto italiano di tecnologia).
Come ci ricorda l'intervista di Luca Orlando a Gianfelice Rocca su questo
giornale del 3 agosto, un "cambio di passo" su innovazione e mercato
del lavoro è sempre più urgente per prevenire il tanto temuto declino. Di chi
la colpa del faticoso decollo? Certamente di antiquate rigidità nel sistema
universitario e nella burocrazia dei visti e permessi di soggiorno, come ben sanno
le molte imprese a controllo estero che cercano di valorizzare le tante nicchie
d'eccellenza tecnologica disperse in Italia, ma si confrontano quotidianamente
con le reti governi-università-imprese ben più articolate ed efficienti nel
paese della casa madre e altrove in Europa e nel mondo (sempre più anche in
Cina!).
Ma anche e forse più la colpa è da ascrivere a un capitalismo familiare che
ancora mediamente considera le spese in R&S un lusso per pochi, mentre è
affamato di leggi e leggine che agevolano gli investimenti fissi e promuovono
la domanda dei consumatori. E trascura troppo il fatto che le nostre quote di
mercato complessive nel commercio mondiale dei settori tradizionali di consumo
segnano un inesorabile declino (si veda anche il recente Rapporto annuale
Ice-Istat), nonostante gli ottimi risultati commerciali raggiunti tramite
ristrutturazioni organizzative e riconversioni produttive volte al
miglioramento qualitativo e all'ampliamento della gamma di prodotti del
"made in Italy" tradizionale (per fortuna che c'è!) e nonostante
l'espansione dei mercati emergenti verso il "lusso accessibile" su
cui siamo campioni quasi incontrastati.
Quarto: tutti i paesi - in particolare i cosiddetti emergenti inclusa la vicina
Europa - si affannano a disegnare incentivi di ogni tipo (dalla cessione
gratuita di terreni a servizi infrastrutturali, a vantaggi fiscali
significativi) per attrarre imprese estere in grado di favorire lo sviluppo di
nuove attività manifatturiere e di servizi. L'annuale World investment report
dell'Unctad, appena uscito, segnala che nel 2009 la metà degli investimenti
diretti all'estero mondiali è andata nei paesi emergenti e nelle economie in
transizione.
Perché stupirsi che la Serbia
abbia fatto ponti d'oro alla Fiat per assicurarsi la produzione della
"Lo" destinata a servire i più ampi mercati? E lo stesso Rapporto ci
informa che nel solo 2009 sono stati stipulati 5.900 accordi bilaterali sugli
investimenti (al ritmo di 4 alla settimana!) miranti a facilitare-incentivare-garantire
proprio quella mobilità internazionale dei capitali produttivi che sempre più
alimenta il motore della crescita economica mondiale, accanto ai tradizionali
flussi di commercio estero.
Per citare solo un caso di delocalizzazione vincente nell'industria automobilistica,
la Volkswagen
si accinge ad aggiungere due nuovi stabilimenti in Cina oltre i dieci già
presenti. Per l'Italia non è tempo di pessimismi retrospettivi, ma di
coraggiosi slanci verso il nuovo che avanza.
http://www.ilsole24ore.com 11 agosto 2010

Precedente: Non chiamiamolo amore








