Piccolo mondo antico
Appassionato appello alla sinistra perchè torni ad affrontare la questione sociale e la lotta per la dignità del lavoro.
Il ministro dell’Economia ha dato un’occasione al Pd, che
oggi affronterà le primarie e sceglierà una guida nuova. Difendendo il valore
del posto fisso, presentandolo come la cosa calda anelata quando gela,
affermando che nel modello europeo non si può organizzare un progetto di vita e
di famiglia se il posto è variabile, incerto, Tremonti ha evocato un
ingrediente essenziale del socialismo: ha evocato la stoffa dei suoi miti,
delle sue mobilitazioni. Alcuni dicono addirittura che il ministro abbia
astutamente rubato alla sinistra un tema che dovrebbe figurare nei suoi
programmi, lasciandola sgomenta e muta. Si è appropriato della questione
sociale, facendosi interprete del mondo che soffre una degradazione del lavoro
destinata ad acutizzarsi.
La realtà è non poco diversa tuttavia, e la vera occasione per gli eredi del
socialismo e del cattolicesimo sociale è di penetrare tale realtà.
Di dire il volto che ha oggi la questione sociale, di costruire su essa un
nuovo corpo di dottrine, di sfatare le illusioni. Un primo passo importante
l’ha fatto Franceschini, intervistato dal Sole - 24 Ore del 22 ottobre: «Alla
retorica di Tremonti, io oppongo i fatti. E i fatti dicono che la flessibilità
fa parte delle società moderne. Piuttosto il governo non fa nulla per arginare la
precarietà. Lancio la sfida al ministro dell’Economia e chiedo di agire su due
fronti. Primo: togliere convenienza economica ai contratti precari (...).
Secondo: riforma degli ammortizzatori. Insisto: basta con la logica delle
deroghe, servono protezioni sociali per l’operaio che perde il posto, per
l’artigiano e per i giovani con contratti flessibili».
L’errore è forse quello denunciato da Kant: si parla di valore, quando si
dovrebbe parlare di dignità. Si riempie di valore qualcosa che non ha rapporti
con il reale ma con ricordi, nostalgie. Su una cosa Tremonti non ha torto:
contrariamente a ciò che è stato detto nei giorni scorsi, anche a destra, il
posto fisso non è un male, un fossile. Troppo facile liquidare così un mito che
occupa le menti di tante persone in bilico, ed è quella «goccia del passato
vivente» che secondo Simone Weil va conservata gelosamente e portata nel
futuro, perché non cresca lo sradicamento del lavoro. Il lavoro stabile è
quella goccia più del posto fisso ed è ovvio che nell’immaginario resti un
bene: come potrebbe non essere così?
È un bene, tuttavia, riservato a sempre meno esseri umani. I lavoratori
instabili e precari sono quasi 4 milioni (il 15 per cento degli occupati).
Fra il gennaio 2008 e il gennaio 2009, solo il 23 per cento delle assunzioni si
è concretizzato in un contratto a tempo indeterminato, e di questi contratti
solo il 3 per cento si è stabilizzato (al Sud l’1,7).
L’economista Tito Boeri spiega come nel mercato del lavoro si assuma «quasi
solo con contratti temporanei: 4 nuovi rapporti di lavoro su 5 vengono
istituiti fissando una data di scadenza, spesso molto breve. La percentuale
sarebbe ancora più alta se si tenesse conto che molti contratti formalmente a
tempo indeterminato per le badanti sono in realtà contratti che possono essere
interrotti da un momento all’altro» (Repubblica, 22-10). Con questo dualismo
urge fare i conti: non esaltando un mondo a scapito dell’altro, ma conferendo
dignità a chiunque lavori, stabilmente o precariamente, e senza cercare il
calduccio nei bei tempi o valori che furono. Questi non tornano, ma la
questione della dignità resta. Facendo l’elogio del passato Tremonti non solo
proclama l’ovvio (lui stesso l’ammette: «Ho detto una cosa scontata: come che
tra stare al caldo e stare al freddo, preferisco stare al caldo»). Enuncia
banalità inutili perché irrealizzabili, ha scritto su questo giornale Federico
Geremicca.
Ma non è solo una banalità. La frase di Tremonti occulta il vero ed è
deleteria, beffarda. Attribuendo un’inimitabile virtù di stabilità al posto
fisso, inoltre, fissa valori supremi che per forza declassano altri valori,
facendone dei disvalori. Il posto precario che tanti giovani devono scegliere
al posto dell’inattività è condannato e dannato, non consentendo di
«organizzare progetti di vita e di famiglia». La preminenza data al posto fisso
sfocia «nell’esclusione degli outsider, di quelli che il posto non lo hanno», e
ai quali non si offre «una società aperta ma l’arroccamento degli insider»,
scrive l’economista Franco Bruni (La
Stampa, 21-10). Essendo in fondo senza interesse, il lavoro
instabile non ha interessi da far valere né rappresentanze da costruirsi.
Disperazione e rimpianto sono la sua sorte.
In Italia, a differenza della Francia, chi lavora nella precarietà non ha
protezioni se si ammala, se aspetta un figlio. Non ha diritti concernenti
ferie, licenziamenti, pensione. Dichiarare il posto fisso come «la base di una
vita dignitosa» è un crudele memento per coloro cui si dice: tu questa base non
puoi averla, anche se lavori, perché non sei parte del piccolo mondo antico. È
nell’Inferno che Dante lo apprende: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del
tempo felice ne la miseria». Non è neanche vero che Tremonti difende
l’esistente. Le sue parole feriscono perché illudono, fingendo un esistente che
non c’è. Somigliano alle case vendute con delittuosi imbrogli a chi non ha
soldi per comprarle: sono parole subprime.
Sono l’ennesima bolla, fatta di vento che presto si sgonfia.
Negare la realtà è perpetuare una pigrizia mentale che lusinga i privilegiati e
lascia scoperti gli sfavoriti, trasformando questi ultimi (la maggioranza dei
giovani) in perdenti. Che li contagia con l’indolenza, non svegliandoli a una
nuova cultura del lavoro: una cultura egualmente calda, che dia stabilità
all’attività lavorativa, quale che sia la sua forma. La sinistra ha una
funzione essenziale nella formazione di questa cultura, perché tradizionalmente
rappresenta i lavoratori, i miseri. Quando smette di farlo quando nel contempo
dimentica anche gli imperativi della moralità pubblica il vuoto è stato
sempre riempito da destre populiste.
La sinistra e i sindacati devono ricominciare la storia, anziché impigrirsi e
riecheggiare astratti rimpianti: devono capire che la questione sociale si sta
ripresentando impetuosa, ma con vesti diverse. Che siamo di fronte a un
passaggio storico non dissimile da quello descritto da Luigi Einaudi nel 1897,
quando gli scioperi colpirono l’industria tessile del Biellese. La nascita
delle fabbriche nella prima metà dell’800 aveva suscitato bisogni nuovi, per
chi aveva dolorosamente vissuto la fine del tessile lavorato in famiglia, col
telaio a mano installato in casa. Aveva, proprio come dice Tremonti del lavoro
instabile, distrutto progetti di vita e famiglie, tanto che Simone Weil
sognava, ancora nel 1949, l’abolizione delle grandi fabbriche. Garantire
protezioni al lavoro discontinuo oltre che al posto fisso è un compito grande e
arduo per le sinistre. Non basta che il Pd cessi di essere un partito leggero e
vada nelle fabbriche che chiudono, come suggerito da Epifani sul Fatto di
venerdì. Non è solo in fabbrica che la sinistra ritroverà coloro che, pur
lavorando, soffrono la perduta dignità, ma nelle professioni intellettuali,
negli uffici, nella pubblica amministrazione, nella ricerca.
Diceva ancora Einaudi: «Perché l’equilibrio duri, è necessario che esso sia
minacciato a ogni istante di non durare (...). Bisogna che nessuna forza legale
intervenga a cristallizzare le forze, ad impedire alle forze nuove di farsi
innanzi contro alle forze antiche, contro ai beati possidentes» (Le lotte del
lavoro, Einaudi 1972). Tremonti ha il merito di aver visto l’aggravarsi dello
squilibrio. Da qui bisogna partire, perché esso susciti nuove rotte di pensiero,
di azione. Perché gli anni eroici del movimento operaio siano la goccia del
passato vivente che porteremo nel futuro.
Da http://www.lastampa.it 25 ottobre 2009

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