Perché non devono essere vendute le partecipazioni statali
In un periodo di forte criticità a livello di bilancio statale, la spasmodica ricerca di risorse aggiuntive induce a proporre soluzioni rapide, sorvolando sulle conseguenze di tali scelte sul sistema paese.
In un periodo di forte criticità a livello di bilancio statale, la spasmodica
ricerca di risorse aggiuntive induce a proporre soluzioni rapide, sorvolando
sulle conseguenze di tali scelte sul sistema paese. Per ridurre la quota del
debito pubblico, lo Stato italiano sta ipotizzando, tra l’altro, di vendere i
cosiddetti “gioielli di famiglia”, ovvero le partecipazioni di controllo in
aziende strategiche nel comparto dell’energia, dei trasporti e dell’alta
tecnologia.
Oltre al vantaggio economico, le seguenti considerazioni inducono il governo a
perseguire questa strategia:
1) le partecipazioni statali possono avere rendimenti finanziari inferiori
rispetto ad altri investimenti;
2) le partecipazioni statali possono favorire clientelismo ed un asservimento
delle scelte industriali alla politica del governo.
Per valutare gli effetti della vendita di tali industrie è
utile menzionare le modalità di cessione utilizzate in passato. Un primo
approccio consiste nell’individuare industriali italiani che possano acquisire
il controllo: la storia delle privatizzazioni italiane indica la debolezza di
tali scelte. Le grandi aziende italiane già partecipate dallo Stato sono state
spesso depauperate nelle loro risorse finanziarie dagli industriali che ne
hanno preso il controllo. I capitani d’industria hanno trasferito ingenti
risorse economiche dalle società privatizzate alle società controllanti, a loro
riconducibili, per massimizzarne il proprio ritorno economico.
Le privatizzazioni già realizzate hanno ridotto realtà dal respiro internazionale
ad aziende immobilizzate da un ingente debito, per di più ereditato dalle
società controllanti che hanno riversato sulle Aziende ex statali il proprio
debito. L’effetto risultante è una perdita consistente di posti di lavoro nelle
aziende e nell’indotto e l’abbandono di settori d’innovazione strategici per il
Paese.
Un’analisi economica approfondita dimostrerebbe probabilmente che i proventi
acquisiti dallo Stato grazie alle privatizzazioni sono stati di gran lunga
inferiori alle risorse economiche perse a causa della scomparsa di posti di
lavoro e della sensibile riduzione delle attività economiche dell’indotto.
Nel caso in cui la proprietà e il controllo delle aziende partecipate venga
rilevata da fondi di investimento la dinamica negativa potrebbe essere ancora
più evidente. Il fondo mira normalmente a una redditività di breve termine:
minimizza quindi tutti gli investimenti di medio lungo termine distruggendo il
futuro della azienda.
La seconda strategia consiste nel vendere tali partecipazioni a gruppi
internazionali interessati. Per lo Stato italiano, però, nell’attuale momento
storico i vantaggi economici sarebbero particolarmente ridotti. Esiste una
ulteriore giustificazione di carattere industriale alla vendita: occorre una
dimensione minima per essere profittevoli in certi tipi di mercati.
Un’operazione di concentrazione aumenta il vantaggio competitivo di una azienda
italiana nel momento in cui si aggrega con un colosso internazionale, ma nella
realtà queste operazioni hanno usualmente portato a risultati diversi. La
logica dell’aumento della redditività aziendale porta ad eliminare le aree di
business duplicate e i settori non produttivi favorendo nella ristrutturazione
i settori aziendali più vicini alla casa madre. Una multinazionale con sede
all’estero che acquisisce un’azienda italiana tenderà a chiudere l’area
produttiva e l’ufficio acquisti italiano. Questo comporterebbe un primo
evidente danno per l’indotto, in quanto le produzioni verrebbero spostate al di
fuori dell’Italia e le attività esternalizzate verrebbero svolte al di fuori
dei nostri confini. Subito dopo, di solito, la stessa sorte si ripete per il
centro di ricerca. L’imprenditore straniero, conscio delle difficoltà che
un’azienda straniera ha in Italia, tenderà a mantenere esclusivamente i settori
che offrono un beneficio economico superiore alle diseconomie offerte dalla
distanza e dalle inefficienze del sistema italiano.
In queste condizioni, pur di non avere significative perdite occupazionali, le
istituzioni politiche del territorio offrono incentivi a fondo perduto alle
aziende straniere. Si assiste perfino a dinamiche competitive fra Regioni
italiane che rilanciano nella entità dei contributi erogabili pur di diminuire
la disoccupazione nel proprio territorio. Queste filiali italiane di società
straniere possono resistere fino al mantenimento degli incentivi statali o
regionali e vengono disgregate successivamente alla cessazione del
finanziamento, dopo avere ottemperato agli obblighi minimi relativi alla
persistenza sul territorio imposti dalle leggi sui finanziamenti agevolati.
Qualche numero può dare evidenza della entità del problema dovuto alla
alienazione di queste società controllate. Nel settore industriale dell’alta
tecnologia vi è una spesa in ricerca, sviluppo e innovazione nell’ordine dei
miliardi di euro/anno. Il Piano Operativo Nazionale per la Ricerca e Competitività
2007-2013 del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e del
Ministero dello Sviluppo Economico ha una dotazione finanziaria inferiore al
miliardo di euro /anno. La perdita di queste aziende significherebbe quindi per
l’Italia la perdita di ulteriori settori di alta tecnologia come è avvenuto nel
passato per il settore chimico.
Secondo il pensiero liberista questo è un necessario passaggio per consentire
un più efficiente sistema industriale a livello mondiale e una più equa
distribuzione delle ricchezze. Nella pratica, nel caso di acquisizione da parte
di multinazionali, l’Azienda aggregata avrà a regime un valore normalmente inferiore
alla somma delle due aziende pre-aggregazione. Inoltre lo Stato italiano si
vedrà depauperato di un ulteriore settore tecnologico. L’effetto pratico poi
potrà essere la perdita di occupazione e una riduzione significativa del volume
di affari e della ricerca e sviluppo nell’area italiana.
L’innovazione tecnologica determina il nostro futuro e pertanto è un bene
comune che va indirizzato nell’interesse di tutti. Logiche puramente economiche
applicate alla gestione di beni che hanno un rilevante impatto sociale
danneggiano il sistema Paese e, probabilmente, anche l’economia mondiale nel
suo insieme.
E’ indicativo a tal riguardo il caso di un paese dove il libero mercato è un
pilastro imprescindibile. Negli Stati Uniti la ricerca è saldamente controllata
dal Governo attraverso i fondi erogati dalle varie agenzie nazionali. Inoltre
l’innovazione tecnologica è uno fra gli elementi governati con maggiore
attenzione dallo Stato che impone uno fra i sistemi più controllati nel mondo.
Ci si può quindi chiedere come è opportuno gestire questa tipologia di aziende
di interesse nazionali massimizzando il bene comune. Gli elementi che
dovrebbero essere indirizzati in prima battuta sono: strategia, supporto e
controllo.
Lo Stato dovrebbe indirizzare le partecipate attraverso una strategia che
incrementi il bene comune del sistema paese. Questo può essere ottenuto
attraverso la definizione di specifici parametri-obiettivo diversi da quelli
normalmente utilizzati da aziende private. Il calcolo del ritorno dell’investimento
va effettuato a livello di sistema paese e non a livello di singola azienda.
Pertanto non è fondamentale la redditività della azienda che può anche essere
nulla. È importante la redditività complessiva contenente l’effetto
sull’indotto e l’occupazione. La spesa in ricerca, sviluppo e innovazione è
inoltre un parametro fondamentale in quanto determina il futuro e la quantità
di occupazione qualificata. L’incremento del capitale umano qualificato è la
principale strategia competitiva per un sistema Italia/Europa che si deve
confrontare con i bassi costi di manodopera del Medio Oriente.
Lo Stato dovrebbe fornire supporto alle proprie aziende per incrementarne
l’impatto sulla società. In questo senso, lo Stato agisce in primo luogo come
il presidente di una società calcistica che deve scegliere i migliori uomini
per la propria squadra: i risultati della squadra, e, dunque della società,
dipendono dagli uomini in campo. Lo Stato inoltre offre supporto in termini di
finanziamenti e di politica industriale.
In ultimo, lo Stato dovrebbe svolgere una azione di controllo per la
valutazione della implementazione delle strategie, la verifica del
raggiungimento degli obiettivi che in definitiva misura anche la qualità delle
risorse messe in campo.
Le Aziende partecipate hanno una minore efficacia in termini di ricadute sul
territorio quando il mix strategia/supporto/controllo non è ben bilanciato.
Nella attuale fase storica, assistiamo probabilmente ad un eccessiva azione di
indirizzo da parte dello Stato che ha portato a perseguire mercati/paesi poco
efficaci. Nel passato invece queste aziende hanno goduto forse di un eccessivo
supporto (finanziamenti) che ha determinato una minore efficienza delle aziende
stesse. Il giusto mix delle tre componenti strategia/supporto/controllo
indirizzate all’incremento del benessere nel sistema Paese potrebbero
incrementare sensibilmente la ricaduta sul territorio.
Gli scandali correnti e il deficit statale danno un forte impulso alla proposta
di alienare le grandi aziende a controllo statale. Queste aziende rappresentano
però uno strumento imprescindibile per perseguire il bene comune nel settore
della innovazione da parte dello Stato. La loro alienazione comporterebbe
l’impossibilità da parte dello Stato di dare impulso alla innovazione con
ricadute pesanti per il futuro del Paese.
http://www.benecomune.net 14/10/2011

Precedente: Shaw: Cristo era comunista








