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Perché le nuove generazioni sono rimaste senza futuro

Oggi scendono in piazza per gridare che non vogliono pagare la crisi. E sono il simbolo non di una rivoluzione ma della nostra angoscia



 

Il presidente della Repubblica, 85 anni, ha pronunciato ben 19 volte la parola "giovane" e derivati nel suo messaggio alla nazione di fine anno: i dati sul malessere giovanile devono diventare un "assillo comune", altrimenti "la partita del futuro è persa, non solo per loro, ma per tutti". I disordini dicembrini, certo, la dimensione internazionale della protesta universitaria e del dramma del precariato, ma le parole di Napolitano attingono a una radice più profonda.
L´immagine dei giovani è sovraccarica di significati simbolici, catalizza le angosce di una società e le sue aspettative per il futuro. Incarna le possibilità di grandezza e di riscatto di un paese: per questo i regimi totalitari erano ossessionati dalla fabbricazione e dall´educazione della nuova gioventù. I giovani sono un ricettacolo di proiezioni ambivalenti, utopie incarnate e specchio del male sociale: a volte si ribellano, più spesso le interiorizzano. Come se non fosse già abbastanza difficile esserlo, giovani, tra pulsioni violente e contraddittorie, slanci di sogno e angosce distruttive.

Oggi come ieri: già nel primo Ottocento l´idealismo dei patrioti coesisteva con la moda romantica dei suicidi alla Werther. Una tempesta continua di paura e fiducia, nell´animo di chi è giovane e negli occhi di chi guarda. Dal secondo dopoguerra, quando i giovani si affermano definitivamente come categoria sociologica e soprattutto merceologica, l´ambivalenza si accentua: angeli di cambiamento o demoni che minacciano la morale, la stabilità sociale e l´ordine pubblico? Gli anni Cinquanta partorirono il "ribelle senza causa" Dean, il "selvaggio" Brando, l´allarme per la delinquenza giovanile. Ma the times they are a-changin´, e dopo il primo spavento l´ondata internazionale del ´68 fu presto circonfusa da un alone di ottimismo e positività.

Un´eccezione, favorita dalle circostanze materiali: la società dei baby boomer era prospera, fiduciosa e anelava a profondi mutamenti dei costumi. I giovani diedero la spallata decisiva. Nel 1977, dopo gli shock petroliferi, l´afflato dylaniano è già rimpiazzato dalla rabbia punk: "siamo fiori nei cestini della spazzatura, nessun futuro per la gioventù", decreta il secondo singolo dei Sex Pistols, mentre in Italia molti manifestanti impugnano la P38.

Dopo la sbornia consumista dei decenni successivi, da allarme lanciato dai marginali, lo slogan "no future" e la variante ansiogena "quale futuro?" esprimono l´angoscia profonda dei giovani dell´Occidente industrializzato. Ecco la nuova questione giovanile del Primo Mondo, divenuto consapevole che l´eterno progresso era solo un´illusione: il crollo delle aspettative, i giovani che hanno – a ragione! – angosce da adulti, lavoro, mutuo, o da vecchi, come la pensione. Spesso, nemmeno lo urlano in piazza: il che rende tutto più drammatico. I più inconsapevoli si dibattono cercando di riempire un vuoto di senso, prima ancora che di prospettive. La questione giovanile sono anche le dipendenze, i salti dal balcone e i sassi dal cavalcavia, le violenze inspiegabili, i fantasmi nottambuli che muoiono ai rave. La mortifera assenza di desiderio del rapporto Censis di De Rita e il nichilismo analizzato da Galimberti. A confronto di questi spettri, le intemperanze di piazza dovrebbero far tirare un sospiro di sollievo: c´è ancora vita che freme in tanti isolotti emersi nel mare tumultuoso sotto il parallelo dei trent´anni.
Ansia, rabbia, indifferenza: questo rimandano alla società le metafore viventi del futuro. La fuga di giovani all´estero evoca l´immagine dei topi che abbandonano la nave. Pensieri spaventosi: non sorprende che li evitino le nuove generazioni di adulti, che aspirano a sentirsi giovani (liberi, leggeri, deresponsabilizzati, onnipotenti) in eterno. Il nuovo paradosso è la disperazione giovanile che convive col trionfo del mito della giovinezza come bene supremo. La popolazione matura ha il terrore di invecchiare e vampirizza l´allure della gioventù, abbandonando i ragazzi alle loro ombre. Già, è fantastico avere l´energia, le aspettative, il corpo tonico, la leggerezza dei vent´anni con i soldi e le sicurezze materiali di un quasi cinquantenne. "I quaranta sono i nuovi venti!", recitava la pubblicità di una nuova serie tv. Mai come oggi "sentirsi giovane" dipende poco dal dato anagrafico. È un lusso per chi può permetterselo.

Chiaramente, quasi mai i giovani veri, che non a caso scappano sulla Rete e inventano strumenti per condividere gratis musica, film, conoscenze, spazi sociali. Dall´Italia all´Inghilterra, sono scesi in piazza a gridare che non vogliono pagare la crisi di padri preoccupati soprattutto di mantenere il proprio benessere. Da più parti li si accusa di remare contro le riforme, di essere "conservatori", rispetto ai coetanei che nel ´68 volevano cambiare il mondo.

Ma è cambiato il mondo, più che i giovani. Basti pensare alla famiglia: per la maggioranza oggi non è la trappola soffocante dei Pugni in tasca, ma il supporto materiale essenziale e un miraggio irraggiungibile. Ottima la risposta di un 21enne inglese all´editoriale del Guardian che paventava la "politica dei dinosauri": la battaglia per difendere i principi del welfare e dell´educazione pubblica oggi è "trasformativa". Anzi, potenzialmente innovativa: perché un giovane che protesta oggi ha già i piedi fuori dalla coperta dello stato sociale, che non ha ancora saputo ripensarsi per accogliere gli ultimi arrivati e aiutarli a giocare la loro partita.

 

Repubblica 6.1.11

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