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Perché io ateo difendo la religione

Il filosofo agnostico spiega le ragioni della fede



Sono tempi duri per una difesa razionale della religione. Durante la maggior parte della mia vita ho pensato a me stesso come a un ateo (e in certi momenti ancora mi considero tale), per questo motivo non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovato a difendere la religione. La prevalenza del fondamentalismo, sotto varie forme e soprattutto nelle sue manifestazioni fanatiche e criminali, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, potrebbe suonare come un monito contro l´adozione di una religione. Che cosa ha spinto un agnostico come me a difendere l´esistenza della religione (senza tuttavia abbracciarla)? In primo luogo, l´eredità che essa ha lasciato nella letteratura e nell´arte e, secondariamente, la sordità dei neo-darwinisti che nella religione non vedono altro che superstizione e fanatismo.


Inizierò con un commento tratto dalla Democrazia in America di Alexis de Tocqueville: «Solo tra tutti gli esseri, l´uomo mostra un naturale disgusto per l´esistenza e un immenso desiderio di esistere: disprezza la vita e teme il nulla. Questi diversi istinti spingono incessantemente la sua anima verso la contemplazione di un altro mondo, ed è la religione che ve lo conduce. La religione dunque non è che una forma particolare della speranza. Soltanto attraverso una forma di aberrazione dell´intelletto e con l´aiuto di una sorta di violenza morale esercitata sulla loro stessa natura gli uomini si allontanano dalle credenze religiose; un´invincibile inclinazione li riconduce a esse». Le informazioni sulla sua vita non lo fanno apparire un gran credente. Avrebbe detto di aver esercitato su se stesso «una sorta di violenza morale»?


Io non sono credente e non considero la mia miscredenza la conseguenza di «una violenza morale esercitata sulla mia stessa natura». Tuttavia, trovo avvincente questo passaggio di Tocqueville. La prima frase suona come un´anticipazione dell´esistenzialismo (...). Per l´esistenzialista ateo, trascendenza significa una specie di autocreazione, il che, da un punto di vista religioso, è una blasfemia o un´eresia. In quanto esseri condizionati, possiamo solo sperare di modificare e rimodellare le condizioni, ma non di ricreare noi stessi ex nihilo (dal nulla). Tocqueville non conosceva l´esistenzialismo, conosceva però l´Illuminismo e la sua ostilità alla religione istituzionale. Naturalmente, molti dei philosophes erano dei deisti, ma il loro deismo fondeva la creazione al creatore e qualunque speranza nutrissero era diretta alla possibilità di istituire un paradiso terreno.


Si può vivere in modo appagante e «significativo» senza religione? Ovviamente, la risposta empirica a questa domanda è «sì». Dovremmo allora liquidare come un´esagerazione ciò che scrive Tocqueville? Tale domanda esige una risposta sfumata. Tocqueville parla della religione come di una forma della speranza, implicando che la speranza può assumere altre forme, ad esempio la speranza laica di un mondo giusto e armonioso.
Certo, l´Illuminismo incoraggiava questo tipo di speranza, sebbene la storia della sua realizzazione è, per lo più, una storia di delusioni. La scienza moderna, un portato dell´Illuminismo, ha compiuto enormi progressi nella cura delle malattie e nel prolungamento della vita umana, ma la moderna storia politica e sociale è stata anche una storia di violenza senza precedenti, per lo più in conseguenza del contributo dato dalla scienza allo sviluppo tecnologico. Inoltre, partendo dall´assunto che sia possibile una scienza della società, l´Illuminismo ha fornito ai tiranni una giustificazione ideologica alla tirannia. Coloro che sostenevano la Rivoluzione francese o quella russa si ispiravano alla fiducia che gli esseri umani potessero trascendere i loro impulsi irrazionali ed egoistici e realizzare la libertà, la fraternità e l´uguaglianza universali. Si trattava di una fiducia non destinata a sopravvivere alla disillusione. (...)


In La Vita della Mente, Hanna Arendt opera una distinzione tra pensiero e cognizione. La cognizione (scienza?) è la ricerca della conoscenza e della verità; il pensiero è la ricerca di un significato. «Dietro a tutti gli interrogativi cognitivi ai quali l´uomo trova risposta, si nascondono quelli a cui non è possibile rispondere. È più che probabile che gli uomini, se dovessero perdere interesse per il significato che chiamiamo pensiero e cessare di porre interrogativi a cui non è possibile rispondere, perderebbero non soltanto la capacità di produrre quelle opere del pensiero che definiamo opere d´arte, ma anche quella di porre le domande che possono ricevere una risposta e sulle quali si basa ogni civiltà». È vero? Credo che lo sia certamente per ciò che riguarda la religione e le «opere d´arte» in cui, ad esempio, la domanda «perché soffriamo?» è ricorrente. La differenza tra religione e arte è che per la religione, nelle sue manifestazioni dogmatiche, tale domanda riceve una risposta, anche se non necessariamente convincente, mentre per ciò che riguarda l´arte, l´interrogativo, per quanto necessario, resta controverso o impossibile da rispondere.
(Traduzione di Antonella Cesarini)

 

http://www.repubblica.it  25.1.10

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