Perché alla fine la democrazia vince
Nel lungo raggio, esiste il progresso storico?
Ben di rado il pensiero occidentale sull’evoluzione politica ha saputo
riconoscere il ruolo pionieristico della Cina. Il problema, in parte, è che la
storia della Cina è talmente lunga e complessa che risulta difficile
comprenderla nella sua totalità. In Occidente si sa poco di quello che è
avvenuto in Cina prima del XX secolo. Si conosce tutt’al più la dinastia Qing,
l’ultima dinastia spodestata dalla rivoluzione nazionalistica dei primi del
Novecento. Quando gli occidentali pensano alla Cina storica, le loro conoscenze
non si spingono più in là di due o trecento anni. Questo rappresenta un grosso
problema, perché la dinastia Qing, in quel particolare momento storico della
Cina, era ormai decaduta e fossilizzata. Non rappresentava cioè la Cina delle epoche precedenti.
Ovvio, la Cina
ha conosciuto il declino politico non solo nel corso della dinastia Qing, ma
anche periodicamente nei suoi 2500 anni di storia. Pertanto, quando si fanno
affermazioni sulla solidità delle sue istituzioni, occorre precisare a quale
periodo storico in particolare si fa riferimento. Nel complesso aveva ragione
Samuel Huntington quando affermava che l’Occidente ha molto da imparare da
altre civiltà e che, sebbene non godessero di un’economia prospera, Paesi come la Cina e l’India avevano pur
sempre qualcosa di importante da insegnarci. Per esempio, i cinesi hanno saputo
organizzare una burocrazia governativa di altissimo livello, di gran lunga
superiore a quella delle società occidentali. Imparare da tali esperienze
diventa una vera e propria esigenza nel momento in cui questi Paesi si
trasformano in potenze globali e occorre capire a fondo i loro specifici punti
di forza e le loro debolezze. Tra i problemi che affliggono gli Stati Uniti c’è
anche quello che gli americani dell’ultima generazione hanno trascurato: la
necessità di apprendere dal resto del mondo, proprio perché l’America era la
potenza dominante e l’inglese la lingua quasi universale. Il mondo è cambiato,
ma gli americani faticano ancora a recuperare il terreno perduto. Parlando
degli Stati Uniti desidero soffermarmi sul concetto di «neoconservatori» .
Innanzitutto, non esiste un movimento così identificabile e paragonabile per
esempio al movimento comunista. Non è mai stato strutturato. Si trattava
piuttosto di un gruppo di intellettuali che condividevano una certa visione del
mondo. Non esisteva però una visione neocon dell’economia. Anzi, Irving
Kristol, che fu il padre dei neocon, scrisse un libro intitolato Due applausi al capitalismo nel quale
sosteneva che il capitalismo aveva qualche buona idea, ma senza negare che non
fosse anche moralmente discutibile. Non dobbiamo pertanto confondere il
neoconservatorismo con il liberismo o il reaganismo, perché non si tratta
necessariamente della stessa cosa. Il movimento emerse in realtà negli anni
Trenta, quando si produsse una spaccatura tra i comunisti e i loro
simpatizzanti, da una parte, e coloro che credevano nell’esistenza di valori
democratici universali dall’altra. E in questi io continuo a credere. La mia
critica fondamentale riguardo al modo in cui il neoconservatorismo si è evoluto
a partire dal 2000 punta il dito contro la sua eccessiva dipendenza dalla
potenza militare americana, che secondo me rappresenta uno strumento limitato e
non è stata utilizzata al meglio in Iraq e nella guerra al terrore. Resta
tuttavia immutata la mia convinzione, e cioè che la democrazia rappresenta un
valore universale e che la potenza americana può avere effetti positivi, se
impiegata con cautela. Tutti ora si chiedono se l’America abbia guadagnato
qualcosa dall’eliminazione di Osama Bin Laden. Non credo che Al Qaeda abbia mai
ricoperto un ruolo politico di spicco anche prima della morte di Osama Bin
Laden. La principale corrente nel mondo arabo è tutt’altra da diverso tempo.
Come abbiamo visto di recente, oggi i Paesi arabi hanno intrapreso la strada
della democrazia e si battono contro i regimi dittatoriali. In un certo senso,
l’uccisione di Osama è risultata più gratificante per gli americani che per
chiunque altro in Medio Oriente. Ciò che oggi rischia di corrompere ed erodere
le stesse istituzioni è il modo di affrontare le gravi crisi finanziarie. La
crisi del debito sovrano ha già destabilizzato l’Unione Europea. Inoltre, la
crisi finanziaria non è solo un problema fondamentale per l’Europa, ma anche
per gli Stati Uniti e il Giappone. L’unico modo per venire a capo della crisi è
quello di rinegoziare il contratto sociale su cui poggia il mondo democratico
moderno, perché il vecchio modello non è più sostenibile. Questo contratto fu
stipulato quando l’aspettativa di vita era molto inferiore e il tasso di
natalità molto superiore ai livelli attuali. Oggi, invece, siamo di fronte a
uno spostamento demografico, iniziato nel corso dell’ultima generazione, che fa
sì che non ci siano più abbastanza giovani lavoratori in grado di mantenere i
pensionati con il tenore di vita cui sono abituati e che è stato loro garantito
fino ad oggi. È necessario quindi procedere a una rinegoziazione. D’altro canto
vi sono molti Paesi, come la
Grecia, che non si sono mai davvero impegnati nella
liberalizzazione del mercato del lavoro né hanno varato le riforme necessarie
per migliorare la produttività. Il declino della loro competitività deve essere
affrontato di pari passo con l’adozione di misure severe in materia fiscale. La
crisi in Europa è aggravata dal fatto che non si avverte una sensazione di
solidarietà a livello europeo. La
Germania si dimostra assai recalcitrante nell’assumere un
ruolo di leadership. Spesso un elevato livello di fiducia all’interno di una
società comporta un minor livello di fiducia verso coloro che ad essa sono
estranei. Potrebbe essere questo il caso della Germania. I tedeschi sono riusciti
a far fronte con successo all’esigenza di riforme economiche. Hanno
liberalizzato il mercato del lavoro e negli ultimi 10-15 anni la loro
competitività è nettamente aumentata. Oggi si aspettano che anche gli altri
facciano lo stesso, e quando ciò non accade, non se la sentono di dimostrare la
loro solidarietà. Questo conferma la mia tesi, che esiste sì la solidarietà in
termini nazionali, ma non nel più vasto contesto europeo. Nell’esaminare
l’evoluzione politica in un lungo arco di tempo, si avverte chiaramente che la
nascita delle istituzioni è spesso il risultato di circostanze accidentali e
contingenti. In un certo senso, nel secolo XI la Chiesa di Roma fondò un
impero temporale allo scopo di preservare la sua indipendenza, mentre in
Inghilterra la nascita della democrazia è dovuta alla sopravvivenza delle
istituzioni feudali: il governo parlamentare si sviluppò dall’esigenza di
bilanciare i poteri di forze vecchie e nuove. Lo studio della storia dovrebbe
far capire che le istituzioni sono anche il risultato di certe coincidenze
fortunate. Sono però convinto che quando una forma istituzionale si rivela
stabile ed efficace ed è considerata legittima, essa tenda a diffondersi. È
accaduto con la democrazia negli ultimi anni. Le recenti ribellioni arabe, che
hanno esteso la democrazia in modo «organico» , dovrebbero rappresentare una
lezione per noi americani e farci capire a quali limiti si va incontro quando
ci si propone di esportare la democrazia in altri Paesi e di impiantare
istituzioni democratiche in altre società. C’è poi la questione del denaro e
del suo rapporto con le democrazie. Non sono tanto sicuro che ci siano stati
mutamenti in questo senso, in quanto politica e denaro sono sempre stati
strettamente collegati. Nelle società meno evolute vige il sistema clientelare,
che costituisce un fenomeno universale in politica. Per alcuni versi, in molte
società europee e nordamericane la politica oggi è molto meno corrotta rispetto
a cent’anni fa. D’altro canto, la politica fondata sui gruppi di interesse ha
via via sostituito le forme originarie di clientelismo, recando un danno
rilevante alla legittimità del sistema democratico. Sono convinto che sotto
questo aspetto oggi la democrazia è davvero alle prese con un grosso problema.
Sto assistendo ora a quanto accade in Nord Africa e in Medio Oriente. Ricordo
la mia esperienza con il colonnello Gheddafi. Non è vero, come si è detto, che
avevo incarichi di consulenza. Voleva vedermi perché aveva letto i miei libri e
abbiamo avuto qualche incontro. In quel periodo tutti speravano in una
possibile liberalizzazione della società libica, così ho pensato che Gheddafi
avrebbe potuto imparare qualcosa dai nostri dibattiti, ma mi sono reso conto
ben presto che era ostile a ogni forma di evoluzione. Non è aperto a nessuna
idea nuova. Il punto di svolta è questo: esiste la speranza che un autocrate si
trasformi in un leader democratico? Ciò è accaduto laddove i governanti
autoritari hanno rinunciato volontariamente al potere, oppure hanno varato
sorprendenti aperture. Penso al Sud Africa, alla Turchia. E negli anni
trascorsi abbiamo visto evolversi in tal senso numerosi Paesi, dall’Europa
orientale all’ex Unione Sovietica, dove nessuno si aspettava di veder attuare
un programma di liberalizzazione. Non si può mai sapere in anticipo quando ciò
accadrà, a meno che non si tratti direttamente con questi Paesi per valutare se
esiste un qualche interesse per il cambiamento di rotta. Verso la metà del
primo decennio del nostro secolo, Gheddafi ha rinunciato al suo programma di
armamenti atomici. Gli Stati Uniti lo hanno rimosso dalla lista dei Paesi
canaglia perché da tempo ormai aveva abbandonato la corsa al nucleare. Vale la
pena esplorare quali sono i limiti della riforma in casi come questo. Mi si
chiede spesso oggi se, sul futuro delle democrazie, conservo lo stesso
ottimismo di quando scrissi La fine della storia. Tutto dipende dal contesto
temporale. La domanda fondamentale che mi ponevo era: «Esiste un processo di
modernizzazione che porta alla democrazia, contribuendo così al miglioramento
delle condizioni di vita? Si vive meglio in democrazia?» . Per me, la risposta
a quella domanda resta sempre affermativa. Nel breve periodo, ovvero nei
prossimi cinque dieci anni, le cose potrebbero prendere una piega preoccupante.
Certo, dopo l’ 11 settembre l’estremismo religioso ha inferto un’infinità di
colpi alla democrazia. Ma oggi la
Primavera araba potrebbe invertire la rotta, o prendere una
strada del tutto diversa. La questione resta: «Nel lungo raggio, esiste il
progresso storico?» . Su questo punto conservo inalterato tutto il mio
ottimismo. Ma è su contesti più ampi che bisogna interrogarsi per capire dove
andrà a parare l’essere umano. Nel saggio Il futuro post umano ho scritto che
non può esserci una fine della storia senza la fine delle scienze naturali
moderne e della tecnologia. Ma non era uno scenario alla Frankenstein. Ciò che
accadrà in futuro sarà il lento accumulo di conoscenze nel campo biomedico che
ci consentirà di manipolare il comportamento umano in modi del tutto nuovi. La
sfida sta proprio qui. Bisogna dire però che le scienze biomediche saranno
indirizzate soprattutto a scopi terapeutici, e su questo siamo tutti d’accordo.
Ma le scelte politiche dovranno essere dettate da precise considerazioni sul
rischio che queste tecnologie vengano usate a fini impropri, tramite
l’ingegneria genetica, l’abuso della clonazione e via dicendo. Non mi sento
necessariamente ottimista quando si tratta di tecnologia. Sono convinto che
debba essere regolata, ma oggi negli Stati Uniti in particolare si preferisce
non porle alcun vincolo. Eppure sono convinto che occorra farlo (Traduzione di
Rita Baldassarre)
Corriere della Sera 26.6.11

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