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Per uscire dalla crisi ascoltiamo il diritto.

Le grandi crisi sorgono quando il diritto va in vacanza.

 

 

La spiegazione all'attuale devastante crisi finanziaria ed economica va trovata non tanto nelle facili e consolatorie accuse alla cupidigia e all'avidità dell'homo oeconomicus. Quanto invece nell'affermazione teorica con la quale John M. Keynes chiude nel 1936 il suo capolavoro: General theory ofemployment, interest andmoney . La frase è tassativa : «Nel bene e nel male sono sempre le idee e non gli interessi consolidati ad essere pericolosi». E così è stato.

Come lo stesso Keynes aveva dimostrato il capitalismo è per sua natura instabile e la conclusione è ovvia: «Qualcuno crede che la depressione sia il risultato di politiche governative sbagliate. Io ritengo sia un fallimento del mercato». Questa è la sintetica dichiarazione di Richard Posner, nel suo recente volume dal significativo titolo: Failure of Capitalism . Scompare dunque il modello predicato da decenni dell'Efficient Markets ypothesis (EM), in base al quale il prezzo di un prodotto finanziario riflette tutte le informazioni rilevanti per la sua valutazione, cosicché ogni deviazione dal modelIo viene nel breve termine riassorbita. L'attuale crisi è comunque la riprova di quanto le teorie, le dottrine, le scuole autoreferenziali possano provocare disastri e quanto i loro sacerdoti o corifei, quando incapaci di onestà intellettuale, continuino indefessi a professarle contro ogni evidenza storica. Né è un caso che il premio Nobel Paul Krugman nella Lionel Robbins lecture del 10 giugno scorso alla London School of Economics ci abbia insegnato che le teorie macroeconomiche degli ultimi trent'anni sono state «spettacolosamente inutili al meglio, e positivamente dannose al peggio, tant'è che noi viviamo nell'era buia della macroeconomia», avendo dimenticato ogni utile saggia lezione del passato.

 

Il primo fondamentale insegnamento che ci deriva dalla crisi è che la ricchezza non può né nascere né alimentarsi crescendo a dismisura dal e sul debito. (...) In periodi di bassi interessi il patrimoni delle imprese, e soprattutto delle aziende di credito e degli intermediari finanziari, è stato costituito solo in minima parte dal capitale e in massima parte da denaro preso a debito. E’ così che si sono moltiplicati strumenti finanziari di cartolarizzazione del debito (o se vogliamo del rischio di credito), chiamati genericamente derivati perché basati su altri titoli, come le opzioni, i futures e così via. E’ altrettanto inevitabile che i mercati dell'investimento diventassero allora mercati d'azzardo, dominati dalla speculazione e dal rischio. Tant'è che si scommette ormai con sfrenata fantasia anche sull'insolvenza delle società e persino degli Stati. (...)

 

Se una colpa dev'essere tuttavia attribuita al pubblico è quella di essere stato miope, passivo e di aver permesso che il privato costruisse nell'opacità un capitalismo che basava il suo sviluppo sul debito e sulla speculazione fuori d'ogni controllo e d'ogni trasparenza. Negli Stati Uniti, dove è scoppiata la crisi e da dove è dilagata le vere colpe del legislatore sono state considerate: quella di aver eliminato nel 1999 il Glass-Steagall Act, il quale impediva alle banche commerciali di operare come banche d'investimento; quella di aver rifiutato, sempre nel 1999, ogni regolamentazione sui derivati; quella del 2004 di aver concesso alle banche di portare il leverage da 10:1 a 30: 1; e infine quella di aver favorito ogni tipo di deregolamentazione. In definitiva, la speculazione ha avuto il sopravvento attraverso un paradosso: si è speculato contro la speculazione, creando strumenti finanziari che erano destinati a coprire i rischi della speculazione e sono diventati essi stessi il suo oggetto preferito e il suo moltiplicatore.

 

Naturalmente i cantieri in corso per combattere la depressione economica sono moltissimi e il paragone con la grande crisi del 29 vede ancora polemicamente divisi autorevoli economisti, quali, per citarne solamente due, Robert Lucas e Paul Krugman, fra loro in opposizione o in favore delle teorie keynesiane, finalmente riscoperte. (...) Nell'ordine, ritengo debbano essere posti all'inizio gli economisti della scuola di Chicago, in particolare il Nobel Gary Becker e Kevin Murphy, trascurando i loro più o meno nostrani seguaci. Ebbene, in un argomentato articolo sul Financial Times del 20 marzo 2009 dall'inequivocabile titolo: «Do not let the cure destroy capitalism» essi hanno sostenuto che ogni intervento pubblico aggraverebbe la crisi invece di risolverla. Meglio quindi lasciar fuori Io Stato che dà pessime prove, come è accaduto a proposito dell'uragano Katrina largamente citato quale esempio negativo. (...)

 

Quel che pare certo è che la globalizzazione privata dell'economia richiede ormai con urgenza una disciplina pubblica, qualunque siano i mezzi e le dimensioni di una sua attuazione ed applicabilità. L'idea che debbano essere i singoli Stati a risolvere le crisi al loro interno oltre ad essere molto diffusa, è quella che finora ha avuto maggiore e quasi esclusiva attuazione, non fosse altro perché dettata dall'urgenza degli interventi che si rendevano via via necessari e che qualsivoglia disciplina non tanto globale, quanto anche a livello internazionale più o meno limitato, avrebbe comunque ritardato la ripresa economica, aumentando i rischi per l'economia mondiale. Il salvataggio con denaro pubblico delle istituzioni finanziarie se da un lato è servito ad evitare l'esplosione di crisi strutturali, ha comunque posto due problemi. Il primo è che questi interventi tampone provocheranno sicuramente la necessità di una revisione di molte normative, fra cui anche quelle anti-trust, stranamente finora lasciate fuori gioco. La tesi che vi siano istituzioni finanziarie o anche industriali «too big to fail», cioè troppo grandi per fallire e che perciò debbono essere salvate in vario modo con denaro pubblico, costituisce un aiuto e un privilegio sotto il profilo concorrenziale accordato addirittura a chi si è comportato nel mercato, rispetto ai concorrenti, in modo scorretto o comunque sbagliato e viene premiato con denaro pubblico perché insolvente o in grave difficoltà e solamente perché, in virtù della sua dimensione, il fallimento potrebbe provocare il collasso dell'intero sistema finanziario o di quello industriale. (...)

 

In verità, la soluzione che appare più sicura nei suoi risultati per dominare una lex mercatoria frammentaria, interscambiabile e facilmente eludibile sarebbe quella della creazione di un'autorità politici mondiale che avesse i necessari poteri per applicare un diritto di governo finanziario ed economico globale. L'idea non è nuova, Già nel 1932 I. M. Keynes nel saggio World Economic Conference riteneva che in assenza di «un governo mondiale del sistema» fosse improbabile evitare un collasso della struttura finanziaria del capitalismo.

 

Colorazione diversa, ma apparentemente identico contenuto appare ora anche nella recentissima Enciclica di Benedetto XVI, la Caritas inVeritate (Libreria Editrice Vaticana, p.110): «Urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale (...).Una simile autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della canti nella verità». Benedetto XVI, pur riconfermando la vocazione internazionale del papato, abbandona ogni riferimento alle radici greche razionali (la ragione teologica), che nel discorso del 12settembre2006 a Ratisbona aveva posto a fondamento della nuova Internazionale Cristiana, secondo la precisa ricostruzione che ne ha fatto Renè Girard (Portando Clausewitz all'estremo, 2008, p. 336 ss.) .  Pare ora che il Pontefice, pur senza menzionarlo, riprenda con convinzione le pericolose elaborazioni del giurista tedesco Carl Schmitt e il fascino del di lui jus publicum europoeum, le cui radici ritrovano nel «rinato diritto romano il padre, (e) la madre, (nel) la Chiesa di Roma» (Un giurista davanti a se stesso, 2005, p. 10), dove il nomos della terra (globalizzato) altro non è che «l'Impero cristiano dei Re Germanici».

 

Al di là e al di fuori di tesi filosofico-politiche o teologiche, più recentemente si è incominciato a considerare la necessità esclusivamente giuridica della creazione di un'autorità internazionale indispensabile per la supervisione dei mercati finanziari. Personalmente ritenevo, già nel 2001 (in Riv. soc., 2001, p. 184), che tale autorità dovesse essere incardinata nelle Nazioni Unite, l'unica istituzione in grado di dirimere conifitti di giurisdizione e di garantire l'enforcement di regole attraverso la Corte di Giustizia Internazionale, la quale potrebbe essere dotata di una seconda Camera. Qualunque sia l'esito di tali proposte è certo che esse non possono neppure venir previste se non intervenga un insieme di regole fondamentali ispirate a principi di comune accettazione in tutti i Paesi, le quali pongano le basi perché il sistema economico non torni ad essere esattamente come prima della crisi o ne scateni una ancora più devastante e definitiva.

 

Il primo fondamentale principio è quello della trasparenza delle operazioni economiche e dell'attività e della struttura di tutti gli operatori del mercato. La mancanza di tale trasparenza è stata determinante per il verificarsi della crisi attuale. Così il sistema dei derivati e dei vari strumenti di cartolarizzazione dei rischi di credito, che il leverage degli operatori ha moltiplicato a dismisura, ha creato una massa informe e incontrollata di titoli, non solo opachi, ma sovente nel loro contorto sviluppo incomprensibili, trattati in mercati non regolamentati e quindi al di fuori di ogni conoscenza e vigilanza. Che questi strumenti finanziari diventino palesi e trasparenti e che vengano eventualmente regolati in una stanza di compensazione è la condizione essenziale per la loro comprensibilità ed il loro controllo. Non diverso problema è tuttora costituito dai paradisi fiscali e dal segreto bancario sui quali si sta discutendo in vista di possibili riforme.

Insomma le grandi crisi sorgono quando il diritto fa vacanza. Ritengo, a questo punto, che la miglior chiusura stia in una ben nota citazione di Rudolf von Jhering ( La lotta per il diritto , 1989, p. 91): «Il diritto può ringiovanirsi solo in quanto la faccia finita col suo proprio passato; poiché il diritto è Saturno, che divora i suoi propri figli».

 

http://www.repubblica.it - 27/9/02

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