Pd, l'Assemblea ha scelto l'orgoglio e la speranza
L'obiettivo di Casini è di fare un grande partito centrista che assembli i moderati del Pd e i liberali del Pdl.
Il giorno dopo le sue dimissioni da segretario del Partito
democratico tutti i giornali aprirono la prima pagina con il titolo:
"Veltroni si dimette e chiede scusa". Titolo ineccepibile perché nel
suo discorso di addio domandò scusa almeno tre volte, all'inizio, alla metà e
ancora alla fine.
Chiese scusa e ringraziò. Prese su di sé tutta la responsabilità
dell'insuccesso, anzi degli insuccessi. Aggiunse: "Non ce l'ho
fatta". E questa è stata l'impressione ricevuta dai lettori, gran parte
dei quali si limita a sfogliare leggendo i titoli e scorrendo velocemente i
testi.
Ma chi ha letto o ascoltato quel discorso sa che c'era molto di più delle scuse
e dei ringraziamenti. Non era affatto l'addio di chi ripiega la bandiera e se
ne va. Era un discorso di rilancio del partito, che forniva ai successori la
piattaforma politica e programmatica dalla quale ripartire. Quella già indicata
al Lingotto dell'ottobre 2007, allora accolta da tutti, dentro e fuori del Pd
come una forte discontinuità rispetto al passato ed una suggestiva apertura
verso il futuro.
Veltroni ha spiegato dal suo punto di vista perché quell'inizio così
promettente è poi andato declinando giorno dopo giorno. Lasciamo pure da parte
la guerriglia che si è quasi subito scatenata contro di lui e sulla quale lui
stesso ha avuto il buongusto di non insistere. C'è stato un suo errore
caratteriale da lui stesso ammesso: la mediazione per tenere insieme a
qualunque costo le varie anime del partito. Forse è meglio dire i vari pezzi
del partito: laici e cattolici, socialisti e moderati, tolleranti e
intransigenti, puri e duri e pragmatici.
Veltroni
ha impiegato gran parte del suo tempo a cercare punti di sintesi che erano
piuttosto cuciture fatte col filo grosso, con la conseguenza che quei vari
pezzi e quelle varie ispirazioni e provenienze sono rimaste in piedi senza dar
vita ad una cultura nuova e unitaria. Con un'aggravante: nel Sud le classi
dirigenti locali, fatte alcune rare eccezioni, hanno un basso livello etico e
politico, non sono gattopardi ma volpi e faine. In tutti i partiti e in tutti i
clan. A destra, al centro e a sinistra. Con frequenti mutamenti di casacche
secondo le convenienze del momento e del luogo.
Questo è stato l'errore di Veltroni, ammesso da lui stesso. Francamente non
saprei trovarne un altro, ma questo è certamente di notevole rilievo. Il
programma c'era ed è adeguato alle contingenze attuali. La linea politica c'era
e anch'essa è tuttora adeguata. Le critiche politiche e programmatiche
formulate da D'Alema nella sua importante intervista rilasciata l'altro giorno
al nostro giornale ci sembrano prive di consistenza. Quella che è mancata è
stata la leadership. Gli era stata data da tre milioni e mezzo di elettori alle
primarie di quell'ottobre, ma lui non l'ha usata.
Le dimissioni sono giunte inaspettate ma hanno avuto un effetto dirompente:
hanno coinvolto l'intero gruppo dirigente, quello che dentro e fuori dal Pd è
stato battezzato l'oligarchia, cioè il governo di pochi. Dopo aver impiegato
sedici mesi per tenerla unita, in un colpo solo le dimissioni del segretario
l'hanno delegittimata e spazzata via tutta insieme. Fuori lui e fuori tutti. Il
partito c'è ancora, la necessità di una forza politica riformista di sinistra
esiste più che mai, ma il gruppo dirigente non c'è più, non ha più
legittimazione.
Ci sono singoli individui apprezzabili per la loro onestà intellettuale, il
loro coraggio, la loro biografia, utilizzabili in quanto individui. Come
personale di governo, se e quando l'eventualità di un governo di centrosinistra
si materializzasse. Ma non più come gruppo politico dirigente. Veltroni si è
dimesso e ha dimissionato l'oligarchia. Non so se ne sia stato consapevole ma
questo è ciò che è accaduto.
* * *
Ci hanno spiegato che il congresso su due piedi tecnicamente è impossibile, si
farà ad ottobre come previsto. Ci hanno spiegato che anche le primarie immediate
sono, se non impossibili, tecnicamente difficili, i candidati non avrebbero
neppure il tempo di presentarsi ai loro elettori come avviene in tutte le
primarie serie, specie per i candidati nuovi, cioè non provenienti dal vecchio
gruppo dirigente.
Ma c'è soprattutto una ragione politica che ha sconsigliato le primarie
immediate. Per almeno un mese il partito avrebbe dovuto ripiegarsi su se stesso
e un altro mese sarebbe poi passato per insediare il nuovo segretario.
Significa che fino a maggio il partito sarebbe di fatto stato senza una guida e
quindi in piena anarchia.
Nel frattempo la vita politica e parlamentare proseguirà, sarà necessario
decidere come fronteggiare la crisi economica che proprio tra marzo e maggio
raggiungerà il suo culmine, quale sarà l'atteggiamento del Pd sui temi della
sicurezza, della riforma della giustizia, del testamento biologico, del
referendum; bisognerà designare migliaia di candidati alle elezioni
amministrative e formare le liste per le elezioni europee, organizzare la
campagna elettorale che culminerà nell'"election day" del 6 giugno.
Un lavoro immane, impossibile da svolgere con un partito privo di fatto di
guida politica. Era pensabile una soluzione di questo genere? O si trattava di
un "cupio dissolvi" verso il quale il cosiddetto popolo di sinistra
poteva precipitare? Bertinotti ha ravvisato un parallelismo tra la crisi che ha
già dissolto la sua sinistra e quella che si profilava nella sinistra
riformista. La previsione è stata per fortuna scongiurata dai riformisti e la
ragione ha prevalso su precarie emotività.
Così è avvenuto con il voto dell'assemblea che a larghissima maggioranza ha
scelto la soluzione Franceschini per colmare il vuoto lasciato dalle dimissioni
di Veltroni. È una scelta di continuità oppure di rottura rispetto alla fase
conclusa l'altro ieri?
* * *
Il nuovo segretario proviene dall'ala cattolica del Pd, è stato fin qui il
numero due del partito condividendo con Veltroni la linea politica e la
gestione. Tuttavia il suo discorso all'assemblea di ieri non è stato di
continuità ma di rottura. Si è impegnato ad azzerare tutti gli incarichi al
centro e alla periferia. Ha preso una posizione decisamente laica sul tema
scottante del testamento biologico.
Per lui questa scelta non è inconsueta: fu il promotore e il primo firmatario
del documento pubblicato un anno fa, sottoscritto dalla quasi unanimità
dell'ala cattolica impegnata nel Pd, che rivendicava la piena autonomia delle
scelte rispetto alla precettistica della gerarchia ecclesiastica. Una linea che
cominciò da De Gasperi e proseguì fino ad Aldo Moro e poi a De Mita. Del resto
nessuno meglio di un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di
difendere la laicità dello Stato, la libertà dei cittadini e la loro eguaglianza
di fronte alla legge anche se sostenendo questi principi ci si discosta dalle
posizioni dei Vescovi e del Vaticano.
Vedremo in che modo il nuovo segretario adempirà agli impegni presi di fronte
all'assemblea che lo ha eletto. Dovrà servirsi della sua oggettiva debolezza
politica per farne una forza. Se ci riuscirà avrà come premio il merito di
consegnare al futuro congresso un partito che ha superato una "tempesta
perfetta" senza implodere nell'anarchia e nello sconforto. Questo è il suo
compito ma per svolgerlo avrà bisogno del sostegno della base, soprattutto dei
nuovi dirigenti che dovrebbero emergere durante questi mesi di procellosa
navigazione.
* * *
Nel frattempo Casini è uscito dal fortilizio che ha difeso finora con tenace
volontà e si è lanciato in una guerra di movimento. La situazione dal suo punto
di vista gli è favorevole dopo il successo in Sardegna della sua lista
apparentata con Berlusconi. Il Pd è in crisi e una parte dell'ala cattolica
propugna da tempo un'alleanza con l'Udc non escludendo una possibile scissione.
Ma tra il dire e il fare ci sono tuttavia molti ostacoli. Il primo sta nel
fatto che Casini non ha alcun interesse a stipulare un'alleanza nazionale col
Pd, che è pur sempre un partito con un seguito molto più numeroso del suo.
Alleanze locali laddove siano vincenti sì, ma un patto di unità d'azione
nazionale certamente no.
L'obiettivo di Casini è di fare un grande partito centrista che assembli i
moderati del Pd e i liberali del Pdl. Grande rispetto all'attuale Udc che ottiene
il 10 per cento nei luoghi in cui si allea con Berlusconi ma ritorna al suo 5-6
quando va da sola. L'obiettivo di Casini dovrebbe portare il suo partito di
centro verso un consenso a due cifre, oltre il 10 per cento, in una forchetta
da lui auspicata tra il 12 e il 15. Il modello che ha in mente è quello di
Kadima, il partito israeliano fondato da Sharon e ora guidato da Tzipi Livni,
che ha frantumato il Labour ed ha ottenuto alle recentissime elezioni una
discreta affermazione in un quadro che registra un massiccio spostamento verso
la destra e l'estrema destra dell'opinione pubblica di quel paese, con alcune
punte dichiaratamente razziste.
Il quadro politico italiano non è paragonabile a quello di Israele, tuttavia il
riferimento a Kadima lo fanno esplicitamente Casini e Buttiglione. Qualche
ragione ci sarà. Lo schema mentale di Casini è quello d'un partito di centro
cattolico, moderato e liberale che alimenti il cosiddetto regime dei due forni
e cioè tre partiti sulla scacchiera, uno a destra, l'altro a sinistra un terzo
al centro e quest'ultimo come ago della bilancia che decida quando e con chi di
volta in volta allearsi. Non a caso questo schema, quest'ipotesi di lavoro è
sostenuta da gran parte dei "media" che danno voce a interessi forti
la cui moneta è rappresentata dallo scambio dei favori e dalla reciproca
protezione.
Nei mesi che ci stanno alle spalle abbiamo assistito ad una campagna di
delegittimazione sistematica nei confronti di Veltroni e del Pd, rei di non
piegarsi a sufficienza alla connivenza con il centro e con la destra. Veltroni
ha commesso un errore e l'abbiamo già indicato, ma ha resistito a quella
pressione che però ha infine raggiunto l'obiettivo che perseguiva ottenendo il
suo ritiro. Non è tuttavia riuscita a far implodere il Partito democratico e
personalmente mi auguro che non ci riuscirà.
La politica dei due forni d'altra parte è irrealizzabile per una decisiva
ragione. Essa presuppone che i due forni, cioè i due piatti della bilancia,
siano solidi e di forza equivalente. Quello di destra è in realtà fortissimo,
almeno fino a quando il populismo di Berlusconi farà presa sulla maggioranza
degli elettori. Quello di sinistra è fragile, alla ricerca di una identità
nuova che superi le storie antiche e ormai inservibili. Senza una sinistra
salda non esiste l'ago della bilancia perché non esiste la bilancia. Ci sarebbe
soltanto un centro aggregabile alla destra o relegato al margine della
scacchiera. La sinistra scomparirebbe in una palude di sabbie mobili lasciando
senza rappresentanza politica una massa di ceti sociali privi di poteri di
negoziazione e inchiodati ad un rapporto perverso tra padroni e servi. Con una
regressione sempre più rapida della Chiesa verso un ruolo lobbistico colluso
con un governo di atei devoti.
Con l'elezione del nuovo segretario del Pd comincia l'ultimo atto di un
percorso accidentato ma forse più consapevole e più partecipato. È auspicabile
per la democrazia italiana che da qui si riparta con nuova lena e intatte
speranze.
( da La Repubblica 22 febbraio 2009)

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