Parole d'estate
Non serve una legge perché già ora in Italia non c'è nessun impedimento a rendere i dipendenti partecipi dei profitti aziendali.Serve solo volontà politica.
Agosto è, da sempre, il mese delle parole in libertà nel Belpaese. I giornali sono avidi di spunti da offrire a lettori che non hanno voglia o modo di approfondire, di chiedersi chi, come e perché. E poi ci sono tante tribune nei luoghi di villeggiatura per chi vuole cimentare le proprie arti oratorie. Gli applausi sono garantiti. Il pubblico è in vacanza, cerca diversivi ed è di bocca buona.
TUTTI PAZZI PER LA PARTECIPAZIONE AGLI UTILI DI IMPRESA
Questo agosto è stata di moda la partecipazione dei lavoratori
agli utili di impresa. Ne hanno parlato in quel di Rimini, tra gli altri,
Cesare Geronzi (“vanno sperimentate forme articolate di partecipazione ai
risultati aziendali”), Maurizio Sacconi (“Giusto che i lavoratori acquisiscano
il diritto a condividere i risultati delle loro fatiche anche in termini di
salario collegato ai risultati dell’attività aziendale”) e, infine, Giulio
Tremonti (“la politica di combinazione tra capitale e lavoro va sviluppata con
una remunerazione calcolata sugli utili delle imprese”).
Belle parole. Ma cosa vorranno dire? Strano che nessun sul palco abbia chiesto
chiarimenti agli illustri relatori. Peccato anche perché forse la folla
adriatica avrebbe apprezzato moderatori che incalzavano gli ospiti invece di
limitarsi a ossequiarli. Non possiamo allora che cercare di carpire il
significato di queste parole dai comportamenti di chi le ha
pronunciate. Dopotutto, non c’è nulla, proprio nulla, che impedisca loro di
metterle in pratica. Nel loro piccolo o grande che sia.
Cesare Geronzi è stato, in sequenza, direttore generale della Cassa di
Risparmio di Roma, poi Banca di Roma e Capitalia, presidente di Mediobanca e di
Assicurazioni Generali. Queste aziende hanno conseguito profitti ingenti
durante la sua reggenza. Ma non ci risulta che Geronzi abbia reso i suoi
dipendenti “partecipi dei risultati aziendali”. Forse intendeva rendere
partecipi gli stakeholders, le famiglie che avevano messo i loro
risparmi in queste banche. In effetti, la Banca di Roma ha indotto molte di loro a comprare
azioni e obbligazioni Cirio e Parmalat, partecipando
attivamente al crac di queste società. Una partecipazione utile, ma per qualcun
altro.
Giulio Tremonti è stato ministro dell’Economa (per otto degli ultimi dieci anni
e in tre degli ultimi quattro governi) e Maurizio Sacconi ministro del Lavoro
(da due anni, prima per cinque anni è stato sottosegretario). Da molto tempo
hanno annunciato una legge sulla partecipazione agli utili dei
lavoratori. L’ultima volta in cui avevano dichiarato che sarebbe stata “legge
entro l’anno” era esattamente un anno fa. Da allora non se ne è saputo più
nulla. C’era anche un testo bi-partisan elaborato dalla commissione
Lavoro del Senato di cui si è perso traccia. I contribuenti italiani (tra cui
soprattutto ci sono lavoratori dipendenti) hanno comunque nel frattempo
partecipato alle perdite di Alitalia, accollandosi circa 3
miliardi di debiti della “bad company”.
Non che sia andata meglio ai dipendenti degli studi professionali.
Forse qualcuno si era illuso leggendo del divieto per gli avvocati di
costituirsi in società di capitali, una misura che verrà
presto estesa a tutti gli ordini professionali, secondo il Guardasigilli
Alfano. Forse, avrà pensato, serve affinché gli studi spartiscano gli utili coi
loro dipendenti, anziché con gli azionisti. Purtroppo, bene che ne sia
consapevole, serve solo a escludere la concorrenza, quei
dipendenti che aspirano, prima o poi, a metter su il loro studio professionale.
Avranno, purtroppo, vita ancora più dura: ritorno alle tariffe minime
inderogabili, divieto di pubblicità, esami di ingresso ancora più difficili.
Invece della partecipazione agli utili si sta promuovendo la cooptazione negli
ordini da parte di chi un posto al sole, ce l’ha già.
Al posto delle promesse liberalizzazioni ci sono quindi solo
le parole in libertà. Ne faremmo volentieri a meno. E francamente faremmo a
meno anche di una legge sempre promessa e mai realizzata sulla partecipazione
agli utili dei lavoratori. Il motivo è che non c’è nessun legittimo impedimento
a rendere i propri dipendenti partecipi dei profitti aziendali in Italia,
anziché limitarsi a farli partecipare, spesso inconsapevolmente, ai fallimenti
societari. Ma una cosa invece sì, ci sentiamo di chiederla a chi continua a
prendere in giro milioni di lavoratori. Riducete il carico fiscale
che grava sul lavoro, riequilibrando il gettito, in modo tale da spostarlo dal
lavoro alle rendite, a partire da quelle finanziarie. Non farà
piacere ai banchieri, ma farà aumentare la partecipazione al mercato del lavoro,
rivelandosi utile nel far aumentare la ricchezza di tutti.
http://www.lavoce.info 01.09.2010

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