Operazione banalità
Quali leggi e stratagemmi inventerà Ubu perché ogni processo si spenga?
Oggi si apre a Milano il processo Ruby, e qualcosa di strano
sta accadendo, nonostante l'ora sia grave e parecchio miserabile. Un presidente
del Consiglio è incriminato per aver abusato del proprio potere, costringendo
la questura a rilasciare una ladruncola che gli stava a cuore e non esitando a
spacciarla per la nipote di Mubarak. Pende anche l'accusa di favoreggiamento di
prostituzione minorile, perché Karima El Mahroug (Ruby) frequentava festini a
Arcore, prima della maggiore età. E li frequentava assieme a ragazze che si
prostituivano in cambio di soldi, gioielli, appartamenti, carriere. Le prove
sono tali che è stato scelto il rito abbreviato. Un dramma insomma, per un uomo
che addirittura anela al Quirinale: e tale resta anche se la Consulta approvasse il
parere espresso dalla maggioranza dei deputati, secondo cui il premier non è
giudicabile da tribunali ordinari. Un'esperienza non invidiabile, quantomeno, e
chiunque si sarebbe aspettato dall'imputato, in ore così cupe, un atteggiamento
adatto alla circostanza: i latini lo chiamavano gravitas, virtù di chi governa
(lo è ancora, nell'articolo 54 della Costituzione). Da sempre, la calamità personale
è la verifica dell'attitudine al comando.
Ma nel mondo di Silvio Berlusconi non è così. Se solo proviamo a penetrarlo,
vedremo che è un mondo parallelo, in tutto somigliante all'allestimento, al
casting, al linguaggio delle televisioni commerciali. La realtà sfuma in
irrealtà e viceversa, i protagonisti non parlano ma recitano copioni
preconfezionati, il pubblico plaudente è esibito come popolo, qualche comparsa
emette fandonie. Questo è il premier, specie in questi giorni: una comparsa
buffonesca, che sghignazza su quel che fra poco, anzi oggi, sta per accadergli.
L'Italia intera è un suo villaggio Potemkin, fatto di cartapesta colorata per
occultare detriti e rovine.
Nel villaggio lui è re, e ride ininterrottamente, di tutti e anche di sé. Il
sipario del processo sta per alzarsi ed eccolo che il 2 aprile racconta una
delle sue lunghe barzellette. Il pubblico batte le mani, e quest'euforia non è
il capitolo meno sinistro del copione. Se Karima ha un nomignolo possiamo darlo
anche all'autore della sceneggiatura: chiamiamolo Ubu Re, perché come nel
dramma di Alfred Jarry prende il potere per "mangiare più salsicce,
comprarsi ombrelli, far soldi"; perché promuove i corrotti, elargisce
denaro perché glielo consiglia Mamma Ubu, annienta i nobili e soprattutto i
magistrati, condannati a vivere delle multe comminate e dei beni dei condannati
a morte.
Le barzellette sul caso Ruby mancano furiosamente di sottigliezza, non di
furbizia. Sono pornografia allo stato puro, e la pornografia, si sa, cancella
l'oggetto del desiderio facendolo vedere così da vicino che pare troppo vero
per esser vero. Succede sempre, con l'osceno: quel che ammalia è il reale in
eccesso, è l'iper-realtà (la parte del corpo è ingrandita come da una lente).
"L'unico vero fantasma della pornografia non è il sesso ma è la realtà
stessa, assorbita in qualcosa che non è reale, ma iper-reale", scrive
Baudrillard sulla seduzione. Berlusconi non nasconde nulla di quel che fa ma
anzi ne dilata i dettagli, li rende derisori, li evoca anche nei momenti in cui
uno magari penserebbe ad altro. Di continuo siamo trascinati nel suo
set-universo parallelo dove il reale si dissolve e l'assedio svanisce: perché
se è derisorio lui quanto più lo saranno magistrati e giornalisti!
Ha un suo sogno ridicolo e non sottile, l'uomo Berlusconi, ma c'è del metodo e
anche una cinica conoscenza delle cose, nel suo architettare villaggi finti:
c'è la rappresentazione di una gioventù scombussolata da lavori senza futuro, e
di un'Italia ridanciana, indifferente alle leggi perché dalle leggi non
protetta. Un'Italia con la quale Ubu s'identifica, e che s'identifica con Ubu.
Basta divenire padrone delle parole e delle leggi, per storcere gli eventi e
capovolgerli. Risultato: quello di oggi non è un processo per concussione e minorenni
prostituite. È un monumentale processo al desiderio, alla simpatia, alla
leggerezza, alle risate. L'ironia, la più eccelsa delle arti, è usata come arma
micidiale che sminuzza i fatti e li rende irriconoscibili. Niente mi minaccia,
se ci rido sopra. Niente m'insidia, se come Napoleone m'impossesso dei sogni di
soldati ed elettori. È il sotterfugio offerto sin dall'inizio dalle sue tv,
tramite le quali conquistò le menti e l'etere. Lui ri-crea un mondo ma
frantumato, e nel frammento vivi bene perché non vedi il tutto, non connetti i
fatti tra loro sicché li scordi presto. Robin Lakoff, denunciando i nuovi
demagoghi delle destre americane, parla di agenda dell'ignoranza.
Chi non dimentica il tutto, il contesto, è lui, il capo che sui falsi paesaggi ha
idee ben chiare. Deve essere un paesaggio di emergenza e caos perenni, dove chi
comanda si traveste da vittima, dove il potere continuamente deve essere
espugnato, mai esercitato. Il Parlamento merita castighi, perché il leader sia
solo davanti al popolo (davvero il premier ha sgradito gli insulti di La Russa al presidente della
Camera?). Magistratura e Consulta hanno fame di potere politico, e vanno
evirate. La Costituzione
è un laccio. La politica non è manovrare, ma rimestare e smistare possibili
ricatti. Gheddafi era così: ostile alle istituzioni rappresentative, incarnando
il popolo si pretendeva inamovibile. Formalmente non governava lui ma i
Congressi popolari. Lui, dietro le quinte, era Papà Ubu.
Resta la stranezza, il mistero. Perché tanto ridacchiare, alla vigilia del
processo Ruby e di altri procedimenti? Quale spettacolo sta mandando in onda,
di cui noi non siamo che ignoranti comparse? Quali leggi e stratagemmi
inventerà Ubu perché ogni processo si spenga? L'obiettivo è la negazione del
reale, ma c'è un più di violenza, c'è una tattica bellica preventiva presa in
prestito dallo Spirito dei Tempi. Tutto è annuncio preventivo, prima che il
reale si avveri, ne abbiamo conferma proprio in questi giorni nella guerra di
Libia: anche qui viviamo eventi senza conoscerli, che paiono escrescenze delle
tv commerciali. Ci sono stati certamente massacri, da parte di Gheddafi. Ma
quanti e dove? I cronisti dicono che ci sono stati, ma non visti perché
mancavano le telecamere. La tv commerciale fa legge, prima ancora che le cose
avvengano: "Lo dice la televisione", e performativamente il fatto
esiste. In un blog intitolato Una Storia
Noiosa 1 leggo: "Il fact finding/checking viene sostituito
da immagini che non esistono, ma che se esistessero testimonierebbero
indubitabilmente la realtà di questi fatti, di cui peraltro il giornalista non
è testimone diretto. Vertiginoso. Nasce il genere del "reportage
preventivo". Non so dire se siamo al funerale dell'immagine o al suo trionfo:
l'immagine può permettersi di non esistere fisicamente, tanto tutti diamo per
buono che rappresenterebbe fedelmente quella che già sappiamo essere la
realtà".
Nel mondo di Berlusconi, la guerra al reale si fa preventiva. Più precisamente,
e in conformità al personaggio: si fa apotropaica (apotropaico è il gesto che
allontana e annulla un'influenza maligna: per esempio, toccar ferro).
Apotropaico è il modo in cui ha difeso, il 10 marzo, la riforma della
giustizia: se si fosse fatta nel '92-93, Tangentopoli sarebbe proseguita
indisturbata, non ci sarebbero state Mani Pulite né "l'invasione da parte
della magistratura della politica e l'annullamento di un'intera classe
dirigente".
Una risata vi seppellirà. Lo promette Berlusconi, forse dimenticando che furono
gli anarchici dell'800 e la sinistra estrema nel '900 a coniare lo slogan.
Fortuna che abbiamo Lao Tzu, che da 2.500 anni dice, della via saggia e giusta:
"Quando un dotto di prim'ordine sente parlare della via, la segue
rispettosamente. Quando un dotto di mezza levatura sente parlare della via, ora
la mantiene ora la perde. Quando un dotto d'infimo ordine sente parlare della
via, si fa una grande risata".
http://www.repubblica.it (06 aprile 2011)

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