Odissea nello spazio geometrico
Atomi, quadri e pianeti se la fantasia matematica ci spiega l´universo. Non ci sono solo numeri ma anche emozioni e sentimenti
L´immaginazione del matematico si può paragonare per certi versi al viaggio che
Ulisse fu costretto a compiere per tornare a Itaca dopo la distruzione di
Troia. Il paragone, che sembrerebbe ispirato a un gusto spericolato della
metafora, fa invece parte di una importante riflessione di Proclo, il grande
filosofo neoplatonico del V secolo autore di un celebre Commento al I Libro
degli «Elementi» di Euclide. Proclo provò infatti a spiegare, con argomenti
tutt´altro che obsoleti, il significato dell´invenzione geometrica, di quella
produzione così varia, per non dire sterminata, di forme e di figure con cui
siamo soliti organizzare lo spazio che ci circonda. Per Proclo la ragione del
geometra possiede sì i concetti, ma non è capace di vederli se non
proiettandosi all´esterno, dispiegandoli nell´immaginazione, in varie
composizioni e scomposizioni di figure, e solo dopo aver considerato la moltitudine
di forme e raffigurazioni le rivolge di nuovo verso l´unità di una conoscenza
intellettiva. Lo studio della geometria sarebbe allora, scrive ancora il
filosofo neoplatonico, un dono di Ermes il quale, prendendo le mosse dalla
ninfa Calipso, sapeva risvegliare con la sua verga gli uomini dal sonno e
ricondurre l´opera dell´immaginazione a una conoscenza più completa e
affrancata dagli impulsi dispersivi della fantasia: un ritorno all´intelletto
simile a quello di Ulisse a Itaca.
Il nuovo libro di Piergiorgio Odifreddi, C´è spazio per tutti, appena
pubblicato per Mondadori (pagg. 266, euro 22), ha ora il merito di descrivere
in forma sintetica, brillante e mai dispersiva, questa incredibile varietà di
figure e di immagini che la fantasia matematica è in grado di produrre; da una
parte quindi un percorso variegato, quasi un "giro smarrito", nella
molteplicità variegata e proteiforme delle immagini, dall´altra le ragioni che
consentono di astrarre, di dimostrare, di studiare l´equivalenza di diverse
figure, di definire e calcolare rapporti e proporzioni, di costruire figure
simili, ossia di collegare con l´intelletto la pluralità delle forme e di
costruire infine quella scienza geometrica che è l´imponente e incredibile
invenzione del genio greco. Si tratta forse del primo capitolo di un più vasto
"racconto della geometria", un progetto che si limita per ora alle
conoscenze più antiche, dall´India e dall´Egitto fino ai grandi matematici
dell´epoca ellenistica, come Euclide, Archimede o Apollonio.
Come dimostra Odifreddi, che offre pure al lettore un attraente corredo
iconografico, la grande varietà di figure create dalla fantasia matematica
trova riscontro in ogni aspetto del mondo reale. Siamo letteralmente circondati
dalla geometria e spesso non ce ne accorgiamo neppure. Immagini geometriche più
o meno regolari si trovano nelle arti, come la pittura e l´architettura, sia
antiche che moderne. Ma spesso è la stessa natura a offrircene esempi mirabili,
alcuni direttamente osservabili, per esempio nei radiolari o nei cristalli,
altri collegabili ai modelli più o meno attendibili con cui l´uomo ne descrive
i fenomeni, come il tetraedro, nei cui vertici sembrano disporsi gli atomi del
metano o del fosforo bianco, oppure il sistema di solidi regolari incastrati
l´uno nell´altro con cui Keplero si era immaginato il sistema solare.
Lo spazio allora non è solo oggetto di uno studio scientifico, ma è pure un
nostro concetto del reale, un ambito di esperienza concreta che coinvolge
perfino, come aveva già osservato Leonardo Sinisgalli, sentimenti ed emozioni.
Odifreddi considera quasi esclusivamente, in questa prima parte del suo
"racconto", lo spazio euclideo, ma sposta pure incidentalmente e
opportunamente l´attenzione del lettore su altri tipi di spazio, quelli non-euclidei
dovuti agli studi più avanzati, nel XIX secolo, di Gauss, Bolyai, Riemann e
Lobacevskij. Lo spazio euclideo è omogeneo, illimitato, isotropo, continuo e,
come si dice, "a curvatura zero", caratteristiche che non sempre si
trovano nella nostra percezione della realtà, e neppure nell´esperienza
artistica, come si vede in certi quadri stranianti e allucinati di Vincent van
Gogh.
La geometria elementare di Euclide poggia sul celebre postulato delle parallele
che, nella formulazione di Proclo, afferma che per un punto fuori di una retta
passa una sola parallela alla retta. La premessa di altre geometrie, che si
sono dimostrate più idonee alla descrizione dell´universo fisico, è di non
assumere a priori quel postulato come vero o come falso. Un´idea di John Wallis,
enunciata nel 1663, era di stabilire un´equivalenza tra il postulato delle
parallele e il principio in base al quale per ogni figura ne esiste una simile
di grandezza arbitraria. Un´idea di estremo interesse, che ci proietta sia
indietro che in avanti nella storia. In avanti, perché è facile dimostrare che
certi concetti basilari dell´analisi e del moderno calcolo scientifico poggiano
sui modi di ingrandire una figura mantenendone invariata la forma. Dalle
tecniche di ingrandimento di un quadrato dipendono infatti l´idea analitica di
"incremento", i metodi di linearizzazione e il calcolo iterativo,
basato sull´applicazione ripetuta, passo per passo, di uno stesso operatore a
stime numeriche sempre più vicine alla soluzione cercata. Ma l´idea di Wallis
ci sposta pure all´indietro, perché tra le prime applicazioni di costruzione
con riga e compasso, a partire circa dal VII secolo a.C., figurano le
costruzioni di altari vedici in diverse scale di grandezza, una geometria che
potrebbe avvalorare la congettura su un´origine rituale della matematica.
Lo scetticismo di Odifreddi in materia di credenze religiose, dimostrato qua e
là in questo libro come in altri, non deve ingannare troppo: il suo, azzardo
l´ipotesi, è un interesse ex contrario, che comporta il rifiuto di immagini
tanto sfolgoranti quanto potenzialmente idolatriche. Ma sempre un interesse è:
meglio riferibile, forse, a quelle tradizioni di teologia negativa in cui il
dio è rivestito delle sue sembianze più vili, come nelle immagini irridenti e
demistificanti delle Commedie di Aristofane o nelle figure deformi dell´arte
mitologica di Paul Klee.
Repubblica 24.11.10

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