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Non posso dirmi cristiano

A colloquio Il filosofo smentisce un ritorno alla fede e confuta gli argomenti degli «atei devoti» che conciliano liberalismo e religione. «Una società ispirata al Vangelo è preferibile, ma non basta a risolvere i problemi».

Incontriamo Emanuele Severino nella sua casa di Brescia, tra i libri, il pianoforte e le sculture del figlio Federico, artista a suo tempo osteggiato (e apprezzato) da Giovanni Testori. Gli chiediamo se stia andando verso il cristianesimo o se la Chiesa cerchi di riprenderlo tra le sue braccia, giacché non si contano più gli incontri con esponenti della gerarchia cattolica: Rino Fisichella, Piero Coda, Gianfranco Ravasi, inviti alla Gregoriana e alla Lateranense. È in programma a marzo, tra l'altro, un dibattito con il cardinal Angelo Scola: si terrà a Padova per iniziativa del rettore dell'Università.

Sembrano passati i tempi del processo a Roma, quando Severino – ordinario alla Cattolica di Milano – affrontò le procedure dell'ex Sant'Uffizio e accettò la discussione delle sue idee. Il definitore dell'istituzione e suo critico era Cornelio Fabro. Lasciò di comune accordo la cattedra, dopo – ricorda – «aver conosciuto da vicino le procedure che caratterizzarono la storia della Controriforma».

Severino, dopo questa divagazione dal sapore galileiano, replica alla domanda di partenza: «Da un po' ci si impegna per mostrarsi vicini alla Chiesa cattolica: "atei devoti" (Ferrara), "Dio, Patria e Famiglia" (Tremonti), "Perché dobbiamo dirci cristiani" (Pera), Gramsci lo si fa morire con i Sacramenti. Con quel che circola, una società che adotti valori cristiani è per noi preferibile, ma le preferenze non risolvono i problemi dell'uomo. Da vent'anni indico la possibilità di un'islamizzazione dell'Europa e da altrettanto tempo anche l'opportunità di più stretti rapporti tra Europa e Russia (ora è una tesi di Berlusconi), giacché nelle radici cristiane dell'Occidente c'è anche il mondo ortodosso. La Chiesa cattolica non lo sottovaluti».

Chiediamo allora a Severino come si sta muovendo il suo discorso rispetto al cristianesimo. «I miei scritti – risponde – hanno via via mostrato le implicazioni di ciò che in essi è chiamato "destino della verità", ovvero l'assolutamente innegabile che appare in ogni uomo anche quando è lontanissimo dal rendersene conto. Ma in quello che andavo scrivendo si è presto fatto avanti questo ulteriore tratto: il "destino" è la negazione più radicale di tutto ciò di cui l'uomo si è reso conto, anche del cristianesimo, e di ogni critica rivoltagli». Ricordiamo a Severino, dopo queste precisazioni, che fu proprio con il cristianesimo che si sviluppò la sua polemica. Sottolinea: «Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un problema autentico ». D'altra parte, «l'uomo è "destinato" a una gioia infinitamente più profonda di quella promessa dal cristianesimo».

Inevitabile ricordare a Severino che quanto egli chiama «accordo» lo si discute molto e una serie di scritti si sta chiedendo quale sia l'effettivo rapporto tra questo filosofo e il cristianesimo. «Sì, è vero», ammette. E precisa: «Ci sono ora gli ampi saggi di Leonardo Messinese, Ines Testoni, Umberto Soncini e Massimo Donà, di grande valore. Ma non è finita perché accanto a queste ricerche sono nate le considerazioni di Carlo Arata e dell'indimenticabile Italo Valent. E di Franco Volpi, Sergio Givone, Umberto Galimberti, Luigi Tarca, Andrea Tagliapietra, Romano Gasparotti, Giorgio Brianese, Eugenio Mazzarella, Romano Madera, Davide Spanio, Francesco Totaro, Pietro Barcellona, Natalino Irti... ». Una pausa e Severino aggiunge: «Inoltre Giulio Goggi – taccio i numerosi altri che la tirannia dello spazio mi impedisce di citare – sta discutendo il ventennale dialogo che ebbi con Gustavo Bontadini, mio maestro ed eminente figura della filosofia cattolica».
Non può sfuggire il fatto che Messinese sia sacerdote e professore alla Pontificia Università Lateranense. Severino aggiunge: «Egli intende tener fermo il modo in cui nei miei primi scritti viene affermata l'eternità dell'essere, e mi segue nella tesi che il processo dell'uscire dal nulla, e il ritornarvi, da parte delle cose, non è un contenuto immediato dell'esperienza, un "dato" evidente, ma una teoria, ed essenzialmente falsa. Tuttavia l'"accordo" finisce qui, perché quello di Messinese è un tentativo, originale, di reintrodurre il concetto metafisico e cristiano di "creazione"». Una pausa e un affondo: «Un tentativo di altissimo livello, anche se creazione e annientamento degli enti rimangono qualcosa di impossibile: intendendo l'atto creativo come eterno – in modo che le cose stesse, in esso, sono eterne – tale atto in Dio è libero e quindi sarebbe potuto rimanere un nulla, lasciando quindi nel nulla anche le cose creabili». E ancora: «Il clima di Messinese converge con quanto scrivono Piero Coda, Giuseppe Barzaghi e Pierangelo Sequeri, teologi e sacerdoti; oppure Carlo Scilironi. Ravvisano in quanto dico qualcosa da cui la fede cristiana non può prescindere». La tradizione occidentale include anche il neoplatonismo, «centrale – sottolinea Severino – per la cultura cristiana». E precisa: «Su di esso si fonda pure il poderoso volume di Massimo Donà, che è un implicito invito – da tempo mi giunge anche da Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello – ad andare oltre le categorie del "destino della verità", verso l'Altro, ma che da queste categorie è inevitabilmente avvolto e sorretto».
Certo, ci viene da aggiungere che il recente libro di Marcello Pera, lodato dal Pontefice, afferma la creazione divina del mondo... «E mette insieme – continua la frase Severino – il modo in cui la creazione è affermata dall'antimetafisico Kant e dal metafisico Locke, e il modo in cui Kant e Locke condannano il suicidio, e tante altre cose che insieme non possono stare».

Una pausa e il nostro interlocutore precisa: «Pera sostiene la solidarietà tra cristianesimo e liberalismo. Quest'ultima ideologia è per lui una "fede" nell'esistenza di Dio, creatore, della "legge naturale", dei "diritti naturali", della "verità" e della "moralità" universali. Ma poi ritiene che la "fede" liberale sia quella parte della ragione umana che è autonoma rispetto alla ragione scientifica: riduce a semplice fede quei contenuti che la filosofia della tradizione ha invece pensato con grande potenza concettuale e con l'intento di mostrarne l'assoluta incontrovertibilità. Confonde la fede nell'esistenza della verità universale con la verità universale, la fede nella ragione con la ragione. È interessante che di queste confusioni Benedetto XVI lodi la "logica inconfutabile", la "sobria razionalità", l'"ampia informazione filosofica" eccetera eccetera».

A questo punto non possiamo esimerci dal chiedere se per Severino il nemico autentico del cristianesimo, all'interno della storia dell'Occidente, sia l'essenza del pensiero del nostro tempo. «È molto originale – risponde – a proposito di questo nemico il saggio di Ines Testoni, direttrice del Master "Studi sulla morte e il morire" dell'Università di Padova. In esso è posto in rilevo che l'apparire di quella forma emergente di linguaggio, che è la testimonianza del "destino della verità", è di per se stesso una rivoluzione politica, per la quale la storia non può procedere secondo le previsioni dell'Occidente. E ciò avviene anche se tale testimonianza è contrastata dalle forze interessate a tenere in vita il pessimismo (e l'alienazione) essenziale della nostra civiltà: la convinzione che le cose e l'uomo, in quanto tali, siano nulla e che occorrano delle forze (divine, naturali, umane) per farli essere».

C'è un'ultima questione nata dal nostro incontro che sottoponiamo a Severino: a partire da Abbagnano si sottolinea spesso la relazione tra il pensiero di Hegel e il suo. «Sì – risponde – il rapporto tra "destino" e cristianesimo è a tema anche nel recente e penetrante volume di Umberto Soncini che, appunto, lo accosta attraverso un serrato confronto tra la concezione hegeliana del fondamento e la mia». Soncini, del resto, mette in luce l'incapacità di Hegel di rimanere fedele a se stesso, evidenziando peraltro l'inconsistenza dell'interpretazione che vede nel pensiero hegeliano la negazione del «principio di non contraddizione». Comunque per Severino la filosofia è l'anima e insieme l'alienazione delle opere stesse dell'Occidente, «e il destino della verità è l'aver già da sempre oltrepassato quest'anima...».

 

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