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Non basta la casa per resistere alla crisi

I dati pubblicati dalla Banca d'Italia indicano che il valore medio di ricchezza netta detenuto per famiglia si è ridotto nel 2009

 

 

I dati pubblicati a dicembre da Banca d’Italia nell’ultimo Supplemento statistico sulla ricchezza delle famiglie riportano un valore medio di ricchezza netta detenuto per famiglia in riduzione nel 2009 e una previsione di diminuzione di ricchezza netta complessiva delle famiglie nel corso del 2010, dopo il lieve aumento del 2009. Costruendo un indicatore di pressione finanziaria a livello familiare con questa grandezza, si osserva che le famiglie che dispongono di livelli modesti, nulli o addirittura negativi di ricchezza tendono a permanere in questa condizione e che ciò è più vero per famiglie a basso reddito e che vivono in zone a più elevata disoccupazione.
Le condizioni finanziarie delle famiglie hanno iniziato a destare preoccupazione da quando, circa quindici anni fa, si è avuto un forte incremento nel loro indebitamento. La situazione delle famiglie italiane si caratterizza tuttavia per valori del rapporto tra debito detenuto e reddito disponibile più bassi di quelli rilevati in altri paesi: circa l’82 per cento nel 2009 contro il 127, 171 e 99 per cento rispettivamente per Stati Uniti, Regno Unito e Germania (tabella 1). Ciò deriva in parte dal fatto che in Italia le famiglie indebitate sono relativamente poche: nel periodo 2002-2008, circa il 25,6 per cento, contro valori dell’85,8, 54,0 e 44,9 per cento negli altri tre paesi.
Nel 2009 l’Italia ha visto incrementare il peso relativo delle proprie passività, ma anche della ricchezza dopo il calo generalizzato del 2008. Tuttavia, stime preliminari indicano che nel primo semestre 2010 la ricchezza netta delle famiglie sarebbe diminuita dello 0,3 per cento in termini nominali, in seguito a una diminuzione delle attività finanziarie e a un aumento delle passività, che hanno più che compensato la crescita delle attività reali. A ciò si aggiunge che i livelli medi di ricchezza per famiglia, tra la fine del 2008 e la fine del 2009 sono diminuiti dello 0,3 per cento a prezzi correnti e dello 0,2 a prezzi costanti. (1)
Il deterioramento nel tempo degli indicatori di difficoltà finanziaria rilevati a livello macroeconomico trova un riscontro anche nei dati microeconomici con i quali è possibile individuare aree specifiche di disagio e di eventuale persistenza nel tempo del fenomeno.
L’utilizzo di indicatori microeconomici è anche auspicato dalla commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi creata nel 2009 e che ha dato l’avvio al dibattito sull’esigenza di affiancare al Pil altri indicatori, molti dei quali extra-reddituali, per ottenere un quadro più completo delle condizioni di vita delle famiglie. (2) In particolare le raccomandazioni 3 e 4 invitano all’utilizzo di variabili di tipo finanziario (stock detenuti di attività e passività) per monitorare eventuali condizioni di pressione finanziaria.

 

UN INDICATORE DELLE DIFFICOLTÀ FINANZIARIE

Facendo riferimento all’entità e al segno della ricchezza netta accumulata, più che al solo livello del debito, è possibile individuare le famiglie in condizioni di difficoltà finanziarie. Nella maggior parte degli studi proposti nella letteratura specializzata, tali famiglie sono identificate come quelle la cui ricchezza netta risulta negativa. La definizione è tuttavia limitativa, in quanto esclude famiglie che raggiungono livelli di ricchezza positivi solo grazie alla forte incidenza del valore della casa di proprietà, un asset che non rimuove il rischio di insorgenza di difficoltà finanziarie nel caso di uno shock avverso nell’economia. Difficoltà finanziarie emergono quando il costo per il servizio del debito è una frazione elevata del reddito familiare e la famiglia si può trovare nella condizione di dover liquidare le attività finanziarie che compongono la sua ricchezza netta. Una famiglia può quindi trovarsi in difficoltà finanziaria non solo quando ha livelli di ricchezza netta negativa, una situazione che sembra essere abbastanza rara nel contesto italiano, ma anche quando si caratterizza per modesti livelli di ricchezza netta positiva. Infatti un basso livello di ricchezza netta può essere il risultato di bassi valori di tutte le componenti della ricchezza (attività e passività finanziarie, attività reali), oppure di valori elevati della ricchezza reale e del debito, accompagnati da bassi valori di attività finanziarie.
Utilizzando i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia, le famiglie in difficoltà finanziarie sono state identificate come quelle che detengono una ricchezza netta inferiore al secondo decile della distribuzione della ricchezza stessa, risultando in media il 15,3 per cento del totale. (3) Rispetto alle famiglie senza difficoltà, quelle con difficoltà hanno non solo livelli medi di debito più bassi, ma anche di reddito e di ricchezza finanziaria e reale (tabella 2), confermando l’evidenza più volte sottolineata in letteratura di una correlazione positiva tra livelli di reddito, di ricchezza e di risparmio che mette a rischio di pressione finanziaria le famiglie a più basso reddito. Una volta che una famiglia venga definita in condizioni di difficoltà finanziarie, il suo status può essere messo in relazione alle sue caratteristiche economiche e sociali con l’obiettivo soprattutto di valutare se la situazione di difficoltà finanziaria sia transitoria o tenda a permanere nel tempo.

 

LA PERSISTENZA DELLE DIFFICOLTÀ FINANZIARIE

Così come ci sono famiglie “intrappolate” al di sotto della soglia della povertà o in lunghi periodi di disoccupazione, esistono famiglie che restano “intrappolate” in situazioni di pressione finanziaria? Rispondere a questa domanda è importante, in quanto situazioni di disagio che perdurano nel tempo creano gruppi di famiglie socialmente ed economicamente deboli e pongono problemi di coesione sociale e di implementazione di adeguate politiche sociali. Dall’analisi effettuata su un modello probit dinamico, risulta che la probabilità di sperimentare difficoltà finanziarie nel periodo corrente (t) è persistente nel tempo, cioè dipende positivamente e in modo significativo dalla probabilità di essere stata in difficoltà nel periodo precedente (t-1). (4) La probabilità che una famiglia si trovi in difficoltà oggi, essendo stata in difficoltà ieri, è circa del 56 per cento più alta rispetto a una famiglia che non era in difficoltà ieri. Per quanto riguarda l’individuazione di tipologie familiari maggiormente esposte al disagio, si segnalano le famiglie con redditi più bassi e che vivono in aree a più alta disoccupazione.
Riassumendo, circa il 15 per cento delle famiglie italiane possono essere definite in difficoltà finanziarie in termini di ricchezza netta accumulata. L’analisi mostra che le famiglie hanno una maggiore probabilità di trovarsi in difficoltà oggi, se si sono trovate in difficoltà ieri, rispetto alle famiglie che ieri non lo erano. Ancora prima dell’esplodere della crisi, le famiglie a basso reddito, e che vivono in zone a più alto tasso di disoccupazione, si trovavano a sperimentare condizioni continuative di difficoltà finanziaria, con livelli di ricchezza netta, oltre che di attività finanziaria e di ricchezza reale, molto bassi, quando non negativi. Le informazioni ricavate dalla situazione patrimoniale tendono inoltre a coincidere con quelle legate al disagio economico/sociale (bassi livelli di reddito) e alle condizioni negative di mercato del lavoro (disoccupazione).

* Le opinioni espresse sono personali e non riflettono necessariamente quelle di Prometeia quale istituto di appartenenza.

(1) Le stime sono tratte da Banca d’Italia (2010), “La ricchezza delle famiglie italiane 2009”, Supplemento al Bollettino Statistico – Indicatori monetari e finanziari, n. 67 (dicembre).http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2010/suppl_67_10.pdf
(2) Stiglitz, J.E., Sen, A., Fitoussi, J-P. (2009), Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/documents/rapport_anglais.pdf
(3) I risultati qui riportati sono presi da: Giarda, E. (2010), “Persistency of financial distress amongst Italian households: evidence from dynamic probit models”, Dipartimento di Scienze Statistiche, Università di Bologna, Quaderni di Dipartimento, Serie Ricerche, n. 3 (versione preliminare e in revisione). L’analisi è stata effettuata sugli anni 1998-2006 dell’Indagine dei bilanci delle famiglie di Banca d’Italia. La soglia che identifica le famiglie in difficoltà (il valore del secondo decile della distribuzione della ricchezza netta) è pari a 13mila euro (a prezzi 2006).
(4) Questo risultato individua anche l’esistenza di una bassa mobilità all’interno della distribuzione della ricchezza, nel senso che le famiglie che si collocano nella parte bassa della distribuzione tendono a rimanervi. Considerazione che è rafforzata dal fatto che i dati utilizzati sono disponibili ad anni alterni e quindi la persistenza è di almeno due anni.

http://www.lavoce.info 22.02.2011

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