Noi di Facebook. Così vicini così lontani
....Facebook non si accontenta di creare un mondo virtuale e di offrirci un’identità fittizia; vuole giocare continuamente a fare il ponte tra mondo reale e mondo virtuale.
Chat, blog, sito personale, album fotografico, videogioco … tutto questo e molto di più è Facebook e anche per questo, per questa molteplicità di funzioni, sta diventando una delle ossessioni dei nostri giorni. Perché di ossessione ormai si tratta: c’è chi si alza e, mentre si fa il caffè, scrive «andrea si è appena alzato e si sta facendo il caffè»; c’è chi vi cerca compulsivamente nomi che conosce per poi contattarli; chi organizza mega-party per il weekend tramite FC (e magari va a Genova); chi lo usa per irridere (nella migliore delle ipotesi) la mafia o confermarne (ahimè) la grandezza; e c’è anche chi ne trae un film (Aaron Sorkin, già sceneggiatore di La guerra di Charlie Wilson).
In questi ultimi giorni, di fronte alla scoperta che su Facebook c’è anche Totò Riina o Olindo e Rosa, tutti sembrano turbati e, una volta di più, si chiama in causa la questione morale: è accettabile che dei colpevoli acclamati facciano proseliti attraverso questo infernale strumento di networking? Lasciateci dire però che, per una volta, il problema etico ci pare mal posto e che forse è molto più urgente, antropologicamente parlando, riflettere sul perché milioni di persone qualunque sentano il bisogno di avere relazioni tramite Facebook con altri milioni di persone qualunque (mediamente buone e cattive, oneste e disoneste) senza invece investire il proprio tempo, quel tempo che spendono on line, in rapporti reali. Non che il fatto che esista un gruppo di «fan di Totò Riina» non ci turbi; tuttavia il gusto dello sberleffo ha attraversato tutti i secoli e l’unico antidoto forse è non prenderlo troppo sul serio. Mentre è molto serio, a parer nostro, il «fenomeno-Facebook» fra le persone «normali», che non vogliono prendersi gioco di nessuno né stanno provocando il buon costume.
Perché milioni di persone, dunque, vivono ormai con FB? In fondo non è il primo strumento di networking che entra sulle scene; MySpace (il più famoso, forse, prima di Facebook) non è diventato un’ossessione. Certamente FB distilla e fa reagire due fra le tentazioni più tipiche della nostra società: la tentazione dell’esposizione e quella della relazionalità, che non è interesse per i rapporti, ma passione per i contatti. Relazioni in vetrina, insomma.
LIVELLI DI PRESENZA
Il linguista Roman Jakobson parlava, a proposito delle funzioni del linguaggio, di un aspetto solitamente poco noto ma centrale: la funzione fàtica. Le comunicazioni che hanno una prevalente funzione fàtica sono quelle che hanno come proprio principale scopo il mantenimento del puro contatto; non quindi esprimere qualcosa in particolare ma restare «in linea» col proprio interlocutore, tenere vivo il canale di comunicazione, come quando al telefono dici «pronto» o quando, adolescente, fai uno squillo al cellulare dell’amica o del fidanzato del momento per dirgli «eccomi-ti sto pensando-siamo in contatto». Facebook, direi, è il trionfo della funzione fàtica. Il più delle volte, mettendo un proprio messaggio on line su FB, non si vuole comunicare propriamente qualcosa, ma si vuole dire solo «ci sono, sono on line, eccomi!».
Ed è a questa richiesta di contatto che si risponde quando si accetta l’invito a un’amicizia. Se un vecchio amico, un ex compagno di classe uno che hai incontrato qualche sera prima in un locale, ti chiede di diventare suo amico, non ti sta in realtà chiedendo alcun impegno reale sul piano affettivo; ti sta solo chiedendo di essere presente nella sua rete di amici, di essere collegato a lui e al suo mondo.
In questo gioco di rapporti, vuoto di investimento affettivo e carico di bisogno di riconoscimento, in cui i gesti sono spesso molto rituali, il bello è che possiamo partecipare con vari livelli di presenza: possiamo metterci in gioco con le nostre «verità» (la nostra vera faccia, le nostre vere letture, i nostri veri gusti) o giocare a fare una parte (la parte di quella che non ne può più degli uomini o di quella che è in cerca di uomini, o di quello che è in fissa con lo sport); possiamo chattare sinceramente con un nostro amico e contemporaneamente sul wall, accessibile a tutti, scrivere qualcosa di noi che non è del tutto vero ma neanche del tutto falso (solo un po’ esagerato, ad esempio); possiamo accettare ritualmente l’amicizia di qualcuno senza sentircene affatto coinvolti e contemporaneamente lanciare un poke sincero a un amico che non vediamo più su FB da tempo. Ma, soprattutto, possiamo fare tutte queste cose insieme, cambiando anche di soggetto grammaticale, e cioè parlando ora in prima persona, ora in terza (Anna Maria in questo momento sta….).
TRA REALE E VIRTUALE
Così facendo, Facebook non si accontenta di creare un mondo virtuale e di offrirci un’identità fittizia; vuole giocare continuamente a fare il ponte tra mondo reale e mondo virtuale. Non dimentichiamo, fra l’altro, che su Facebook si arriva solitamente a seguito di conoscenze reali e non viceversa, come fino ad ora succedeva con le chat più frequentate. Molto più connesso alla realtà di una chat (dove molto spesso si vive di soli simulacri) ma molto meno responsabilizzante di un giro di incontri reale, Facebook sta e vuole stare in between, tra esperienza e fantasia, in un mondo che sembra ridotto a pura superficie, senza profondità ma anche senza troppi voli onirici (pochi sogni a occhi aperti, insomma).
Rispetto a questa superficie brillante e spiritosa, forse ricorrere alla spiegazione del gusto voyeuristico (quello stesso con cui ci spieghiamo il successo dei reality) non basta. L’illusione del privato (e il gusto di violarlo, o penetrarlo) impera solo in alcune funzioni di Facebook. In altri percorsi, a dominare è il gioco di specchi della distanza (e il gusto di potersi allontanare da sé, relazionandosi a un altro che è un po’ più divertente, un po’ più intelligente, un po’ più irriverente, di quel che siamo in realtà).
GIOCO DI SPECCHI
Tra vetrina e tribù, Facebook offre soprattutto a tutti i suoi devoti utenti la possibilità di esserci sempre (di sfuggita o di passaggio o di stanza) e di non sentirsi soli, ma sempre parte di un gruppo, e un gruppo noto, frequentato, cliccato, a suo modo - pace all’anima di Andy Warhol - famoso.
Il dibattito filosofico internazionale (da Habermas a Nancy, passando per Roberto Esposito) ci dice da qualche tempo, ormai, che proprio sul bisogno di comunità oggi dobbiamo riflettere. Se la filosofia non ci piace, stiamo due settimane su Facebook e il concetto ci sarà chiarissimo.
da L’Unità 19 gennaio 2009

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