Nel 92 gli italiani accettarono i sacrifici perché la politica seppe spiegarli
Il Paese vive le attuali difficoltà come ve non ci fossero
Professor De Rita, abbiamo sempre pensato, di noi, che siamo un popolo
che nei momenti peggiori dà il meglio di sé. Vale ancora questa convinzione?
«Il problema è quello di vedere se, adesso, c’è la coscienza collettiva che
questo è un momento terribile».
Secondo lei non c’è?
«Gli italiani non stanno capendo che cosa sia questa crisi e come li possa
riguardare individualmente.
C’è rimozione c’è ignoranza. I politici e i media non spiegano e oscillano fra dramma assoluto (siamo
già nel baratro) e confusione sulle soluzioni».
Pure lei sostiene che la colpa è sempre delle classi
dirigenti?
«Non bisogna generalizzare. NeI ’92, pcr esempio, Giuliano Amato aveva un’idea precisa di che cosa fosse quella crisi e di che cosa andasse fatto per fronteggiarla. Adesso questa chiarezza non c’è. Si annunciano tavoli, ma i menù sono vaghi o ovvi, come la scelta di inserire nella Costituzione il pareggio del bilancio.
Manca il disegno, non c’è un’ottica di sistema?
«Si mettono pezze a colori e non si dicono cose precise che tutti capiscono perchè riguardano tutti. Io ero un curoscettico. Ma nel ‘96. come molti italiani, pagai senza fiatare la tassa per entrare nell’euro in quanto riuscirono a convincerci sulle sue finalità e sul disegno di prospettiva nella quale era inserita».
Adesso volenti o nolenti, dobbiamo comunque fare
sacrifici: ma l’etica del dovere - - nell’italia che
a tutti i livelli concepisce soltanto i diritti - sappiamo ancora
praticarla?
«L’etica del dovere non è nella cultura italiana. La nostra cultura è adattativa. Ci sono arrivate addosso
invasioni, catastrofi naturali, guerre, crisi d’ogni genere e noi ogni
volta ci siamo adattati. Questa è la grande nostra
forza».
Basta ancora questa forza?
«L’adattamento serve sempre. Nella storia naturale, come
diceva Edgar Morin. sono sopravvissute soltanto
le specie adattative: è sopravvissuta l’ameba, ed è
scomparso il dinosauro».
Italiani amebe?
«Sì. E dico che se questa crisi la affronti come un
dinosauro, e ritieni dì usare la forza e la potenza combattendola eroicamente,
ne vieni sconfitto. Devi cercare però di capirne l’onda e qui l’onda non si capisce dove ci porta».
Una società abituata alI’«io» sarà capace adesso di
sintonizzarsi sul «noi», visto che stiamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo
reagire - o adattarci – tutti insieme?
«E’ vero che siamo un Paese individualista. Ma se dieci io si mettono insieme fanno un noi. E questo noi individualista confida nella sua capacità di adattarsi a tutto e se ne fida talmente che diventa inerte. Qui sta il pericolo di oggi».
Lei sta dicendo che viviamo la crisi come in apnea
ma non crede anche che questa crisi stia avendo 1’effetto di ridefinire alcuni
valori? E quali?
«Agli italiani sembra che non stia succedendo nulla. Vede forse qualcuno che ha modificato i suoi programmi estivi, vede ristoranti vuoti o masse popolari nelle piazze come in Grecia? Semmai il piano ferie lo hanno modificato quei duecento parlamentari che ieri hanno fatto la passerella a Montecitorio o le parti sociali che si sono dovute sedere al tavolo a Palazzo Chigi».
Apnea o abbiocco?
«Il Paese vive questa crisi come se non ci fosse, o aspetta gli eventi. Magari l’arrivo di un buon governo che faccia capire la situazione
e che decida».
Come dice il sociologo Zygmunt Bauman,
oggi siamo tutti consumatori per diritto e per dovere, la crisi ci farà
consumare di meno?
«L’italiano non ò più un gran consumatore. Sta calando
il desiderio, non solo sessuale ma anche materiale. Consumiamo di meno non
tanto perché abbiamo
meno soldi quanto perché organizziamo meglio i nostri bisogni.
Spendiamo in ristoranti, in vacanze, in telefonini:
i nostri desideri stanno concentrati lì, per il resto siamo austeri. Ma non per
un senso del dovere, ma perchè abbiamo cambiato gusti».
Ci salveremo?
«Dico una battuta cattiva: se arriva la recessione, noi saremo quelli che la vivremo meglio. Siamo stati i più bravi del mondo a vivere
la crisi del 2007-2010.
Quando si arriva ai fondamentali, sappiamo mettere in
campo grandi capacità. E sa perchè?».
Lo dica lei.
«Un po’ perchè siamo l’emblema di ciò che diceva Franz
Kafka - di fronte al mondo, non resistergli,
assecondalo - - e un po’ perchè abbiamo la forza che ci deriva dal fatto di
essere, nelle fasce anziane, una società di ex poveri
che sono più resistenti dei giovani ricchi. Non essendo potenti, ci tocca
essere umili. In queste circostanze, l’umiltà è una grande
risorsa».
Intervista di Mario Ajello
Il Messaggero 12/8/201l

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