Napoli è una polveriera
E’ impressione che Napoli, sotto una calma apparente, viva un periodo delicatissimo e che, forse, stia per scoppiare.
Le città che mi hanno maggiormente segnato sono state
Palermo e Torino, quelle in cui ho vissuto più a lungo Milano e Napoli. Vivo
attualmente a Roma (forse perché sta al centro) ma nelle città che ho citato
vado molto spesso e vi conosco molte persone, di più generazioni e classi
sociali. Non c’è regione che non abbia frequentato assiduamente, con maggior o
minor frequenza a seconda di ciò che vi si muove e dunque mi attira, ma anche
di quel che non vi si muove e dunque mi attira. Di conseguenza mi sembra, e non
da adesso, di conoscere meglio l’Italia di tanti politici e giornalisti, e
m’illudo di avvertirne le mutazioni con un certo anticipo su di loro. Napoli,
dunque, dove vado molto spesso. Per i suoi umori e problemi credo di avere
antenne abbastanza sensibili e la mia impressione è che oggi la città, sotto
una calma apparente, viva un periodo delicatissimo e che, forse, stia per
scoppiare.
Perché? Perché i poveri sono sempre più poveri, e al cosiddetto
sottoproletariato non è lasciata alcuna possibilità di scelta tra economia
sommersa o marginale ed economia criminale. Perché il potere d’acquisto del
ceto medio si è ridotto di molto, e il disagio dei suoi membri rende credibile
l’ipotesi, qualche anno fa ancora fantascientifica, di Ballard secondo cui le
prossime rivoluzioni le farà, appunto, il ceto medio. Perché la politica è in
mano a incapaci o impotenti quasi assoluti (e vacui come il sindaco Jervolino)
e a sinistra il lascito bassoliniano è stato di puro disastro, una generazione
di amministratori senza idee e senza progetto oltre la sopravvivenza propria e
dei propri gruppi di appartenenza, incistati nelle pieghe e rughe del
sotto-potere; e anche quando c’è qualcuno che sembra «ancora credere in
qualcosa» (tipi come Sales) non vede lontano e fuori dal recinto o, più
esattamente, stalla della politica (e non si condannerà mai abbastanza la
responsabilità enorme del politico post-comunista post-sindaco ed ex
governatore regionale di aver reso ciniche due generazioni o più di napoletani
che hanno creduto a in ciò che diceva di rappresentare). Perché gli
intellettuali si sono afflosciati e spenti, o si sono persi nelle loro beghe o
in lotte meschine per l’affermazione personale (o sono, non pochi, fuggiti
via). Perché gli artisti scontano l’assenza di un dibattito alto e sembrano
galline in un pollaio dove la massaia lesina sul mangime o lo nega, perché
delle arti nulla importa alla sua nauseante volgarità. Perché i giovani,
lasciati a se stessi, si incanagliscono in vari modi che sono peraltro sempre
gli stessi, dalla droga alla politica, dal tifo sportivo alla violenza, dalla
denuncia ai rave e ad altre forme di stupidità solitaria o di gruppo. Perché i
giornali servono solo a confondere le acque e le menti, e fanno il possibile,
come ovunque in Italia, per impedire lo studio e la riflessione e per chiudere
il presente nelle sue bassezze. Perché la chiesa si barcamena come sempre ha
fatto tra gli interessi che rappresenta, i propri, quelli dei ricchi e quelli
dei poveri, e si guarda bene dal fare scelte che la dividerebbero. Perché
ovviamente i ricchi pensano solo a se stessi o a barricare le proprie ville, e
i ricchi e i mezzo ricchi sono tutti, per definizione, “berlusconiani dentro”
anche quando divergono – di poco – nella scelta dello schieramento politico di
riferimento. Perché c’è una camorra che nasce da sé e una che è, la più
pericolosa, il prodotto della cancrena. Perché nessuno sembra avere idee e
progetti attendibili e nessuno si fida più di nessuno. Perché
È difficile far previsioni, ma lo scontento lo si sente e lo si respira
nell’aria, nonostante l’abituale caos e inquinamento della città, nonostante il
rumore e nonostante la puzza che torna a venire dai cumuli di mondezza
nuovamente crescenti. Basta poco perché scoppino nuovi casini, ma forse essi
saranno ora più forti che in passato, e in una generalizzata diffidenza verso
tutti i poteri e verso i mediatori professionali, guru compresi. E non potranno
certo le poche persone e gruppi di buona volontà, che per fortuna ci sono e
resistono tra crescenti difficoltà, porre un argine, e neanche indicare strade
possibili, oltre la basilare e generosa capacità di far da modello di
democrazia di base, di intervento di base.
Se alla base qualcosa rimane, è in alto e tra i mediatori di professione che la
cancrena cresce più rapidamente. Basta poco perché spunti qualche masaniello
analfabeta o laureato e attizzi il fuoco, e di masanielli l’Italia è sempre
stata ricca, a destra e a sinistra e anche al centro, e il modello può anche
essere quello dei masanielli televisivi (e se politici o giornalisti o comici
fa lo stesso, ma si tratterà più facilmente di volti nuovi, di nomi inediti).
Il bello è che, se leggete i giornali, se ascoltate i politici, tutto va come
sempre e come deve andare, e noi non sappiamo se augurarci che qualcosa infine
scoppi o al contrario temerlo e spaventarcene.
http://www.unita.it 24 ottobre 2010

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