Mondo del sapere a raccolta in difesa della Rete
Si propongono gli Stati generali della conoscenza per la libertà e il futuro
Gli Stati generali della conoscenza. Il mondo del sapere a raccolta. Non è una provocazione, è una proposta vera e propria, una chiamata. Improcrastinabile, quasi, nei giorni in cui si ventila l’introduzione di norme che intervengano restrittivamente sulla diffusione di audiovisivi in rete (da YouTube alle web tv), stabilendo che venga richiesta un’autorizzazione per trasmettere filmati in modo sistematico. Nel tempo in cui, in pieno evo moderno, sono al vaglio leggi che ci trasformerebbero di fatto nel più restrittivo Stato d’Europa. Noi, che siamo il paese della creatività per antonomasia, stiamo correndo il rischio paradossale di andare in franchising sulla creatività.
Solo nel nostro paese sono circa un milione gli occupati nell’information tecnology, 85mila le imprese nel settore. Più le tantissime “partite iva” della conoscenza, cioè tutto quel mondo che si deve definire così per rispondere alla flessibilità e all’articolazione complesse richieste da un mercato legato alla produzione di valori immateriali, che non possono essere vincolati da un timbro di cartellino, ma devono essere sempre pronti a rispondere a sollecitazioni impensate e multidisciplinari, legate ai processi cognitivi.
È assolutamente necessario, dunque, avere consapevolezza dei fattori di successo e dei nodi problematici connessi alla produzione di questi valori immateriali e all’economia e alla società stessa. Ed è per fare questo, sia sul piano normativo che su quello delle politiche, che proponiamo la chiamata a raccolta degli stati generali della conoscenza. Cioè di tutti quei portatori multipli di interessi, produttori di hardware, software, infrastrutture e anche proposte legislative e politiche a cui chiediamo di esprimere consapevolezza , dare indicazioni, mostrare vie. Altrimenti, sarà il futuro stesso a essere messo a repentaglio, un rischio troppo grande da far correre ai nostri giovani, condannati a essere per sempre abitanti di un paese di santi e di eroi, dove lo scienziato deve emigrare in America.
In una realtà come la produzione di valore cognitivo nella dinamica della rete, non è l’eccellenza del singolo a fare la differenza, ma la persona in rete con altre, l’unione che produce un processo di valorizzazione. Questa è la consapevolezza che vogliamo promuovere, nei termini stessi di un blocco sociale. Perché, soprattutto, c’è un intero “quinto stato”, fatto di professionalità, competenze, scolarizzazioni perlopiù medio-alte, che non è rappresentato. E rischia di essere tagliato fuori dalla chiave più nobile della politica pubblica, la partecipazione consapevole, come comunità, alla vita del paese. Oggi il rischio è proprio che questo ampio gruppo di persone diventi una sorta di nuova maggioranza silenziosa, emarginata dalla vita civile propria comunità.
E nel merito di questa delicata questione, bisogna porre anche il
problema del rapporto tra credito e creatività. Che accesso ha al credito chi
mette in piedi un’attività legata alla produzione di valore cognitivo? Come si
deve, costui, definire e inventare nelle sue mille forme? Chi lo aiuta nel suo
progetto? Urgono politiche pubbliche che tutelino e avvantaggino la
condivisione della conoscenza, invece di tentare di ridurre tutto alla
dimensione di broadcasting televisivo. E serve al più presto un welfare che si
occupi anche dei produttori di valore cognitivo. È indispensabile. Ma oggi,
ancora, il mondo della Rete, nelle sue mille sfaccettature non riconducibili ai
modelli industriali conosciuti finora, non ha interlocutori ed è fuori da ogni
politica pubblica, mai coinvolto dai dibattiti sul welfare. Non ha
rappresentanza, e, fatto gravissimo, per via normativa si vorrebbe ricondurre la Rete a una condizione di
imbrigliamento e impoverimento, che è il contrario stesso della sua natura
materiale.
E invece che definire modelli di business nuovi e moderni, si tenta
di considerare la rete totale illecita e da controllare. Non ci si può stare. La
partecipazione informata delle masse non può essere ingabbiata e
ristretta alla sola partecipazione ufficiale. Sarebbe come mettersi contro il
fiume del progresso, come opporsi alla legge di gravità. E le battaglie dei
dissidenti cinesi e degli studenti iraniani diffuse attraverso internet
dovrebbero essere un monito; la rete come ecosistema cognitivo va vissuta, e
quindi sostenuta e difesa, come un’impresa dalla dimensione collettiva. È
probabilmente un salto di paradigma culturale, ma va fatto, e subito. Perché
altrimenti sarà come restare fuori da un treno che sta già correndo e rimanere
ai margini di un mondo che non aspetta chi si ferma.
http://www.ffwebmagazine.it 16 gennaio 2009

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