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Mitizzare il passato non ci fa immaginare il futuro

Globalizzazione inevitabile ma proviamo a salvare l' individuo

 

 

Quella con Marc Augé rischiava di essere una «non intervista»: anche nel mondo globalizzato e iperconnesso basta niente (la suoneria del telefono abbassata) per restare isolati. «Eh sì, un bel paradosso», dice da Parigi l' antropologo inventore dei non luoghi, recuperato in zona Cesarini prima della partenza per l' Italia. Lo studioso sarà in piazza Grande a Modena venerdì alle 18 per parlare in particolare del «Futuro come fonte di senso».

 

Professore, è proprio sicuro che l' esperienza del passato non possa aiutarci nella costruzione del futuro?

«Certo che serve! Ma due millenni di cristianesimo e un secolo di psicoanalisi ci hanno abituato all' idea che tutto il senso ci derivi dal passato e che dobbiamo scavare nei ricordi e nei segreti della storia per cercare la chiave dell' avvenire».

 

E invece?

«Invece è importante ri-imparare a pensare il tempo senza mitizzarlo. Oggi viviamo in una specie di presente perpetuo, parliamo sempre in termini di spazio e abbiamo perso la capacità di immaginare il futuro. Eppure un futuro c' è».

 

In che direzione dovremmo guardare?

«La scienza sta facendo dei progressi considerevoli, accelera in continuazione. È certo che i progressi scientifici avranno delle ripercussioni metafisiche sulla nostra stessa definizione di individui anche se l' idea del progresso ci dà un po' le vertigini, davanti a questo siamo tutti come dei piccoli Pascal».

 

I nostri predecessori ci hanno lasciato un mondo in piena crisi: dell' ecologia, dell' economia, delle idee...

«Sono teoricamente contro il pessimismo e un ottimista a lungo termine. La storia non è finita, continuerà. Del resto non è mai stata un lungo fiume tranquillo. Ci saranno tensioni, conflitti che dovremmo imparare a dominare anche a costo della violenza. Il punto è che andiamo verso un mondo sempre più ineguale (scienziati/analfabeti, poveri/ricchi), malgrado le nostre intenzioni e i nostri discorsi: è questa la globalizzazione. Da un lato bisogna accettare quello che succede (non si può andare contro la storia), dall' altro dobbiamo aggrapparci a qualche principio. E secondo me i principi sono ancora quelli (traditi) dell' Illuminismo, primo di tutti la sovranità dell' individuo. La formazione dell' individuo è essenziale per poter entrare in relazione con gli altri: non c' è identità senza alterità».

 

Esiste un antidoto alla diseguaglianza progressiva?

«Io dico che occorre dare la priorità totale all' istruzione: serve una nuova rivoluzione francese su scala planetaria, anche se mi rendo conto che questa può sembrare un' utopia».

 

Nella società «liquida» e post-ideologica, la religione continua a essere un punto di riferimento.

«Il paradosso è che oggi più si sviluppano le nostre conoscenze scientifiche, più si sviluppano le forme più superstiziose e violente delle religioni monoteiste. La religione può dare delle speranze ai più deboli, alla massa degli esclusi e anche generare odio (le guerre di religione non sono certo nate oggi). Soprattutto nell' Islam esistono forme violente che si basano sull' esclusione di una parte dell' umanità. Non credo che oggi nessuna religione porti una parola ragionevole sulla condizione del mondo».

 

Recentemente lei ha riflettuto sul concetto di «frontiera» come nozione positiva. Certo in Francia la «nozione» sta creando qualche problema...

«Tutti mi chiedono di Sarkozy! Diciamo che le agitazioni provocate dalle sue ultime uscite (l' espulsione dei rom, ndr) mi fanno un po' vergognare. Non si può andare contro Schengen e a lungo termine questi exploit non avranno conseguenze. Nei sistemi non totalitari una frontiera non è una barriera: è un ostacolo simbolico, un invito a passare nell' altro campo».

 

Intervista di Carlotta Niccolini


Corriere della Sera  - (15 settembre 2010)

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