Misteri, segreti e bellezza della metafisica delle particelle
Siamo nati da una Grande Distruzione Quella che creò il nostro mondo
L’ultimo libro di Frank Close, professore ad Oxford, racconta l´infinitamente
piccolo e le origini dell’universo
Temo che, in Italia, gli amatori di romanzi e di poesia non leggano volentieri
i libri di fisica teorica. Mi sembra doloroso e penoso: non solo perché i
nostri letterati rinunciano a conoscere importantissime leggi di fisica, con le
loro affermazioni, contraddizioni, scandali, strani contrasti con l´esperienza
e la ricerca. C´è qualcosa di più grave. La passione metafisica, il gioco puro
delle idee – tutto quanto, una volta, eravamo abituati a trovare nei libri di
filosofia – , lo ritroviamo, oggi, nei libri di fisica teorica. Se leggiamo
Einstein, o Heisenberg, od Hawking, – vi respiriamo quell´atmosfera di
assoluto, quella luce di indimostrabile e incontrovertibile, che, alle origini
della cultura europea, abbiamo conosciuto in Parmenide, Platone e, poi, in
Plotino. Di questo respiro di assoluto noi abbiamo bisogno.
Nei libri di fisica teorica, la mente insegue il doppio infinito: oscilla tra
l´infinitamente grande e l´infinitamente piccolo. La passione per
l´infinitamente grande risale a Pascal e a Leopardi:
«e quando miro
Quegli ancor più senz´alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle
Ch´a noi paion qual nebbia…».
Oggi siamo abituati all´immensamente vasto: ciò che ci affascina è soprattutto
l´infinitamente piccolo. I libri ci parlano, per esempio, del nanosecondo: vale
a dire di un miliardesimo di secondo; tempo in cui la luce velocissima percorre
trentatre centimetri e trentatre millimetri – niente.
Contro i libri di fisica moderna, i cultori di letteratura obiettano, di
solito, che sono difficili: quel guazzabuglio di frasi e di numeri è
incomprensibile. Non è vero. Tra i libri di fisica che oggi vengono pubblicati,
sia tra quelli creativi sia tra quelli divulgativi, moltissimi sono
estremamente facili: si leggono con un piacere quasi romanzesco, saltando di
teoria in teoria, partecipando con passione alle discussioni tra grandi
scienziati, insinuandoci come formiche tra gli enigmi. Vorremmo conoscere
Dirac, o Touscheck o Ernest Rutherford, o il misteriosissimo Majorana, che ha
lasciato il suo nome ai neutrini di Majorana; e ascoltarli discutere nel
silenzio dell´universo. In questi giorni, per esempio, la casa editrice Einaudi
pubblica un lucidissimo libro di Frank Close, professore ad Oxford: Antimateria
(traduzione di Giorgio P. Panini, pagg. 204, euro 24), al quale auguro molti
lettori felici.
***
Quattordici miliardi di anni fa, avvenne il cosiddetto Big
Bang, prima del quale niente esisteva: un improvviso, violentissimo scoppio
d´energia, di cui ignoriamo la fonte. Come dice la Genesi: «Sia la luce. E la
luce fu». Le ricerche moderne e modernissime riescono a risalire a un attimo
dopo lo scoppio: un miliardesimo di secondo. Allora si rivelò quale è il
numero, e il ritmo fondamentale, dell´universo. Non l´Uno della filosofia
platonica, e della religione cristiana ed islamica, ma il Due. Di qua la
materia, di là il suo opposto, l´antimateria: di qua l´elettrone, con cariche
elettriche negative, di là il suo opposto, il positrone, con cariche elettriche
positive, lo specchio rovesciato del primo. Per un tempo esilissimo, le due
forze si equilibrarono e si bilanciarono. E, per un istante, l´osservatore (se
fosse esistito un occhio nel fuoco e nella tenebra) non avrebbe saputo
prevedere il futuro dell´universo. Siamo diventati materia, e ne sopportiamo il
peso: ma forse avremmo potuto diventare antimateria, la forza che domina nel
cuore della nostra Galassia.
La fantasia del lettore moderno ritorna, senza fine, a quel miliardesimo di
secondo dopo il Big Bang, che gli scienziati hanno fatto rinascere negli anelli
cavi del Cern di Ginevra. Di alcune cose siamo certi. Sappiamo che l´energia
originaria si convertì, nel giovanissimo universo, in primordiali frammenti di
materia (elettroni), da cui siamo discesi. E sappiamo che, di fronte alla
materia, si estendeva una quantità quasi eguale di antimateria (positroni), la
quale, forse, non era soggetta alla forza di gravitazione, e quindi si levava
verso l´alto. Tra materia e antimateria (dotata di un immenso potere
distruttivo), avvenivano collisioni frequentissime: elettroni e positroni si
annichilivano in un lampo di luce; e gli oggetti appena nati duravano
pochissimo. Se questa condizione di equilibrio e di simmetria tra i due poli
fosse continuata, la vita non sarebbe mai apparsa nel mondo.
Se noi oggi viviamo, ciò dipende da due cause. La prima, l´ho già detta:
nell´universo esistevano due forze, che lottavano l´una contro l´altra; non una
sola forza, incapace di movimento. La seconda causa è probabile: allora
esisteva un leggero squilibrio a favore della materia; uno squilibrio forse
lievissimo, qualcosa di minimo e quasi inesistente come un nanosecondo, ma che
bastò a produrre quella che viene chiamata la Grande Annichilazione.
Nell´universo, il minimo genera, o può generare, l´immenso. Almeno nel nostro
mondo, l´antimateria scomparve, come una furtiva ombra spettrale. E la materia
cominciò a costruire i suoi innumerevoli edifici: tanto che oggi, per molte
centinaia di milioni di anni-luce attorno a noi, tutte le cose sono costituite
esclusivamente da materia.
Dove si è nascosta quell´immensa quantità di positroni, che esisteva dopo il
Big Bang? Per loro, il mondo che noi abitiamo è alieno ed ostile, e li
distrugge rapidamente. Ma, circa centomila anni fa, nel cuore del sole si
formarono nubi di positroni, che sono stati quasi subito annichiliti, emettendo
raggi gamma. Questi raggi tentarono di fuggire alla velocità della luce, ma
vennero ostacolati da una folla di elettroni e protoni, che formano la massa
ribollente del sole. Dopo un certo periodo di tempo, sebbene respinti in una
direzione o un´altra, assorbiti e riemersi, riuscirono a raggiungere la
superficie dell´astro; persero energia, cambiarono frequenza e lunghezza
d´onda, diventarono prima raggi X, poi raggi ultravioletti, e percorsero tutti
i colori dell´arcobaleno. La luce del sole, che ogni mattina appare ai nostri
occhi, condivide dunque in piccola parte l´energia distruttiva dei positroni
originari.
Con ogni probabilità, i positroni hanno trionfato altrove, lontanissimi dal
sistema solare. Nel centro della nostra Galassia, esistono nubi di positroni:
essi si trovano presso stelle binarie che emettono raggi X, e vengono attratte
da stelle che producono neutrini e da buchi neri. Ma conosciamo positroni molto
più prossimi a noi: quelli che hanno creato in laboratorio, per decenni, gli
scienziati che lavorano al Cern presso Ginevra. I fisici del Cern hanno
disposto un´immensa macchina, il Lep (Large Electron Positron collider) a una
cinquantina di metri di profondità nel sottosuolo, in una galleria di 27 km, lunga come la Circle Line della
metropolitana di Londra.
Il Lep è un anello cavo, dove viene fatto il vuoto. Una fitta serie di
elettromagneti, disposti lungo la circonferenza del cavo, guida fasci di
elettroni e di positroni, facendoli girare per settimane e settimane, a una
velocità prossima a quella della luce. Le particelle rapidissime attraversano
il confine tra Svizzera e Francia undicimila volte al secondo, passano sotto la
statua di Voltaire a Ferney, sotto campi coltivati, villaggi ai piedi del
Giura, dove un tempo Rousseau passeggiava ed erborizzava. I percorsi degli
elettroni e dei positroni sono mantenuti a lieve distanza gli uni dagli altri:
ma in quattro punti della grande circonferenza il loro cammino si incrocia.
Qualche volta si verifica la collisione di un elettrone e di un positrone; ed
entrambi si annichilano in un lampo incandescente di energia. Questo evento
minimissimo nel sottosuolo di Ginevra riproduce quello che accadde, un istante
dopo il Big Bang. Noi siamo vivi e attivi: cresciamo, abbiamo un corpo,
mangiamo, parliamo, pensiamo, camminiamo, generiamo altra materia, che genererà
altra materia; eppure siamo nati dalla Grande Distruzione che creò il nostro
mondo.
Repubblica 28.9.10

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