Medioriente dietro la crisi
Dopo le colonie, il Rinascimento
Le rivolte arabe come l’inefficacia dell’Onu e la debolezza dell’Organizzazione
mondiale del commercio (Wto) sono manifestazioni dello stesso fenomeno: la
dissoluzione dell’architettura internazionale frutto dell’era coloniale, che
schiude le porte a un «nuovo Rinascimento» destinato ad avere per protagonisti
popoli definiti su base etnica, individui armati di cellulari e gruppi
accomunati da perseguire singoli obiettivi. È questa la tesi che Parag Khanna,
34 anni, esperto di strategia della «New American Foundation» di Washington,
illustra nelle 221 pagine di «How to Run the World» (Come governare il mondo),
offrendo una chiave di lettura per comprendere quanto sta avvenendo da Tripoli
a Srinagar.
«Chi si è affrettato a dichiarare morta la globalizzazione deve ricredersi,
siamo nel bel mezzo di una dissoluzione degli Stati post-coloniali destinata a
far emergere popoli congelati dalla Storia» sostiene Khanna, parlando di
«entropia universale», un movimento «dall’ordine medioevale in cui viviamo» a
una «fase di disordine» segnata da «forza di idee, identità e individui», i cui
sintomi sono nelle nuove tecnologie vettori di libertà, nella moltiplicazione
di associazioni che perseguono obiettivi come le fonti alternative di energia e
nel risveglio di etnie congelate da intese fra potenze risalenti all’800.
Per motivare questa tesi, Khanna esamina quanto sta avvenendo sul terreno. In
Africa i confini fra gli Stati sono nella maggioranza dei casi ancora quelli
disegnati dal Congresso di Berlino del 1884, quando a guidare la Germania era Bismarck,
con il risultato di avere in Sudan uno Stato grande il doppio dell’Alaska in
via di disintegrazione - dalla recente indipendenza del Sud alle violenze in
Darfur -, in Nigeria una delle maggiori potenze petrolifere lacerata dalle
faide fra cristiani e musulmani, e nella Repubblica democratica del Congo una
«obsoleta finzione» voluta da Leopoldo II del Belgio per controllare le miniere
di cobalto a dispetto delle differenze fra oltre 200 etnie.
In Medio Oriente è invece l’eredità dell’accordo SykesPicot del 1916, con la
spartizione dei territori dell’Impero Ottomano fra Londra e Parigi, a essere
all’origine di confini fittizi: dall’Iraq del dopo-Saddam, dove a imporsi sono
sciiti, sunniti e curdi, all’ex Palestina britannica dove esiste la Giordania -
artificialmente creata nel 1922 - mentre manca uno Stato per i palestinesi a
fianco di Israele. Post-coloniali sono anche i confini della Libia governata da
Gheddafi, che prima di essere invasa dagli italiani nel 1911 era divisa nelle
stesse Tripolitania, Cirenaica e Fezzan che stanno riemergendo adesso.
Spostandosi verso l’Asia centrale lo scenario non cambia perché Iran,
Afghanistan e Pakistan sono Stati che le potenze coloniali crearono attorno a
gruppi etnici - persiani e pashtun - a dispetto di altri, come i beluchi. Per
Khanna, se il «vecchio colonialismo» generò confini artificiali - come quelli
che lacerano il Kashmir - c’è un «nuovo colonialismo» che vorrebbe mantenerli
ma si scontra con «l’entropia universale» destinata a cambiare la geopolitica
con l’affermarsi di realtà come il Pashtunistan, il Beluchistan o il Kurdistan,
fondate sull’identità di popoli realmente esistenti in «zone del mondo ricche
di risorse lungo l’antica Via della Seta».
Ai governanti che tentano di salvare Stati artificiali come la Somalia temendo l’«avvento
dei terroristi», Khanna risponde che «se il problema sono gli Stati falliti la
soluzione non sono i governi centralizzati» ma l’autodeterminazione dei popoli
che vi risiedono. In concreto ciò significa che il XXI secolo potrebbe veder
nascere una moltitudine di nuove nazioni portando a un «risveglio della
diplomazia che è il secondo mestiere più antico del mondo», con il risultato di
far emergere «un mosaico di movimenti, accordi, network e codici» destinati a
sostituire organizzazioni internazionali centralizzate al punto da risultare
immobili, come dimostra il fallimento del Wto sul commercio globale e
l’incapacità della Conferenza di Copenhagen di arrivare a un accordo sul clima,
«sebbene una moltitudine di individui e Ong già operino singolarmente contro i
gas serra mentre una nuova generazione di mercanti domina gli scambi globali».
È questa la genesi del «Rinascimento» che Khanna vede all’orizzonte, destinato
a essere però basato su un documento già esistente che rappresenta il legame
fra presente e futuro: la
Dichiarazione universale dei diritti umani.
La Stampa 27.3.11

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