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Marzabotto, perché solo adesso diventa un film

Anche gli italiani nelle campagne di Grecia e di Albania si sono macchiati di atrocità e stragi

 

 

L'uomo che verrà di Giorgio Diritti è il pri­mo film italiano sulla strage di Marzabotto. Segue un pa­io di bei documentari realizzati do­po la sentenza che, tre anni fa, ha condannato in contumacia una de­cina di militari nazisti per l'eccidio di 770 civili (tra i quali oltre duecen­to bambini), compiuto sull'Appenni­no bolognese nell'autunno del '44. Nel '51 il capo dell'operazione di sterminio, Walter Reder, fu condan­nato all'ergastolo, ma poi graziato. La pellicola prodotta da Arancia-­film e Rai Cinema, con Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio e la piccola Greta Zuccheri Monta­nari, arriva al cinema con Mikado dal 22 gennaio, dopo aver vinto il premio della giuria e quello del pub­blico al festival di Roma. È un film intenso, duro e cupo come la livida  montagna dov'è ambientato, le an­tiche facce dei protagonisti e l'osti­co dialetto emiliano in cui è intera­mente recitato, con sottotitoli. Così com'era tutto in dialetto occitano il film d'esordio del bolognese Diritti, 50 anni, allievo di Olmi, ma anche ex fonico di Lucio Dalla e Vasco Rossi. Il vento fa il suo giro divenne un caso, nel 2008, perché uscì dalla clandestinità venendo proiettato ininterrottamente da un cinema milanese per un anno e mezzo.

 

Diritti, perché non era mai stato fatto prima un film su Marzabotto?

«Perché era scomodo. Per molti anni c'è stata un'operazione di occul­tamento, finché non è stato aperto il cosiddetto armadio della vergo­gna (nel ‘94 fu scoperto un archivio se­greto, in uno sgabuzzino della procura militare di Roma; dove erano nascosti 695 fascicoli sulle stragi nazifasciste in Italia). La Guerra fredda ha con­dizionato tutto. Molti nazisti colla­borarono con la Cia per salvare la pelle e la verità su quella e altre stragi era troppo scabrosa. Furono imboscati i documenti e insabbiati i processi. Erano temi imbarazzanti, anche perché sarebbe saltato fuori che pure i soldati italiani in Grecia o in Albania avevano fatto porcate si­mili. Meglio seppellire, si pensò».

 

Il cinema ha sempre racconta­to una storia diversa, sui no­stri connazionali in trasferta dall'Africa alla Grecia.

«La cosa curiosa che ho scoperto nella mia ricerca storica è che i si­stemi nazisti avevano preso spunto dai metodi di annientamento fasci­sti nelle guerre coloniali: lo stermi­nio come metodo per sottomettere un popolo. L'uomo ha questa stra­ordinaria capacità di assomigliarsi nel peggio».  

 

 

Qualcuno ha sentito puzza di revisionismo nel suo film, per­ché i partigiani sono rozzi, brutali e anche ambigui.

«Per me la Resistenza è un valore assoluto. La democrazia oggi esiste perché quelle persone presero le armi e si comportarono in quel mo­do. il revisionismo mi fa schifo. Non dimentichiamo chi c'era prima e co­sa aveva fatto. Ma i partigiani non erano eroi, bensì gente disperata e affamata che voleva scacciare quel­le bestie dalla loro terra. L'enfasi con cui sono stati raccontati, fino ad un certo punto, ha prodotto un grande danno, quello che stiamo pagando ora quasi con la vergogna. La realtà è nel mezzo tra questi  estremismi e queste strumentalizzazioni : ed è quella dei morti».

 

Chi sarebbero oggi i partigia­ni?

«Gli ultras degli stadi: una gioventù esaltata, sfegatata. Erano universi­tari, ma anche delinquenti che si sparavano tra loro e compivano ru­berie. È facile e umano lasciarsi an­dare al gusto del dominio. L'idea e la coscienza politica vennero dopo. Molti si unirono alle brigate solo per non fare il militare o non finire in galera. Non celare questo aspet­to, sul quale il revisionismo s'è insi­nuato con perfidia, non toglie però nulla al ruolo fondamentale che hanno avuto nella nascita della de­mocrazia. La mia intenzione era quella di raccontare la gente nor­male. Quelli che ancora oggi si ve­dono piovere in casa missili telegui-

I dati da un altro continente. I civili che diventano "scarti di lavorazio­ne", effetti collaterali. Marzabotto è lo specchio di una realtà che ancora esiste. La Resistenza è anche quel­la non armata di quei preti che an­davano a difendere le donne nei fe­stini orgiastici dei nazisti e veniva­no ammazzati. Questo è il valore che deve rimanere: opporsi a tutte le aberrazioni del potere e alla logi­ca bellica della soppressione».

 

L'uomo che verrà - il neonato che sopravvive alla strage - era poi meglio dell'uomo che fu?

«C'era il punto interrogativo, ma l'ho tolto. La speranza in un mondo migliore resiste. Mi auguro che fra quattro secoli l'umanità parlerà delle guerre come di una pratica abominevole del passato simile al cannibalismo. La realtà odierna ci offre tutt'altra sensazione: forse l'uomo che verrà sarà anche peg­gio. Si va sempre verso il dominio e non verso la condivisione. Se c'en­tra anche la genetica, in fondo sia­mo figli di conquistatori e la storia dell'umanità è scritta da grandi as­sassini, che però vengono abitual­mente ammirati e mitizzati. Carlo Magno, Napoleone, l'Impero Ro­mano: le grandi civiltà sono quelle che si sono imposte ammazzando e sfruttando il prossimo».

 

In una scena, un prete dice ad un nazista: «Siamo quello che ci hanno insegnato ad essere»,

«È un richiamo all'oggi. Se non c'è semina non c'è raccolto. Ci vuoi passione nel seminare, anche cultu­ra. Non so se il cinema possa cam­biare il mondo, ma può fare da spec­chio. Magari se qualcuno si tira su le maniche e ci prova, qualcosa ot­tiene. In tempi di cinepanettoni e

sparate contro il culturame, si sta perdendo questo senso. Difenderò sempre la commedia e il diverti­mento, ma non togliete spazio an­che al cinema che aiuta a pensare».

 

L’aggettivo con cui più spesso la definiscono è «rigoroso». Si riconosce?

«Sì, se si riferisce all'approccio nel­la ricerca della verità e della preci­sione nella ricostruzione contro ogni approssimazione. Ma credo che il mio cinema sia anche passio­ne, emozione, fascinazione visiva. Serio, non serioso».

 

Adesso può finalmente dire che da grande farà il regista?

«Sì, dopo un percorso anomalo so­no riuscito a fare quel che volevo. Non solo il regista, ma il regista che racconta quel che vuole. L'autoriali­tà credo abbia ancora un senso. Molti colleghi sono condizionati dal mercato e scelgono una strada che porta alla tv. Così, il cinema manca di coraggio e identità».

 

Nel prossimo film si deciderà a scendere dalle montagne?

«Sì, anche se la montagna è il mio habitat e credo che il nostro rap­porto con la natura sia una buona dimensione per comprendere il senso della vita. Se tutti la sera po­tessero vedere un cielo stellato, for­se saremmo diversi e avremmo bi­sogno di meno oggetti per compen­sare le carenze affettive. Comun­que, ho due progetti. Uno sulle gio­vani generazioni da tutelare e valo­rizzare, cosa che la società non fa. Un altro sul mondo del credere, sul­la ricerca di Dio».

 

Lei è credente?

«Più s'invecchia e più calano le cer­tezze. È difficile definirsi. Sono uno speranzoso credente molto a disa­gio in un mondo cattolico dove le straordinarie cose scritte sul Van­gelo continuano ad essere solo lette e non tradotte in atti».

 

da Il Venerdì di Repubblica

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