Manna e miele ferro e fuoco
Natura e sentimento l´epica popolare delle donne selvatiche
Giuseppina Torregrossa è una scrittrice tutta "al femminile", senza
esitazioni di genere: non s´immagina una sua sola riga scritta da un uomo.
Nelle sue storie miscela pancia e cuore. In più è siciliana, e come la maggior
parte dei suoi conterranei percepisce quest´origine come "la" radice
esistenziale. Ogni sua pagina esprime sicilianità, intesa come sentimento della
natura poderosa dell´isola e come istinto irrinunciabile del proprio
territorio; e quest´aspetto è una linfa che addensa ulteriormente la sua
scrittura grondante di femminilità. Il che equivale a una spiccata devozione
per il materico, a una complicità materna con il lettore (c´è una sorta di
melodia cantabile e cullante nel suo narrare speziato da zone dialettali) e a
un incedere pervaso da odori, sapori, giochi tattili e flussi di emozioni
interne. Quasi ossessivo il suo affondo nella sensualità, con persistenti
accensioni veristiche.
Quest´amabile signora, che ha lavorato a lungo come ginecologa curando tumori
al seno (notizia utile per capire il rapporto con il corporeo che impregna la
sua scrittura), ottenne un bel successo un paio d´anni fa con Il conto delle minne: un tenero quadro
di famiglia (sicula, ovviamente) guidato dal filo conduttore di un´esaltazione
del seno femminile, che conquistò notevoli cifre di vendite e dieci traduzioni
all´estero. Ora, con Manna e miele, ferro
e fuoco, in uscita per Mondadori, l´autrice palermitana, senza rinunciare
alla sua impronta, si è posta obiettivi più ambiziosi.
Se il libro precedente era un´affettuosa fiaba mediterranea, con venature di
biografismo e tratti esilaranti, l´attuale storia non solo si lancia
nell´invenzione pura, senza appigli documentari o soggettivi, ma sembra volersi
misurare con l´impianto "classico" del romanzone popolare femminile.
Perciò è sospinto da un´eroina coraggiosa, oppressa dai soprusi di un contesto
maschilista e a poco a poco in grado, dopo un gran succedersi di sofferenze, di
ricostituire la sua dignità e il suo libero arbitrio: una rivendicazione che
deve molto a un contatto intenso con le forze naturali, come in certe figure di
donne selvatiche e possenti create da Isabel Allende.
Mira in alto anche lo sfondo scelto per Manna
e miele, ferro e fuoco, la cui vicenda, ambientata tra i boschi delle
Madonie, si sviluppa nel momento-chiave della transizione verso l´Unità
d´Italia, col crollo del regno borbonico, l´impresa di Garibaldi al Sud e
l´instaurarsi del governo sabaudo nel Meridione. Gli accenti amari e disillusi
sui destini della Sicilia, osservati durante l´arduo passaggio, sembrano
cogliere spunti da I Viceré, non a caso il libro prediletto dalla Torregrossa.
E pure l´arco di tempo attraversato, da metà Ottocento agli anni Ottanta dello
stesso secolo, è il medesimo del capolavoro di De Roberto.
Ma gli accadimenti storici sono solo una cornice: il motore della trama è il
personaggio di Romilda, seguita dalla nascita alla maturità. La madre Maricchia
sognava una figlia femmina, e quando arriva, ultima dopo tre maschi, se ne
innamora alla follia, trasmettendole molte certezze su se stessa. Il padre
Alfonso, quasi uno stregone, è "u mannaluoro": il suo mestiere è
estrarre dai frassini la manna, una sostanza rara e preziosa usata come
dolcificante e prodotta nel triangolo compreso tra Castelbuono, Cefalù e Gangi.
Romilda cresce all´aria aperta e ha una bellezza fuori dall´ordinario. E´ una
fata in sintonia con le più solide e inconoscibili correnti della terra, una
regina che fiorisce nel verde e tra gli alveari: le api diventano le sue
migliori amiche e le sue ancelle. Dal padre impara il segreto magico della
manna, da raccogliere scortecciando i tronchi: arte chirurgica riservata ai
maschi, esige destrezza e sapienza. Romilda se ne appropria così bene - meglio
dei suoi fratelli - che diventerà la prima mannaluora femmina delle Madonie.
Spezza l´incanto il barone di Ventimiglia, un orco vecchio e incattivito dal
brutale esercizio del potere, che la vuole in sposa quando è poco più di una
bambina. Comprata e schiavizzata, Romilda patisce ogni notte gli assalti del
marito come stupri. La sua energia si sgretola, il suo corpo è un tempio
profanato. E quando partorisce due gemelli non riesce ad accettarli. Poi però,
dopo un succedersi di morti e varie disavventure, ritrova la strada delle sue
montagne e si riconcilia con il battito profondo della vita.
Lungo il romanzo abbondano gli amplessi, ora goduti ora subiti, e sempre
esplorati con malizioso gusto anti-censorio del dettaglio. Il sesso incombe al
positivo e al negativo: tanto è turpe quello del barone ai danni della sua
moglie-bambina, quanto è armonico e ricco di risonanze quello che unisce fino
alla vecchiaia i due umili e appassionati genitori della ragazza. Ed è la
sponda più felice dell´eros a vincere nell´epilogo, quando Romilda, splendida e
rigogliosa tra i suoi frassini come una dea della fertilità, si fa possedere,
finalmente consapevole e partecipe, dal giovane Lorenzo.
Tra manierismi e squilibri strutturali, l´affresco serba comunque la
gradevolezza di un abbraccio, e sa ancorarsi con abilità a un´intera mappa di
perni seduttivi: trionfo della superiorità "naturale" della donna;
fervido culto ambientalista; femminismo addolcito fino alla stucchevolezza
(manna e miele ci inondano a ogni passo); il tema intramontabile del fascino
del selvaggio.
Repubblica 23.4.11

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