Mani mafiose sulla democrazia
Come le mafie controllano grandi quantità di voti
Vi racconto una storia, una storia semplice, facile da
capire. Una storia che dovrebbero conoscere tutti e che i pochi che la
conoscono tengono per sé. Come si truccano i voti, come si controllano le
elezioni, come fanno i clan criminali a gestire il voto. L'organizzazione si
procura schede elettorali identiche a quelle che l'elettore trova ai seggi,
tramite scrutatori amici e in alcuni casi dalle stamperie stesse. Le compila e
le tiene lì. L'elettore che vuole vendere il suo voto va da referenti del clan
e riceve la scheda elettorale già compilata. Si reca al seggio presenta il
proprio documento di riconoscimento e riceve la scheda regolare. In cabina
sostituisce la scheda data dal clan già compilata con la scheda che ha ricevuto
al seggio, che si mette in tasca.
Esce dalla cabina elettorale e consegna al seggio la scheda ottenuta dal clan.
Poi va via. Torna dagli uomini del clan, dà la scheda non votata e riceve i
soldi. La scheda non votata e consegnata agli uomini del clan viene compilata,
votata, e data all'elettore successivo che la prende e tornerà con una pulita.
E avrà il suo obolo. Cinquanta euro, cento, centociquanta o un cellulare. O una
piccola assunzione se è fortunato e il clan riesce a piazzare tutti i politici
che vuole.
Ecco come funzionano le elezioni in alcune parti del Paese. Avevamo da queste
colonne lanciato una provocazione durante le ultime elezioni amministrative.
Avevamo chiesto all'Osce, all'Onu, all'Unione europea di poter monitorare le
elezioni amministrative. Non nelle capitali, non nelle città più in vista dove spesso fanno studi e
osservano. Ma nei posti di provincia dove il condizionamento è capillare e
costante, dove i candidati sono direttamente imposti ai partiti dalle organizzazioni
criminali. Il presidente della commissione antimafia Pisanu conferma che le
amministrative hanno visto nelle liste candidati impresentabili, uomini e donne
decisi direttamente dalle organizzazioni criminali. La richiesta di aiuto
all'Onu era naturalmente una provocazione, un modo per sottolineare che da soli
non ce la facciamo. Che le mafie sono un problema internazionale e quindi solo
una forza internazionale può estirparle.
Quando un'organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone
le tessere, quando può pesare sul governo di una Regione, quando può
infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione
e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini,
non ci troviamo di fronte a un'emergenza, a un'anomalia, a un "caso
Campania" o a un "caso Calabria": ci troviamo al cospetto di una
presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere
insieme alcuni segni e sintomi palesi. Il Pdl in molte parti del Sud ha
candidato colpevolmente personaggi condannati o indagati per mafia.
Tutti i proclami di contrasto alle organizzazioni criminali si sono vanificati
al momento di scrivere le liste elettorali: persino quello che di buono era
stato fatto nell'ambito repressivo è stato vanificato. Tutto compromesso perché
bisogna dare la priorità ai voti e agli affari e quando dai priorità ai voti e
agli affari, dai priorità alle mafie. Il centrosinistra ha cercato un maggiore
controllo non sempre riuscendoci. Dalla svolta, che sembrava avvenuta con lo
slogan "Mafiosi non votateci" alla deriva che arrivò con l'iscrizione
al Pd in un solo pomeriggio a Napoli di seimila persone. Il tentativo di
incidere sulle primarie aveva portato ambienti vicini ai clan ad entrare nel
partito per condizionarne i leader.
Il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle
elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta voti. Conviene
essere contro le organizzazioni, ma se questo significa perdere? Cosa fai?
Compromesso o sconfitta? Tutti rispondono compromesso. E questo perché la
politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello
che il diritto non ti dà. Se non hai un lavoro, cerchi di ottenerlo votando
quel politico; se non hai un buon letto in ospedale, cerchi di votare il
consigliere comunale che ti farà il favore di procurartelo. Ecco, questo sta
diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice
scambio. Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette
favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto. Ti dà il letto in ospedale
per tua nonna, ti dà magari l'autorizzazione ad aprire un negozio di tabacchi,
ti dà mezzo lavoro: ma ti sta togliendo tutto. Ti toglie le scuole che dovresti
avere per diritto. Ti toglie la possibilità di respirare aria sana, ti toglie
il lavoro che ti meriti se sei capace. Questa è diventata la politica italiana:
se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco.
La macchina del fango, lo strumento che in certi ambienti del governo si
utilizza per terrorizzare chiunque osi contrastare è mutuato direttamente dal
comportamento delle mafie. Diffamazione, delegittimazione costante, è la
criminalità che ci ha insegnato questo metodo che si sta dimostrando
infallibile: far credere che tutto sia sporco, che non valga la pena più di
credere in niente. Se fossimo un altro paese si invaliderebbero le elezioni, se
fossimo un altro paese si chiederebbe aiuto agli organismi internazionali, se
fossimo in un altro paese, un potere pubblico condizionato dalle organizzazioni
criminali a destra come a sinistra sarebbe disconosciuto. Ma non siamo un altro
paese. Ci resta solo la possibilità, che dobbiamo difendere con tutto quello
che abbiamo, di raccontare, osservare, capire e dire come stanno le cose: che
l'Italia è una democrazia, ma è anche una democrazia a voto mafioso.
http://www.repubblica.it (13 ottobre 2010)

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