Malattie rare. Più di tre famiglie su dieci in ginocchio per sostenere i costi
Il 16% delle famiglie con malati rari sono al di sotto della soglia di povertà, più della media italiana stimata dall’Istat (2009).
Più di una famiglia su dieci è al di
sotto della soglia di povertà e altre due sono a forte rischio di povertà a
causa dei costi legati alla gestione della malattia rara. In altri termini, le
precarie condizioni economiche di base espongono tre famiglie su dieci a
concrete difficoltà economiche e psicologiche. Una famiglia su quattro spende
più di 500 euro al mese per la cura e l’assistenza della patologia, una cifra
che può anche raddoppiare se si è costretti a spostarsi dalla propria città per
ricevere le cure. E il 20% si indebita per sostenere le spese.
È questa la fotografia sulle malattie rare e i suoi
costi scattata dallo studio pilota condotto dall’Istituto per gli Affari
Sociali con la collaborazione di Uniamo-Fimr Onlus che rappresenta oltre
ottantacinque associazioni di pazienti, Orphanet-Italia, Farmindustria e
l’Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, presentato dall’Isfols oggi
a Roma.
Lo studio ha selezionato, tra le moltissime, undici
malattie rare considerate rappresentative dell’universo di queste patologie
(l’assenza di dati esaustivi sulla popolazione dei malati rari e delle loro
famiglie non consente, infatti, di individuare e analizzare un campione
rappresentativo) e ha coinvolto le rispettive Associazioni di pazienti. Hanno
risposto a questionari malati di tutte le fasce di età e i loro familiari, equamente
distribuiti. Più della metà residenti nel Nord Italia.
“L’indagine ha evidenziato molte criticità attorno al
tema delle malattie rare - ha sottolineato Bruno Dallapiccola, coordinatore del
progetto Orphanet-Italia e direttore scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù di
Roma – in particolare ha fotografato alcune delle più significative
problematiche sociali che sono costretti ad affrontare i malati rari e le loro
famiglie, ponendo l’accento su una serie di domande che ancora attendono di
ricevere risposte puntuali”.
Soprattutto i risultati emersi dallo studio potranno
essere utili per la redazione dei Piani nazionali delle malattie rare. “Per
rispondere al bisogno globale del malato raro e della sua famiglia – ha
spiegato il presidente di Uniamo, Renza Barbon Galluppi- è necessario identificarlo e riconoscerlo per sviluppare un
approccio omogeneo e coordinato che renda più facile e funzionale l’accesso di
questi pazienti e delle loro famiglie agli interventi da parte del sistema
sociale.”
“I risultati dell’analisi – ha affermato Massimo
Boriero, presidente Gruppo Biotecnologie di Farmindustria – sottolineano
l’utilità della rete tra tutti gli stakeholder per creare sinergie e offrire
risposte ai bisogni non ancora soddisfatti. L’industria, grazie alla ricerca e
alle nuove tecnologie, contribuisce al miglioramento della qualità di vita dei
pazienti con terapie innovative per un numero crescente di queste patologie.
Dal 2000 a
oggi, sono 795 le designazioni di farmaco orfano rilasciate dall’Agenzia
europea per i medicinali. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla
sperimentazione clinica dell’Aifa, le sperimentazioni cliniche in Italia con
almeno un farmaco orfano sono più che triplicate negli ultimi 5 anni, passando
da 17 nel 2004 a
62 nel 2009. E da ottobre 2009 sono 7 le aziende italiane con prodotti che
hanno ottenuto la designazione di farmaco orfano a livello europeo”.
Ma vediamo in sintesi quali sono i risultati emersi
dallo studio.
Costi diretti … Dall’indagine è emerso
che le famiglie da considerarsi sotto la soglia di povertà sono leggermente più
numerose della media italiana stimata dall’Istatnel 2009; se a queste poi
aggiungiamo le famiglie che possono essere considerate a forte rischio di
povertà arriviamo ad una percentuale molto alta, il 35%. Numeri alla mano,
circa 16% delle famiglie sono sotto la soglia di povertà e un altro 19% è
comunque sulla soglia di povertà, quindi in una posizione socioeconomica a
rischio: queste famiglie, sottolinnea lo Studio, sono particolarmente fragili
da un punto di vista reddituale, esposte quindi all’impossibilità del
sostenimento dei compiti economici legati alla patologia, compresi quelli
indispensabili. Una famiglia su quattro spende più (a volte anche molto di più)
di 500 euro mensili per la cura e l’assistenza della patologia. E le spese
aumentano considerevolmente se per curarsi occorre spostarsi dal proprio luogo
di residenza:il 44% spende mediamente 500 euro per ogni trasferta, ma il 19%
spende tra le 500 e i mille euro, e l’8% addirittura supera i milleeuro.
Ovviamente più è distante il Centro clinico da raggiungere e maggiori i giorni
di permanenza, tanto più le spese si ampliano. Così quasi il 20% delle famiglie
dichiara di aver avuto bisogno di aiuti finanziari. Inoltre, molti genitori
(per il 40% dei pazienti in età pediatrica addirittura entrambi i genitori),
per far fronte ai bisogni assistenziali, peggiorano la propria condizione
lavorativa, quando non sono costretti addirittura ad interromperla.
… e costi indiretti. Più dei costi
diretti a pesare sulle famiglie sono quelli “indiretti” il cui carico a volte
può essere molto più alto. Un elemento importante di costo indiretto è quello
legato alla distanza dai centri dove si fa terapia. Quasi il 20% di pazienti
che fanno terapia farmacologica deve raggiungere un centro (farmacia, ospedali,
ecc) localizzato fuori dalla propria città (o paese) di residenza. Per quelli
sottoposti a terapia riabilitativa ben il 37% deve spostarsi dalla propria
città di residenza per raggiungere il centro e per loro il costo (non solo di
natura economica) aumenta in quanto il 73% deve effettuare la terapia più di
due volte a settimana.
Il 22% dei pazienti ha bisogno di un’assistenza
domiciliare (medica, assistenziale, riabilitativa, e ultimamente anche progetti
di terapia farmaceutica domiciliare per terapie farmacologiche che prima
venivano effettuate solo in ospedale). Circa il 30% di quelli che necessitano,
o possono permettersi un’assistenza domiciliare ne hanno bisogno in maniera
praticamente costante, per oltre 12 ore a giorno, ma il 16.22% ne ha bisogno
più di 84 ore alla settimana.
L’identikit delle malattie rare. Nella
Comunità Europea il limite di prevalenza è stato stabilito a meno di 1 caso
ogni 2mila abitanti. Ma essendo molto ampia la quantità di patologie definibili
come rare sono di fatto molti i malati rari: nella Ce le stime sono aggirano
intorno ai 30 milioni, mentre solo in Italia, nel 2004, erano 1milione e
500mila; una stima oggi ulteriormente salita.
Dallo studio è emerso che oltre la metà dei pazienti
(52,60%) sviluppa la malattia e i suoi sintomi durante l’età pediatrica, e in
particolare il 37% durante la prima infanzia. Di più, il 22% dei pazienti nasce
già con una più o meno grave sintomatologia. Uno scenario che comporta esigenze
specifiche sia rispetto allo sviluppo del paziente, sia rispetto alla sua
gestione da parte dei genitori.
Le criticità. Le maggiori criticità
nelle malattie rare sono il ritardo diagnostico e la correttezza della
diagnosi. Anche se nel corso degli anni i tempi per ricevere una diagnosi si
sono ridotti grazie all’avanzamento della tecnica medica, alla
sensibilizzazione e alla diffusione della conoscenza su queste malattie, circa
la metà dei pazienti hanno ricevuto una diagnosi dopo oltre un anno dall’inizio
della sintomatologia, e nel 18% dei casi si è arrivati addirittura a più di
dieci anni. Il 35% dei pazienti ha inoltre ricevuto in precedenza altre
diagnosi prima di arrivare a quella definitiva e ben il 37% ne ha ricevute più
di dieci.
Per il 43% dei pazienti è stato necessario un ricovero.
Più della metà (54,6%) è rimasta in ospedale per oltre un mese. Nel 97% dei
casi il costo è a carico del Ssn, ma per le famiglie il carico emotivo è
devastante. Il 40% dei pazienti ha subito interventi chirurgici (oltre il 60% anche
più interventi chirurgici, il 5% addirittura più di dieci).
Per il 20% dei pazienti al momento non esiste, oppure
non gli è stata proposta, una terapia specifica per il trattamento della loro
patologia. Un paziente su cinque dichiara di non effettuare una terapia
specifica. Inoltre la patologia rara è spesso associata (35% dei casi) da
patologie secondarie. Su 600 pazienti, la metà fa terapia farmacologica, ma
evidentemente un 12% di questi utilizza farmaci che non sono né in esenzione,
né in convenzione, con la conseguenza che il costo è totalmente a loro carico.
Per 1/3 dei pazienti, il trattamento della patologia rende necessaria una
terapia riabilitativa: il 24% tuttavia la paga di tasca propria.
Aspetti assistenziali . Competenze
cliniche specialistiche decisamente esigue e dislocate nel territorio nazionale
in maniera irregolare. Difficoltà di orientamento nell’individuare i Centri
clinici e gli specialisti idonei e competenti. Centri molto distanti rispetto a
quelli di residenza degli utenti, e particolarmente nel Sud Italia dove la
situazione è drammatica (il 77% per raggiungere i Centri clinici deve spostarsi
extra-Regione). Difficile comunicazione della diagnosi.
Sono queste le problematiche emerse sul fronte
assistenziale. Dallo studio è emerso in particolare che nonostante la loro
scarsità, i Centri clinici sono gli unici punti di riferimento per i pazienti,
tant’è che i medici di famiglia sono scarsamente persi in considerazione.
I pazienti sono inoltre soddisfatti dell’assistenza
ricevuta dal Centro clinico di riferimento e dal referente
territoriale. La comunicazione della diagnosi sembra essere invece
particolarmente problematicae così tanto più aumenta l’insoddisfazione della
comunicazione della diagnosi, tanto più aumenta il ricorso ad altri specialisti
per la conferma diagnostica. La comunicazione della diagnosi sembra quindi
molto importante per l’attivazione dei processi di accettazione della malattia
e fiducia verso il medico, quindi molto probabilmente anche per la
facilitazione dei processi di cambiamento progettuale da parte del paziente e
dei suoi famigliari.
E.M.
http://www.quotidianosanita.it 15 dicembre 2010

Precedente: L’impronta ecologica? All’Italia non interessa








