Ma i coccodrilli non piangono
Tutti portiamo qualche responsabilità: per lo stile di vita che abbiamo accettato, approvato e solo a parole rifiutato
I moderni alligatori dell’economia, della politica, della scuola, dei media
sanno bene che il cibo per loro non mancherà mai. Nemmeno ora che la crisi
imporrebbe a tutti un prezzo da pagare. Il vento della crisi dovrebbe farci
ricordare alcune semplici cose: che una qualche responsabilità la portiamo
tutti, per l’adesione allo stile di vita (l’idolatria del Mercato e le sue
conseguenze) che abbiamo accettato, e approvato anche quando a parole ce ne
dichiaravamo nemici; che la crisi è il prodotto di un “pensiero unico”, di
un’ideologia dell’economia e dello sviluppo assolutamente bipartisan. Ci sono
gradi di responsabilità diversi, certo, e se per alcuni il vento della crisi
dovrebbe significare, né più né meno, un allontanamento dalle responsabilità
pubbliche, per altri dovrebbe quantomeno significare un’autocritica che
certamente non ci sarà.
Sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero» abbiamo ripescato un vecchio
articolo di Carlo Levi del 20 ottobre 1945, a sei mesi dalla Liberazione, intitolato Quattro
tesi sull’epurazione, di eccezionale saggezza e lungimiranza, ben
comprensibile avendo Levi scritto in quegli anni il più bel romanzo politico
italiano dopo I promessi sposi, L’orologio, che, almeno a
sinistra, tutti dovrebbero aver letto. Allora l’epurazione intese salvare, dice
Levi, l’economia, risparmiando le «attività destinate a rimanere nell’orbita
del diritto privato» e considerandola tra quelle, mentre era proprio su quelle
che bisognava puntare, insieme ai campi dell’amministrazione, dell’esercito e
della cultura «che sono, ancora oggi, particolarmente pericolosi», allontanando
«dagli impieghi e dagli incarichi tutti coloro che approfittando del fascismo,
li hanno ottenuti senza avere la necessaria capacità, e che perciò
costituiscono un peso morto per lo Stato e per la vita del paese» (e insisteva
sulla scuola, sull’Università, sulla cultura).
«L’epurazione non può essere un fatto moralistico: non è una vendetta, né una
punizione. Averla intrapresa con questo spirito è stata la causa del suo fallimento.
(...) Singolarmente molti fascisti possono essere più stimabili di molti che
non lo sono stati; ed è cosa grave, e impossibile, il giudizio su un uomo»,
eppure l’epurazione è una misura necessaria, se condotta con saggezza e
guardando alle responsabilità vere e maggiori nel disastro in cui chi ha
gestito il potere ha precipitato il Paese. «Allontanati i fascisti e gli
incompetenti dall’alta burocrazia statale, dall’esercito, dalle università e
dai centri del potere economico, industriale, commerciale e agrario; colpiti
con i tribunali i rei di delitti; tolti, almeno per le elezioni alla
Costituente, i diritti di voto e di eleggibilità a tutti coloro che hanno avuto
cariche fasciste, il processo epurativo non dovrebbe estendersi oltre, e
dovrebbe rapidamente cessare».
Sarebbe necessaria anche oggi, questo tipo di epurazione? Forse sì, ma
naturalmente a tutto assisteremo meno che a questo. Il risveglio del Paese e lo
spirito della democrazia e della ricostruzione vennero, nel ’45, dopo vent’anni
di dittatura di cui sette di guerra mondiale e due di guerra civile, dopo anni
di lacrime e sangue, ma che risveglio può esserci oggi, dopo trent’anni di
fascismo blando che ha avuto la sua legittimazione dal benessere e dalla
manipolazione mediatici e di cui tutti si è stati, più o meno, partecipi e
consenzienti? E dove sarebbero le “forze di ricambio”, dove pescarle? Le stesse
facce di sempre continueranno a “rappresentarci” nel mondo, rappresentando al
peggio tutte le nostre ipocrisie sul grande palcoscenico della politica,
insieme a quelle dei loro figli, magari “ribelli” per qualche mese (per farsi
le ossa e aver più valore nel mercato dei voti).
Non è vero che i coccodrilli piangono dopo aver divorato una o più vittime,
tanto meno i coccodrilli dell’economia, della politica, dei media, della
scuola. Alcuni si sono specializzati nel “far finta” anche in questo caso, con
i loro romanzi buonisti e le loro messe in guardia dalla rivolta (nel
linguaggio delle classi dirigenti il ripudio della violenza significa non
ribellarsi mai a niente), altri non hanno mai trascurato l’arte della predica e
della denuncia, così redditizie sul mercato giornalistico, televisivo,
librario. Le lacrime dei coccodrilli sono una reazione fisiologica al troppo
mangiare, e i coccodrilli moderni sanno benissimo che loro non mancheranno mai
di cibo, e in abbondanza, che avranno sempre di che triturare riducendoci ai
loro voleri e facendo pagare a noi che non siamo classe dirigente la crisi che
hanno provocato e a cui pretendono di esser loro a porre rimedio senza nulla
cambiare delle consuete ricette.
L’Unità, 14 agosto 2011

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