Ma chi l'ha detto che al cuore non si comanda?
Scrive Denis de Rougemont in "L'amore e l'Occidente": "Il problema forse non è quello di rendere più facile i divorzi, ma più difficili i matrimoni"
Sono
una donna di 42 anni, cresciuta in una famiglia numerosa unita dai valori
cristiani. Dopo la laurea, a 25 anni ho iniziato a lavorare, a 29 ho
conosciuto mio marito, figlio di separati, con il quale ho convissuto. A 32 ci
siamo sposati ed abbiamo desiderato e avuto 3 figli. A dicembre dello
scorso anno mi ha comunicato che, da un mese, intratteneva una relazione con
un'altra donna, e a fine gennaio è andato via di casa. I figli sono rimasti con
me, e prima dell'estate è stata fissata l'udienza in tribunale per la sentenza
di separazione consensuale. Ho soffocato la mia rabbia, il mio dolore la mia
delusione, ed ora da una parte cerco di sorridere ed essere propositiva con i
figli, e dall'altra avere un rapporto "distaccato" e civile con mio
marito, ma un "tarlo" continua a "rosicchiarmi"
in testa.
Come fa un persona, e mi riferisco al padre dei miei figli,
che ha subìto un danno, e cioè ha vissuto il dolore della separazione,
riproporre la stessa cosa ai suoi figli? E se non fosse consapevole dei traumi
ricevuti dalla separazione dei suoi genitori, ma ha comunque
"vissuto" il dolore e lo strazio della madre, perché far passare la
stessa triste esperienza a una persona a cui dice ancora di voler bene?
Lettera firmata
I dolori sofferti nell'infanzia, soprattutto quelli
abbandonici, si possono compensare in due modi: o evitandoli agli altri, o
gratificandosi con una soddisfazione narcisistica. Sua marito sembra abbia
scelto questa seconda strada. Parlo di "narcisismo" perché,
soprattutto in età adulta, la passione d'amore, che peraltro non è mai
innocente, confonde le carte, e fa apparire come amore per l'altro quello che
in realtà è una conferma che siamo ancora appetibili e desiderabili. E siccome
l'amore di sé è di gran lunga più potente dell'amore per l'altro, alla
gratificazione narcisistica, soprattutto se non riconosciuta, è difficile
resistere.
Quanto ai figli, è inutile nascondercelo, soffriranno, anche
se i rapporti tra i coniugi separati sono "civili", perché detti
figli, che sul padre e sulla madre avevano investito il loro amore, constatano
che non erano poi così importanti per il genitore che se ne è andato.
Ovviamente, crescendo, se ne faranno una ragione, ma sarà una ragione triste,
che alimenterà vissuti depressivi, oppure una sfiducia di base a stringere
legami, come è facile constatare nei giovani d'oggi che si amano senza impegno
e, quando decidono di convivere, lo fanno solo se garantiti che la loro scelta
è revocabile.
Le crisi matrimoniali non dipendono solo da una
incompatibilità tra coniugi, ma molto spesso da una concezione, oggi sempre più
diffusa, che risolve l'amore nella passione. E da questo punto di vista è
chiaro che il matrimonio, per il solo fatto di essere una promessa
irrevocabile, appare, come dice Tolstoj, un "inferno". Ma l'amore
passione è l'unico modo in cui può declinarsi l'amore? Se "passione"
vuol dire "patire l'altro", dov'è mai il governo di sé nella conduzione
della propria vita?
Con questo non intendo dire che la fedeltà è un valore,
anzi, come scrive Denis de Rougemont: "La fedeltà è assurda almeno quanto
la passione, ma dalla passione si distingue per un costante rifiuto di subire i
suoi estri, per una costante presa sul reale, che cerca non di fuggire ma di
dominare". Ma cos'è il "reale" nella cultura d'oggi dove, come
ci ricorda Christopher Lasch, i rapporti personali seguono lo schema dei
prodotti di consumo, per cui tutto, dalla scelta di un amico a quella di un
amante, di una moglie, di un marito o di una carriera, può essere suscettibile
di una cancellazione immediata, non appena all'orizzonte si profilano
opportunità più vantaggiose o seducenti?
In questo tipo di cultura, dove tutto è intercambiabile,
diventano sempre più difficili le scelte irreversibili, anche se, a furia di
revocare le proprie scelte, difficilmente si costruisce una biografia, in cui
potersi riconoscere come soggetti di vita e non semplici oggetti di passione.
Se è vero infatti che la felicità non ignora la passione e forse neppure la sua
sregolatezza, è altrettanto vero che non si accontenta di una gioia passiva,
perché la felicità vuole creare. E allora perché non dire che il matrimonio
dovrebbe essere consentito solo ai creatori?

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