Lo sviluppo e la fame di democrazia
Lo sviluppo e l'istruzione non sono compatibili con regimi dittatoriali soffocanti.
Il mondo è stato colto di sorpresa dagli eventi in
Nordafrica e in Medio Oriente: pare che un'insurrezione in Egitto non fosse
considerata in nessuno scenario discusso dal dipartimento di Stato americano. È
vero che è molto difficile prevedere quali nazioni insorgeranno contro i propri
dittatori per ottenere più democrazia; ci sono però due variabili che
storicamente sono correlate alla democratizzazione: il reddito pro capite e il
livello d'istruzione medio del paese.
Già Aristotele aveva teorizzato che lo sviluppo economico è la condizione
necessaria per una democrazia stabile, e la storia gli ha dato ragione. Sono stati
i paesi più avanzati economicamente a diventare democrazie prima di altri.
Tentativi di democratizzazione in paesi molto poveri invece non hanno
funzionato. Per esempio, quando negli anni 50 l'Africa subsahariana diventò via via
indipendente, i regimi democratici imbastiti dagli ex colonizzatori non
resistettero. Quasi tutti divennero dittature proprio perché il livello di
sviluppo di quei paesi non era sufficiente a mantenere istituzioni
democratiche. Ovviamente la storia non procede linearmente e ci sono state fasi
storiche anche con paesi che hanno abbandonato la democrazia: si pensi solo al
periodo tra le due guerre mondiali. Vi sono poi eccezioni alla regola, come
l'India: una democrazia che è tale fin da tempi in cui questo paese era
poverissimo.
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Ma in generale la democrazia va a braccetto con lo sviluppo
economico: il secondo rende la prima pressoché inevitabile. Alla fine lo
sviluppo e l'istruzione non sono compatibili con regimi dittatoriali
soffocanti. Redditi pro capite più alti, ben sopra il livello di sussistenza,
incoraggiano attività economiche più sofisticate, che richiedono più libertà
d'azione e mercati più liberi e meno controllati dalle élite vicine alla
famiglia del dittatore.
Un aumento del livello medio d'istruzione rende sempre meno tollerabile la
censura e la mancanza di libertà di espressione, di partecipazione e di
critica.
È ovvio che molti altri fattori intervengono e per dati livelli di sviluppo è
difficile prevedere quale paese insorgerà prima. Sicuramente, però, i paesi
nordafricani e mediorientali (anche per il loro petrolio) hanno raggiunto
livelli di sviluppo tali per cui la mancanza di democrazia comincia a essere un
vincolo pesante.
In un certo senso, quindi, è naturale che paesi come
l'Egitto, la Tunisia,
il Bahrein, la Libia
e forse persino l'Iran insorgano. E sono le classi medie in questi paesi a
essere particolarmente presenti in queste insurrezioni. Sono abbastanza ricche
e istruite per apprezzare, appunto, i benefici della democrazia.
Oltre agli altri dittatori mediorientali, che saranno probabilmente
terrorizzati da quanto sta accadendo, vi è un altro regime che osserva da
vicino gli eventi: quello cinese. Il regime in quel paese sopravvive, si dice
comunemente, grazie alla straordinaria crescita economica, per cui i cinesi
pensano a diventare ricchi e non alla democrazia. Vero, nel breve periodo. In
realtà la crescita economica è un'arma a doppio taglio per il regime di
Pechino. Alla fine lo sviluppo economico dei cinesi li renderà meno tolleranti
delle limitazioni alla loro libertà. Una transizione verso la democrazia è
inevitabile. L'incognita è se sarà una transizione relativamente pacifica o
violenta.
http://www.ilsole24ore.com 24 febbraio 2011

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