Lo squalo e il caimano
Abbiamo sotto gli occhi gli esempi offerti da due sommi corruttori
Tra le massime che più corrono in ogni tempo e in ogni luogo vi è quella che il potere corrompe. Ed
è sacrosanta, poiché corrisponde alla realtà dei rapporti sociali, che dividono gli uomini in potenti e
impotenti, governanti e governati, ricchi e poveri, chi sta dentro al cerchio di coloro che contano e
chi no. Ma, dato per scontato che il potere corrompe, bisogna aggiungere che si danno due specie di
corruttori e di corrotti (e parliamo naturalmente soprattutto dei grandi corruttori e corrotti): quelli
che - trovandosi a vivere in contesto politico e sociale in cui l'etica pubblica e le istituzioni
conservano una forza sufficiente a coltivare almeno l'ipocrisia - una volta scoperti sono indotti a
recitare il mea culpa, a chiedere scusa, a promettere di non ripetere le malefatte e a compiere
almeno una certa pulizia nel proprio sporco cortile; e quelli invece che, venute alla luce le loro
malefatte, sono corrotti dal loro potere al punto da reagire non solo protestando sempre e soltanto la
loro innocenza ma addirittura accusando i giudici di essere essi i corrotti in quanto persecutori di
innocenti. È quest'ultima la forma estrema, la più odiosa della corruzione, dell'ingiustizia esercitata
dai potenti nei confronti dei loro simili.
Abbiamo sotto gli occhi gli esempi offerti da due sommi corruttori: uno «squalo» e un «caimano».
Entrambi ricchissimi, entrambi possessori di imperi mediatici, entrambi potentissimi, entrambi
capaci di influire sulla politica, sull'opinione pubblica e sull'economia, entrambi presi con le mani
nel sacco. Uno di essi anche capo di governo. Hanno caratteristiche personali simili per l'illimitata
ambizione, la volontà di accrescere a dismisura la propria ricchezza, la sete inesausta di potere, la
ferrea determinazione a difendere questo potere con le unghie e con i denti. Ma, stabilite le
somiglianze, ecco le differenze. Venute alla luce del sole le loro male opere, lo squalo - in un paese
dove le sue scoperte trame e le enormi violazioni della legalità commesse hanno suscitato uno
scandalo intollerabile per una società che ancora possiede sufficienti anticorpi - si è trovato costretto
a correre ai ripari, ad ammettere le colpe commesse dai suoi più stretti collaboratori, a chiudere i
battenti di una delle più antiche e influenti testate del giornalismo britannico, a chiedere
pubblicamente scusa, mentre cadevano le teste di suoi complici, ai cittadini vittime del suo sistema
di potere esercitato senza scrupoli. E tutto ciò lo squalo ha dovuto fare, perché al suo potere
mancava un tassello: il controllo in prima persona delle leve di governo.
Tutt'altra la reazione del caimano, che invece quel controllo possiede, in virtù della ben nota
concentrazione nella sua persona dei poteri politico, economico e mediatico. Forte da anni di questa
concentrazione, il caimano ha potuto reagire alle molteplici violazioni della legalità operate con
l'arroganza: manifestare l'estrema ingiustizia che consiste nell'accusare (lui) i giudici di commettere
ingiustizia, professarsi un galantuomo perseguitato e vittima di complotti, indicare agli altri
corruttori e corrotti suoi clienti la medesima via di difesa. E infatti non assistiamo ogni giorno in
Italia al ripetersi dello stesso copione, secondo cui ministri, parlamentari, generali e altri esponenti
delle istituzioni alle gravissime contestazioni dei magistrati rispondono in un unico coro di essere
bianchi come il latte, innocenti come fanciulli, ingiustamente perseguitati? Appresa la lezione dal
grande caimano, i piccoli caimani la seguono zelantemente.
Siamo, purtroppo, lontani dall'Inghilterra. I nostri giudici fanno il loro mestiere, ma in condizioni
assai difficili, in una incessante corsa dove gli ostacoli li mettono anzitutto i governanti. Sono
quotidianamente assaliti dalla stampa e dalle televisioni a questi asservite, sono messi alla berlina
come nemici della «libertà». La loro lotta per la legalità viene delegittimata, svilita, contestata. È
certo vero che nel Paese monta una crescente reazione a un tale avvilente stato di cose; ma è
altrettanto vero che la reazione si scontra con un nocciolo duro che non vuole mollare la presa, al
quale fa corona nella società un'area ancora assai vasta costituita da coloro che disprezzano la
legalità, nuotano come pesci nelle acque torbide sentendosi nel proprio naturale elemento, ed
erigono perciò barriere a difesa del sistema della corruzione che cresce nel connubio tra l'inesausta
caccia ai soldi e la ricerca di protezione nelle reti offerte dal potere politico corrotto e corruttore. In
questo quadro, riesce davvero istruttiva la parabola della Lega. Ai tempi di Tangentopoli aveva
inalberato la bandiera della lotta senza quartiere fino alla vittoria contro «Roma ladrona» e in
Parlamento agitava con spirito forcaiolo il cappio a cui appendere i ladroni. Poi, entrata nel cuore
del potere romano, divenuta amica intima dei ladroni, cieca e sorda, la Lega si è fatta la loro tenace
protettrice politica. E ora, sotto la pressione per un verso delle ragioni dell'attaccamento al potere e
per l'altro dell'imbarazzo della difesa a oltranza dei corrotti, annaspa nel dilemma amletico: votare o
non votare per le manette? Quali che siano i suoi voti, ciò che risulta palese è che da tempo Roma
ha conquistato Varese.
Abbiamo di fronte una tremenda crisi economica e al tempo stesso una tempesta provocata
dall'ennesima esplosione della «questione morale». Una questione che in Italia ha una lunga storia,
che si può percorrere leggendo lo splendido libretto di Alessandro Galante Garrone, ripubblicato nel
2009 da Aragno, "L'Italia corrotta 1895-1996", dove l'eminente storico, tirando le conclusioni della
sua analisi sulla corruzione del Paese, scriveva che essa si presentava come «un unico e lento
crescendo nella continuità». Quella storia continua. Le sue sono parole sconsolate e sconsolanti, che
ci richiamano a un compito di rinascita nazionale, tanto difficile quanto urgente, che gli uomini
adulti devono affrontare anzitutto per dovere verso i più giovani, i quali non meritano un'Italia quale
quella plasmata dal caimano, quella cioè che ha indotto Der Spiegel a dare l'addio al povero paese
che pure è il più bello del mondo.
la Repubblica 23 luglio 2011

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