Lo spirito di Port-Royal
Tra Sant’Agostino e Pascal, storia del pensiero forte
È uscito da Einaudi il PortRoyal di Sainte-Beuve (a cura di Mario Richter, vol.
I-II, pagg. XCI-2100, euro 150), da molto tempo esaurito nelle librerie
italiane, e nella Pléiade di Gallimard. Parlare di evento è poco. Il Port-Royal
è uno dei rarissimi capolavori della storiografia di ogni tempo e di ogni
paese; e va posto accanto ai libri supremi; Erodoto, Tucidide, Senofonte,
Curzio Rufo, Ammiano Marcellino, Beda, Liutprando, Guicciardini, Gibbon.
Il Port-Royal è un libro straordinariamente vasto. Comincia con Montaigne e
finisce con Voltaire: discorre volubilmente di tutto: storia politica, guerre,
storia morale, letteratura, eloquenza, religione, psicologia, paesaggio; e non
si arresta mai senza aver esaurito le sue innumerevoli forme. Appaiono i grandi
della letteratura e della religione; e centinaia di piccoli ritratti: figure in
movimento, devote, profonde, solenni, frivole, drammatiche, avventurose. Alla
fine, Port-Royal basta a tutti. Ogni lettore possibile vi trova il suo alimento
definitivo.
Il libro comincia, o finge di cominciare, nel cuore del sedicesimo secolo, con
Montaigne e San Francesco di Sales. Da principio, Sainte-Beuve sembra
vicinissimo a Montaigne: mobile, frivolo, cangiante, multiforme, fluttuante,
morbido, frantumato, molle, analogico, onnipresente: parla come Montaigne,
conserva fedelmente nella memoria i libri che egli amava – e poi,
all´improvviso, abbandona il suo meraviglioso modello. Solo alla fine
comprendiamo che il romantico profondamente cristiano che abita in Sainte-Beuve
non sopporta il profondo acristianesimo degli Essais. Verso San Francesco di
Sales e la sua "dolce devozione interiore", Sainte-Beuve ha una
simpatia intensissima: ama quella piacevole abbondanza di parole, quella
fioritura graziosamente famigliare di immagini, quelle "siepi profumate di
similitudini": ma presto si rende conto che la strada verso Port-Royal lo
porterà in luoghi diversi. Sono le diverse "famiglie naturali" degli
spiriti, tra le quali Sainte-Beuve muove, oscilla, guizza con una versatilità
colorata.
***
Per Sainte-Beuve, Port-Royal des Champs e Port-Royal de Paris sono due paesaggi
della natura e dello spirito: due Gerusalemmi celesti, che occupano un posto
unico in terra. Port-Royal des Champs era un monastero medioevale cistercense,
fondato nel 1204 nella valle della Chevreuse: mentre il secondo Port-Royal era
stato costruito nel faubourg Saint-Jacques, a Parigi. Sainte-Beuve ama questi
due luoghi: inquieto, sofferente, curioso dei fiori nascosti dell´anima, vi era
penetrato da giovane, visitando i boschi, gli edifici, gli stagni, i chiostri,
e camminando lungo le navate: aveva ascoltato le preghiere, i pianti, gli inni
dei monaci mentre guardava commosso la loro folla raccolta attorno a lui, per
trovare finalmente una voce. Era la sua voce: la sua morbida e inquieta voce;
la sola che poteva prestare a tutti i fantasmi di Port-Royal.
Il cuore di Port-Royal era, per Sainte-Beuve, la famiglia Arnauld, con tutti i
parenti vicini e lontani, e gli amici e gli affini. Come amava dire, si
trattava di una vasta famiglia d´anime, segnata da un timbro inconfondibile.
Era, in primo luogo, una tribù di patriarchi borghesi, profumati di Bibbia, con
la devozione di una dinastia cinquecentesca. Possedevano un´autorità naturale:
una eloquenza che preferiva la parola orale a quella scritta: una moderazione
rigorosa: la grandezza romana o spagnola del gesto. Avevano un coraggio
guerriero: nessun timore dei potenti: pervicacia: urbanità: ardore; e un´ironia
sottilissima, lo spirito di Port-Royal, che comunicarono al più spiritoso di
tutti i solitari: Pascal.
Qualcuno dei loro amici, e dei loro nemici, scrisse che gli Arnauld, in
qualsiasi momento della loro esistenza, erano posseduti da un pensiero unico,
da una parola misteriosa, la
Grazia. Ma cos´era la Grazia? Ne aveva parlato Sant´Agostino; e
Giansenio. La Grazia
era un´illuminazione radiosissima: un dono inesplicabile, che scendeva da
chissà dove; ma anche un lavoro, una fatica dura e persistente, che impregnava
le giornate degli Arnauld. Se si guardavano attorno, nei campi e nelle chiese
di Port-Royal, tutto era grazia: innumerevoli scintille di grazia. Armati con
questo strumento dolcissimo e terribile, essi distinguevano e classificavano le
vocazioni, i talenti, le ispirazioni di Dio: educavano le famiglie degli
spiriti. Così nascevano le grandi menti, ardenti e insaziabili, nutrite di religione:
la grandezza e la follia cristiana, il vero argomento di Sainte-Beuve.
Più ancora dei monaci, Sainte-Beuve amava le Madri di Port-Royal; e la più
grande di tutte, Madre Angélique. Ne parlava incessantemente e ne trascriveva
le lettere, con una passione che non finiva di esaurirsi, come se soltanto in
una monaca potesse calarsi l´occulto e manifesto spirito di Cristo. Quale
grandezza, quale dolcezza, quale devozione, quale rispetto, quale timore di
Dio; e anche quale grazia ironica, perché, come disse una volta Cristina Campo,
solo le sante sono (o erano) spiritose. Così queste donne austerissime,
perennemente in preghiera, avevano un immenso successo mondano. Intorno a Madre
Angélique svolazzavano le spiritose e graziose dame gianseniste: madame de Sablé,
madame de Sévigné, madame de La
Fayette, madame de Longueville, coi loro sterminati
epistolari.
Port Royal ha un culmine: Pascal, rappresentato con una complessità e una
tensione grandiose. Non c´è niente di più terribile delle nevrosi e dei traumi
di Pascal: durante un incidente, Pascal perde i sensi e pochi giorni dopo viene
illuminato da una visione: le lunghissime insonnie, appena alleviate dai
notturni esercizi di geometria; l´angoscia dell´abisso, aperto come una ferita
vertiginosa al suo lato sinistro. Sainte-Beuve adorava la leggera,
irrispettosa, insolente ironia delle Provinciales: la tremenda forza di volontà
che nelle Pensées assoggettava la facoltà di ricerca: la percezione netta e
sottile del reale; e la perfezione sovrana dell´intelletto, che conosceva
soltanto ciò che è puro e distinto.
***
Sainte-Beuve non amava, in Port-Royal, tutto ciò che di solito veniva definito
giansenista. Non poteva dimenticare di essere un figlio di Rousseau, un
fratello di Lamartine e di Lamennais, un futuro parente di Nerval e di
Baudelaire. Leggendo le pagine di Arnauld, di Giansenio e di Nicole, le trovava
troppo rigide, troppo contratte, e soprattutto senza colore, linfa e sangue.
Mancavano di quella vita, che affluiva così liberamente negli Essais di Montaigne
e negli scritti di Pascal.
Port-Royal fu ucciso da questa sterilità, oltre che dalle paurose persecuzioni
politiche. La furia della menzogna e del male, l´orgoglio di Luigi XIV e dei
vescovi si scatenarono sopra la piccola chiesa e i cori, che con voci celestiali
ed austere avevano invocato Dio. L´autunno scese rapidamente. Port-Royal
diventò una fortezza assediata, che il potere voleva conquistare per inedia. Le
monache diminuirono. Le converse scomparvero. Durante i primi anni del
diciottesimo secolo, sul Journal di Port-Royal si leggevano soltanto uffici di
defunti, brevi commemorazioni funebri. L´antico monastero cistercense si
trasformò in una necropoli sacra. Le salme dei monaci e delle monache venivano
esumate e trasportate in altre chiese. La valle di Port-Royal diventò un
immenso ossario, dove le zappe dei becchini rimuovevano incessantemente un
terreno arido, dal quale un tempo tanta vita spirituale era sgorgata.
Repubblica 10.3.11

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