L'irrealizzabile modello Marchionne
La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati, ma nessuno si chiede se il suo progetto ha qualche probabilità di essere realizzato.
Ci sarà pur una ragione per cui la totalità
dell'establishment italiano, dal Foglio della ex coppia Berlusconi-Veronica a
Pietro Ichino - quel che resta della componente pensante di un partito ormai
decerebrato) - converge nel chiamare «modernizzazione» il diktat di Marchionne
(«o così, o si chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni;
ridotte capacità lavorative - provocate dal lavoro alle linee - 1500 su 5200;
molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti per soddisfare - in
coda - i bisogni fisiologici (a quell'età la prostata comincia a pesare; e
nessuno lo sa meglio dell'establishment italiano, ormai alla grande sopra i
60); mensa anche a fine turno (otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di
straordinario obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più
- è un altro discorso, ma non meno importante - divieto di sciopero per chi non
accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da, chi è d'accordo con
il padrone. Mentre «converge», l'establishment nel chiamare invece
«conservazione» - o anche «reazione»; così Giovanni Sartori sul Corriere
dell'8 gennaio - la scelta di opporsi a questo massacro. Nessuno di quei
sostenitori della modernità si è però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia»
della Fiat, nel cui nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha
qualche probabilità di essere realizzato.
Vediamo. Nessuno - tranne Massimo Mucchetti - ha rilevato che i 20 miliardi
dell'investimento investimento non sono in bilancio e non si sa da dove
verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa saranno destinati. Per
ora le promesse sono 1.700 milioni di «investimenti» per due fabbriche, 10.700
lavoratori e tre nuovi «modelli» di auto, per una produzione complessiva di
circa mezzo milione di vetture all'anno. Fanno, poco più di 150mila euro per
addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre anni, poco
più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra Suv, Alfa e Panda, di
20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro prezzo). Se una parte dei nuovi
impianti, come è ovvio, servirà anche per i modelli successivi, l'investimento
per vettura è ancor meno. Non gran che.
Nessuno - o quasi - si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di vendere in
Europa un milione all'anno in più delle vetture che promette di produrre in
Italia. Di fronte a un mercato di sostituzione, nella migliore delle ipotesi,
stagnante, vuol dire sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle
imprese francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio ora
che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in Europa. Per
riuscire a piazzare mezzo milione all'anno di Alfa (vetture, non marchio), è
già stato detto che dovrà venderle sulla Luna. Che le quotazioni della Fiat
crescano è solo il segno che la
Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore».
Nessuno - nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto» ed è molto
in ansia per le sorti del pianeta - si è veramente chiesto che futuro abbia,
tra picco del petrolio, contenimento delle emissioni e misure anticongestione e
inquinamento, l'industria dell'automobile in Europa e nel mondo. Eppure il tema
meriterebbe qualche riflessione. In Europa c'è già un eccesso di capacità
produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il sole24ore del 6
gennaio ci informa che "nei prossimi cinque anni" anche in Cina - la
nuova frontiera del mercato automobilistico mondiale - ci sarà una sovracapacità
produttiva del 20 per cento.
Per il momento - la
Repubblica, 7 gennaio - apprendiamo che «Pechino soffoca
tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono stati contingentati e
sottoposti a un sorteggio i permessi di circolazione. E qualche tempo fa una
coda di cento chilometri alle porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non
sono buone notizie per l'industria automobilistica. Ma anche il governo della
«locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La desertificazione è
il problema ecologico più grave del paese» ha affermato Liu Tuo, capo
dell'ufficio cinese per il controllo della desertificazione (il manifesto, 6
gennaio). Niente a che fare con la produzione e la messa in circolazione di 17
milioni di auto, aggiuntive, non sostitutive, in un anno?
La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della quale è sceso
in campo, con spirito militante, tutto l'establishment italiano, è questa: una
corsa verso il basso delle condizioni di chi lavora, facendo delle maestranze
di ogni fabbrica una truppa in guerra contro le maestranze della concorrenza
(sono peggiorate molto anche quelle degli operai tedeschi e francesi,
nonostante i salari più alti: basta considerare l'aumento delle malattie
professionali) e, come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del
pianeta Terra.
Se questa è la «modernizzazione» - e che altro, se no? - diventa anche chiaro
che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue conseguenze.
Non la «conservazione» dell'esistente - sarebbe troppo comodo - come sostengono
i fautori delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ma la
progettazione, la rivendicazione e la realizzazione di un mondo totalmente
altro, dove la condivisione sostituisce la competizione e la cura dei beni
comuni sostituisce la corsa all'appropriazione privata di tutto e di tutti: il
che ovviamente non è questione di un giorno o di un anno - e in parte nemmeno
di uno o due decenni - né di una semplice dichiarazione di intenti, per quanto
articolata e documentata possa essere.
Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma sapendo
che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da migliaia di comunità
e da milioni e forse miliardi di esseri umani), ciascuno a modo suo, cioè
secondo le condizioni specifiche in cui si trova a operare e a cooperare con il
suo prossimo, aspira e già lavora in questa stessa direzione. Nello stesso
numero citato de il Sole24ore, un articolo dal titolo "Tra gli
operai, un sì per il futuro" (ma il testo dice esattamente l'opposto)
registra una condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa
invece l'establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa dicendo che
non c'è alternativa. «Però - sostiene un quadro della Fiom - la posta in palio
è il lavoro, e chi si fa blandire dalle sirene degli estremismi e dalle
ideologie sbaglia strada». «O sa - aggiunge - di avere qualche alternativa
pronta».
Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte». Quindi bisogna
approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che l'alternativa è la
conversione ecologica del sistema industriale e innanzitutto, per il suo peso,
il suo ruolo e le sue devastazioni, dell'industria automobilistica - che non
vuol dire automobili ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile -
lo ha capito anche la Fiom.
La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi
forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari hanno scelto per sé la
funzione di guardiani del regime di fabbrica: che era quella dei sindacati
«sovietici» ed è quella dei sindacati della Cina «comunista».
Cambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei
lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve cercare
sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori delle fabbriche
Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui aderiscono anche molti
membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il 23 a Marghera un primo
seminario per discuterne e affrontare il problema della riconversione. È un
progetto che intende coinvolgere la totalità dei movimenti ambientalisti, gran
parte dei comitati e dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un
altro mondo possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei
ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della scuola,
dell'università, della ricerca e della cultura imposta dal governo, che su
questi temi può trovare il terreno più fertile per dare continuità e respiro
strategico al proprio impegno.
Il manifesto, 9 gennaio 2011

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