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L'incidente

Storie di vita vissuta. Ungheria 1968

 

 

Da liceale, vivevo in una piccola cittadina vicino al lago Balaton. Oltre le immancabili passeggiate sul lungolago, mi piaceva molto inoltrarmi tra le colline circostanti nei lunghi pomeriggi domenicali a respirare l’aria del bosco e pensare ai fatti miei. Cosi feci anche quel lontano 6 ottobre di 1968.

Camminavo sul lato sinistro di una stradina per niente trafficata, quando mi superò una moto con il side-car che poco dopo fece un’inversione a u . Quando arrivò vicino, il ragazzo che lo stava guidando fece una manovra stupida. Forse voleva solo farsi notare o spaventarmi secondo l’abitudine dei maschietti cretini, poco importa.

Mi prese in pieno.

Mi ritrovai per terra, con gli arti inferiori in una posizione innaturale. Non sentìi dolore, solo stupore. Poi nemmeno quello. Svenni.

Percepìi qualche movimento intorno a me, il giovanotto si era fermato, forse mi aveva pure chiamato, ma ero come assente. Non riuscivo né a muovermi, né ad articolare una parola. Però quando mi resi conto che stava andando via feci un immenso forzo per chiamarlo e chiedere aiuto ma dalla bocca uscì solo un rantolo flebile. Lui stava già rimontando sulla moto e non lo sentì.

Tra momenti lucidi e assenze prolungate provai guardare la gamba. Vidi solo una macchia di sangue sempre più grossa che si allargava sui pantaloni che non mi aveva spaventato molto, mentre mi angosciava la forma dell’arto. Sembrava rimpicciolita, il ginocchio arrivava all’altezza della metà coscia.

Sarà una slogatura – dissi a me stessa per farmi coraggio – una sciocchezza, che rimetterà a posto facilmente il medico.

Dopo non so quanto tempo arrivò un camion. L’autista, un uomo anzianotto scese. Lui capì immediatamente che la situazione era grave. Avevo delle ferite anche al torace, al braccio. Mi prese la mano e mi parlò con molta dolcezza:

-   Signorina, devo andare a chiamare l’ambulanza.

-   Per favore non mi lasciate qui…per favore…ho paura…- solo allora mi misi a piangere.

-   Non ti preoccupare…torno subito ma ora devo chiamare i soccorsi…- e si liberò dalla mia stretta.

Senti le sirene dell’ambulanza dopo nemmeno un quarto d’ora. Con loro tornò pure il camionista che li aveva “scortati” fino all’ospedale e successivamente i medici mi raccontarono che rimase li, in attesa fino all’arrivo dei miei. Cosa che avvenne molte ore dopo.

Già.

Non mi ricordavo chi fossi. Non ricordavo il mio nome, niente di niente. Parlavo solo della moto con il side-car e che non era colpa mia, che camminavo sul lato giusto. Poi svenni di nuovo.

Mi risvegliai in camera operatoria, Ero distesa e legata, la gamba destra era stretta in una specie di stivale che il medico tirava attraverso una macchinaccia fatta di ingranaggi. Ad ogni piccolo movimento provavo un dolore insopportabile.

-     Lo so, fa male. Ma non posso farti l’anestesia totale solo quella locale. Hai perso molto sangue. Hai la frattura esposta del femore e anche altre fratture minori, ma questa la dobbiamo mettere a posto subito, altrimenti rischierai la gamba. E’ stato già un miracolo che non aveva reciso l’arteria. Devi resistere, hai capito, devi resistere.

-      Vorrei mandarti a Budapest, ma non puoi essere sballottata per delle ore in un’ambulanza. Devi collaborare. Non posso nemmeno operarti, la frattura è troppo vicino al ginocchio.

Furono le 5 ore peggiori della mia vita.

Ad un certo punto mi misi a recitare le poesie che amavo di più, quelle di Radnoti e poi anche i versi di Simonov. Avevo bisogno di recuperare energie, forza e quelle poesie, non so perché né come, mi aiutarono. Il medico, un giovane chirurgo, l’unico medico di guardia in quel piccolo ospedaletto di provincia fu tenerissimo. Quando smettevo di parlare mi suggeriva altre poesie. Lui amava Jevtuscenko e conosceva a memorie molti versi di Endre Ady. L’infermiera ci guardava stupita, era una scena surreale. Lui concentratissimo sulla frattura che lentamente, molto lentamente stava tornando a posto declamava i suoi versi più amati e io lo stesso. Lo ricorderò per tutta la vita e anche lui si ricorderà di me: fui il suo successo professionale più grande. Per fortuna ancora non sapeva chi fossi. Se avesse saputo che papà era un medico forse non avrebbe rischiato un intervento così azzardato.

Poi…molte ore dopo, finalmente in corsia, ingessata dal torace fino al mignolino del piede, in uno stato di perfetta beatitudine dopo le sofferenze, un poliziotto cercò di interrogarmi. Ma non ce ne era più bisogno, a quella ora anche i miei nonni si erano preoccupati per il mio mancato rientro e con l’ansia tipica degli anziani avevano chiamato l’ospedale.

Poi arrivarono anche i miei genitori. Papà rimase sconvolto dalle lastre, captai una sua frase:

-     Speriamo bene, se becca un’infezione devono amputarle la gamba.

Quella sera stessa arrivò al mio capezzale pure il ragazzotto che mi aveva investito. Venne con sua madre e mi portò un’enorme scatola di cioccolatini. Mi chiese scusa, ma le sue scuse erano strumentali, la polizia lo aveva già identificato. Presi la scatola e gliela lanciai addosso. La confezione si ruppe e i cioccolatini si sparpagliavano sul pavimento. Se ne andarono senza una parola. Successivamente seppi che lo condannarono a 6 mesi di riformatorio. Fece però una bella carriera: oggi è deputato al parlamento ungherese per di più socialista.

 

Anche io beccai 6 mesi…di ospedale.

A dire il vero non fu un periodo brutto. Stavo in una camerata con 12 letti e quando i miei fecero delle pressioni per una stanza più piccola, mi ribellai: mi piaceva stare tra tanta gente. Mi piaceva ascoltare le loro storie…tanto nient’altro potevo fare. Ricorderò per sempre la signora Maddalena, una ex suora a cui un pezzetto alla volta dovettero amputare una gamba e che sorrideva dopo ogni anestesia e ringraziava dio per la vita. Poi dopo l’ennesimo intervento non si svegliò più. Dentro di me speravo che a modo suo continuasse a sorridere anche dopo…Poi c’era, Maya, una signorina che lavorava come barista in un locale notturno e aveva delle camicie da notte talmente sexy, che i medici più pudichi abbassavano lo sguardo durante la visita. Anche lei aveva una gamba fratturata. Potrei continuare all’infinito anche senza l’aiuto dei miei diari che stanno da qualche parte sul soppalco…Allora iniziai a scrivere il diario con una certa regolarità.

Dopo 4 mesi mi tolsero il gesso. Avevo la gamba rigida e mi ci voleva una seria rieducazione. Poiché precedentemente avevo fatto parte della nazionale di nuoto, sono stata portata all’ospedale degli sportivi a Budapest. Una tipica struttura da socialismo reale, ma molto qualificata, forse la migliore esistente in Ungheria per questi problemi. Tanti edifici immersi in un parco secolare dove non mancava nemmeno un campo di calcio…Proprio cosi. L’ospedale era utilizzato anche per i ritiri della squadra nazionale di calcio. I giocatori dovevano mettersi in forma, chi dimagrire, chi  ingrassare….e nel frattempo ovviamente dovevano anche continuare gli allenamenti.

 

Fui fortunata. Ricevetti le cure necessarie e mi divertii come mai precedentemente in vita mia. Il periodo del mio ricovero coincise con uno dei ritiri della squadra di calcio e i ragazzi mi “adottarono”. Di notte, corrompevano il portiere e si andava in giro per locali alla moda, luoghi inimmaginabili per una provincialotta come me, ma qualche volta andavamo anche al teatro o al cinema creando un po’ di trambusto perché la mia gamba rigida aveva bisogno di una sedia d’appoggio. Ma grazie alla loro notorietà si trovava sempre una soluzione. Credo di essere stata la ragazzina più invidiata del paese per un mese.

Tornai a casa a primavera inoltrata e all’inizio di giugno feci la mia prima gara di nuoto. Una gara regionale dove anni prima avevo sempre vinto i 200m di rana. Quella volta arrivai penultima, ma mi  sembrò una vittoria.

 

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