L'ideologia è soltanto un vecchio arnese
Gli economisti che si identificano con scuole economiche vivono nel passato perché i paradigmi ai quali si ispirano non hanno fatto alcun progresso da decenni.
Monetaristi, keynesiani o marxisti? No, solo economisti. Il
lettore del Sole 24 Ore che abbia seguito il dibattito tra gli economisti
potrebbe essere piuttosto sconcertato e trarne una sola conclusione: gli
economisti sono divisi in tribù e non si mettono d'accordo su nulla. In una recente
lettera pubblicata sul Sole, 100 economisti italiani si sono espressi
negativamente sulle politiche di austerità dei governi europei. Alcuni
economisti che lavorano o hanno lavorato in università estere come Alberto
Alesina e Roberto Perotti (24 e 26 giugno) hanno espresso considerazioni assai
diverse e Alberto Bisin e Michele Boldrin (27 giugno) hanno criticato la
lettera evidenziandone le incoerenze logiche. Le controrepliche non si sono
fatte attendere. In un articolo del 14 luglio, Il Sole 24 Ore ha sintetizzato
quello che gli pare essere lo stato della disciplina economica classificando
molti economisti italiani in innumerevoli scuole di pensiero: liberisti,
post-keynesiani, marxisti, monetaristi, sraffiani, neoclassici.
Se questo fosse lo stato della scienza economica nel 2010, sarebbe davvero
deprimente. Che scienza è quella in cui ci si distingue in scuole, peraltro
chiaramente legate a opinioni politiche? Per fortuna le cose non stanno così.
In tutti i dipartimenti di economia del mondo in cui si fa ricerca scientifica,
da Harvard a Stanford alle migliori scuole europee, gli economisti non si
distinguono in base a faziose visioni del mondo, ma solo in base alla
specializzazione scientifica. Vi sono gli economisti teorici che sviluppano
modelli, ad esempio di teoria dei giochi, per studiare le interazioni tra
agenti economici; quelli empirici che lavorano con i dati e studiano specifici
problemi come, ad esempio, l'impatto di una riforma sull'offerta di lavoro; gli
econometrici, che affinano le metodologie statistiche per analizzare i dati; i
macroeconomisti, che studiano il ciclo e la crescita economica; gli economisti
finanziari che si occupano dei mercati e delle istituzioni finanziarie; gli
economisti sperimentali, che sottopongono i modelli teorici a verifica in
laboratorio; e tanti altri specialisti.
La scienza economica progredisce con ricercatori che
propongono nuove teorie e altri che le sottopongono a verifica empirica. Così
si fa in economia, così come si fa in tutte le scienze. I ricercatori di
economia cercano solo di capire i fenomeni economici con gli strumenti
matematici e statistici che negli anni hanno sviluppato, non vogliono proporre
una visione del mondo. In macroeconomia, dove negli anni 70 si dibatteva tra
keynesiani e monetaristi, oggi le differenze, quando ci sono, sono legate
principalmente ad aspetti tecnici dei modelli che si utilizzano. C'è allora un
accordo completo su tutte le questioni? Certo che no, c'è un dibattito
scientifico che va avanti e vengono espresse valutazioni diverse. Negli Stati
Uniti tutti hanno notato le differenze di opinioni sulla crisi economica e sui
conseguenti interventi governativi tra economisti come Paul Krugman e altri
come Eugene Fama. Questo dibattito scientifico deriva dal fatto che si fa
fatica a scoprire la verità, semplicemente perché il ciclo economico, la
crescita, le crisi finanziarie, etc. sono fenomeni molto complicati dei quali
abbiamo ancora una comprensione tutt'altro che perfetta.
Quando si passa dalla comunità scientifica internazionale al caso italiano, la
situazione si presenta alquanto diversa. Nelle facoltà di economia di vari
atenei italiani ci sono ancora marcate differenze e molti economisti,
soprattuto quelli più anziani, ancora ostentano fieramente appartenenza a una
scuola di pensiero. Piuttosto diffusi, per esempio, sono gli
"sraffiani", economisti che hanno studiato di solito a Cambridge
decenni fa, allievi più o meno direttamente di Piero Sraffa. Purtroppo per
loro, la scienza economica da allora è andata avanti e oggi le tesi di Sraffa
(la cui opera principale è del 1960) non sono più parte del dibattito
scientifico. Gli sraffiani oramai esistono solo in Italia, in qualche oscuro
dipartimento inglese e forse in qualche università dell'India.
Lo stato del dibattito italiano è preoccupante. Perché quando le posizioni di
uno studioso sono dettate dall'appartenenza a una scuola di pensiero, non si fa
analisi scientifica, nella migliore delle ipotesi si fa studio della storia del
pensiero economico, nella peggiore si fa mera propaganda politica. L'appello
dei 100 economisti ne è un lampante esempio: si basa su teorie marxiste (come
già spiegato da Bisin e Boldrin), a cui la comunità scientifica internazionale
non dà alcun valore, semplicemente per lanciare un messaggio politico. Non a
caso l'appello ci spiega all'inizio che «l'attuale instabilità della Unione
monetaria costituisce l'esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi
economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano
principalmente dall'insostenibile profilo liberista del Trattato dell'Unione».
È questa un'affermazione scientifica? Ovviamente no, è solo una dichiarazione
ideologica. Gli economisti che si identificano con scuole economiche vivono nel
passato perché i paradigmi ai quali si ispirano non hanno fatto alcun progresso
da decenni. Non a caso, due di questi economisti, Canale e Realfonzo (15
luglio), invitano noi colleghi a rileggere Keynes. Come se un fisico o un
chimico invitassero i colleghi a leggere libri di due secoli fa. Se ne sono
fatte di scoperte scientifiche nel frattempo, in fisica come in chimica come in
economia. In alcune facoltà di economia italiane ci sono bravissimi economisti
che fanno ricerca scientifica di alto valore, dalla Bocconi di Milano all'Università
di Napoli. Solo concorsi universitari basati su criteri scientifici
internazionali permetterano al nostro paese di avere sempre più giovani
studiosi di economia che facciano ricerca come la si fa nei migliori
dipartimenti di economia del mondo. La smetteremo così anche in Italia di
essere marxisti o monetaristi e saremo solo economisti.
http://www.ilsole24ore.com 18 luglio 2010

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