L'estinzione dello Stato
Possono le istituzioni sopravvivere in un ambiente in cui la loro delegittimazione diviene una deliberata strategia politica?
Possono le istituzioni sopravvivere in un ambiente in cui la loro
delegittimazione diviene una deliberata strategia politica? Che cosa accade
quando il rispetto della Costituzione è costretto a rifugiarsi in luoghi sempre
più ristretti? Stiamo percorrendo una anomala e inquietante via italiana
all´estinzione dello Stato?
L´Italia sta diventando un perverso laboratorio dove elementi altrove
controllabili si combinano in forme tali da infettare l´intero sistema. E il
contagio si diffonde dalla politica all´intera società, dove ogni giorno
vengono messi in scena il degrado del linguaggio, il disprezzo delle regole,
l´esercizio brutale del potere. Di fronte a pretese e interventi
particolarmente devastanti, come quelli che stravolgono la legalità in nome
dell´interesse di uno solo, si evoca lo "stato d´eccezione", una
categoria politica costruita per giustificare l´esercizio autoritario del
potere di governo e che, tuttavia, rivela una sua nobiltà intellettuale che non
si ritrova nelle miserabili prassi italiane di questi tempi. Che sono ormai
così diffuse e radicate da impedire che si parli dello stato d´eccezione come
di qualcosa appunto eccezionale. Come si è parlato di "emergenza
permanente", per imporre logiche autoritarie e manomettere i diritti, così
è ragionevole definire lo stato delle cose italiane come uno "stato
d´eccezione permanente".
Sono gli stessi principi costituzionali ad essere regolarmente violati, a
cominciare da quello di eguaglianza. Non dimentichiamo che la Corte
costituzionale ha dichiarato illegittimo il "lodo Alfano" proprio per
il suo contrasto con quel principio. Dobbiamo ricordarlo ancora oggi di fronte
alle proposte di approvare una legge costituzionale che riproponga i contenuti
di quel testo: anche questo tipo di legge deve rispettare l´eguaglianza. Lo ha
sottolineato fin dal 1988 la Corte costituzionale, affermando che i «principi
supremi» dell´ordinamento italiano non possono essere «sovvertiti o modificati
nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da
altre leggi costituzionali». Tra questi principi spicca proprio quello
dell´eguaglianza tra i cittadini.
Ma la diseguaglianza è stata codificata da molte leggi, è penetrata
profondamente nella società, sta creando categorie di
"sottocittadini". Nella vergogna del "processo breve" vi è
la maggior vergogna dell´esclusione dai benefici degli immigrati clandestini.
Questa erosione delle basi della convivenza nega l´universalità dei diritti
fondamentali, legittima il rifiuto dell´altro e del diverso, e così apre le
porte a quei fenomeni di razzismo e omofobia che rischiano di diventare una
componente stabile del panorama italiano.
Una volta messi da parte i principi, la distorsione del sistema istituzionale
diventa inevitabile e quotidiana, e non è più sufficiente a spiegarla il
richiamo del conflitto d´interessi incarnato dal presidente del Consiglio. Si è
manifestata una nuova forma di "Stato patrimoniale", dove si
mescolano risorse pubbliche e private, l´influenza politica si sposa con la
pressione economica, le aziende della galassia berlusconiana diventano snodi
politici determinanti. Lo rivelano, tra l´altro, non solo il continuum
Mediaset/Rai e gli annunci di normalizzazione di canali televisivi ancora un
po´ fuori dal coro, ma anche le manovre che riguardano l´assetto complessivo
delle telecomunicazioni, la proprietà dei giornali, il sistema finanziario.
Un potere che si è progressivamente concentrato in poche mani, con una idea
proprietaria dello Stato che cancella gli altri soggetti istituzionali e azzera
ogni controllo. Conosciamo la deriva che sta travolgendo il Parlamento,
espropriato d´ogni funzione, e che ha portato alla clamorosa decisione di una
"serrata" di dieci giorni della Camera dei deputati, decisa dal suo
Presidente per denunciare l´impossibilità di lavorare. Un fatto davvero senza
precedenti, che avrebbe dovuto provocare reazioni forti, che è stato piuttosto
ricondotto alle schermaglie tra Fini e Berlusconi. La funzione legislativa è
saldamente nelle mani del Governo attraverso i decreti legge e le leggi delega,
e grazie al diffondersi delle "ordinanze di protezione civile",
sottratte a qualsiasi controllo parlamentare e che contengono sempre più spesso
norme di carattere generale, ben al di là delle emergenze che le giustificano.
Ma è soprattutto la dimensione costituzionale ad essere evaporata. La
Costituzione non appartiene più al Parlamento, tant´è che d´ogni legge in corso
di discussione si discute se il presidente della Repubblica la firmerà o no,
quali siano i rischi di una dichiarazione d´illegittimità da parte della Corte
costituzionale. I custodi della Costituzione sono altrove, e la stessa Carta
costituzionale rischia di veder mutato il suo significato se una istituzione
centrale, il Parlamento, si comporta come se le fosse estranea.
Molte aree istituzionali vengono così desertificate, prendendo anche a pretesto
vere o presunte inefficienze. Si documentano i ridottissimi tempi di lavoro del
Parlamento e se ne trae spunto per denunciare i deputati fannulloni, non per
indicare misure per rivitalizzare il Parlamento, possibili già oggi. La stessa
tecnica è adoperata per attaccare la magistratura e legittimare l´ennesima
legge ad personam, quella sul processo breve, giustificata con l´argomento
della ingiustificata durata dei processi. Ma è del 1999 la riforma
dell´articolo 111 della Costituzione che parla di una loro "ragionevole
durata", sono anni che la Corte europea dei diritti dell´uomo ci condanna
per le lungaggini della giustizia, sono decenni che il dissesto
dell´amministrazione giudiziaria può essere definito "una catastrofe
sociale". Così sensibile al problema, la maggioranza di centrodestra non
ha mosso un dito nella fase di governo tra il 2001 e il 2006, assai
interventista in materia di giustizia, ma non per approvare misure e attribuire
risorse per tagliare i tempi processuali, bensì per andare all´assalto
dell´indipendenza della magistratura. E oggi vuole profittare di questa
situazione per sottrarre Berlusconi ai processi e assestare un colpo ulteriore
all´efficienza e alla credibilità della magistratura.
Un "dialogo" sulle riforme costituzionali, e la stessa politica
quotidiana dell´opposizione, non possono ignorare tutto questo. E bisogna
ricordare che la Costituzione si conclude con un articolo che oggi esige
particolare attenzione. È scritto nell´articolo 139: «La forma repubblicana non
può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol dire,
banalmente, che non si può tornare alla monarchia. Significa che il nostro
sistema costituzionale presenta una serie di caratteristiche che definiscono la
"forma repubblicana" e che non possono essere modificate senza
passare ad un regime diverso. È proprio quello che non si stanca di ripetere,
con sobrietà e fermezza, il Presidente della Repubblica.
http://www.repubblica.it 20-11-2009

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