L'economia reale salverà Londra
L'unico punto su cui tutti concordano è la profondità del buco di bilancio: il Governo prende in prestito una sterlina ogni quattro che ne spende.
Quanto è malata l'economia britannica? Quali sono le sfide
per la politica economica? Era dai tempi dell'ascesa al potere di Margaret
Thatcher, nel 1979, che interrogativi di questo tipo non si ponevano con tanta
forza in Gran Bretagna.
L'unico punto su cui tutti concordano è la profondità del buco di bilancio: il
Governo prende in prestito una sterlina ogni quattro che ne spende. Eppure,
nessuno sembra disposto a discutere di quello che potrebbe essere necessario
fare.
Nel Regno Unito i deficit di bilancio sono un'immagine speculare dei surplus
del settore privato, e il rapporto di causa/effetto parte da questi ultimi. Le
condizioni necessarie per riportare in salute i conti pubblici (e l'economia)
sono una ripresa della spesa privata, un incremento molto accentuato delle
esportazioni nette, o, idealmente, entrambe le cose. Il grande interrogativo è
se la fondamentale ripartenza della spesa privata e delle esportazioni avverrà
prima o dopo il momento in cui per il Governo diventerà difficile prendere
soldi in prestito a condizioni ragionevoli. Se avverrà prima, un rientro
"morbido" dal deficit sarà fattibile. Se avverrà dopo, ci sarà una
crisi. Su questo punto sono ottimista, ma vedo bene quali sono i rischi.
Tra il 2007 e il 2009, l'indebitamento
netto (il divario fra entrate e uscite) del settore privato britannico è calato
di ben il 9,8 per cento del prodotto interno lordo (vedi grafico). Dal momento
che l'afflusso di capitali dall'estero è leggermente diminuito, a compensare
questa svolta verso la frugalità del settore privato ha provveduto in primo
luogo la speculare svolta verso la dissipatezza del settore pubblico.
L'indebitamento netto dello Stato è cresciuto dell'8,6 per cento del Pil fra il
2007 e il 2009.
Analizzando le singole componenti del settore privato, vediamo che tra il 2007
e il 2009 la virata delle famiglie dal deficit al surplus è stata nell'ordine
del 6 per cento; per le società non finanziarie, del 3,2 per cento. L'impatto
della crisi sulla spesa privata ha largamente superato, almeno sul breve
periodo, l'effetto compensativo delle misure di politica monetaria messe in
campo dalla Banca d'Inghilterra.
Ora passiamo ad analizzare il problema delle misure da adottare: non si tratta
di ridurre il disavanzo indiscriminatamente, si tratta di ridurre il disavanzo
sostenendo la ripresa e la crescita. Stabilizzazione con crescita, non
stabilizzazione a danno della crescita. La miseria economica non è auspicabile,
è deprecabile.
Se si vuole tagliare il disavanzo effettivo, ad esempio del 10 per cento del
Pil, allora la somma delle eccedenze del settore privato interno e del settore
estero deve calare nella stessa misura. Se si vuole che ciò avvenga senza
penalizzare la crescita, deve obbligatoriamente esserci una forte impennata
della spesa in questi settori.
Andrew Smithers, della londinese Smithers & Co, fornisce una convincente
analisi delle possibili conseguenze di uno scenario del genere. In particolare,
Smithers sottolinea che è impossibile conseguire questo obbiettivo senza un
forte miglioramento della bilancia dei pagamenti. Purtroppo le famiglie nel
Regno Unito risparmiano pochissimo, coerentemente con l'accentuata virata del
settore verso il deficit avvenuta tra il 1992 e il 2007. Le famiglie devono
risparmiare di più, non di meno. Sarebbe auspicabile un balzo in avanti
compensativo degli investimenti nell'edilizia residenziale, ma è improbabile.
Come osserva Smithers, gli investimenti in capitale fisso nel Regno Unito sono
a livelli estremamente bassi da anni. Secondo i dati più recenti ammontano
appena al 14 per cento del Pil. Sarebbe auspicabile un forte incremento, per
generare domanda subito e crescita in futuro. Ma sarebbe ottimistico già
aspettarsi che la quota degli investimenti in capitale fisso in rapporto al Pil
cresca di 5 punti percentuali. Non è chiaro, inoltre, se tutto questo
porterebbe il settore non finanziario all'equilibrio, perché probabilmente per
investire di più dovrebbero prima crescere i profitti (e dunque gli utili non
distribuiti). Il saldo complessivo, dunque, potrebbe rimanere positivo.
La conclusione è che il saldo con l'estero, e dunque le esportazioni nette,
deve spostarsi almeno del 5 per cento del Pil.
Ma anche se è molto più probabile che la ripresa sia seguita, più che causata,
da un risanamento dei conti pubblici, questo non significa che sarà facile
finanziare gli attuali disavanzi abbastanza a lungo da consentire i necessari
aggiustamenti dell'economia. Le eccedenze del settore privato nel Regno Unito
sono quasi sufficienti a finanziare il deficit di bilancio, ma non è detto che
il settore privato voglia investire in questo modo il suo denaro, quantomeno ai
prezzi attuali. Potrebbe scegliere invece di acquistare attività estere.
L'interrogativo è se, o quando, un calo ulteriore della sterlina potrebbe
trasformarsi in rotta. Una perdita di fiducia di questa entità potrebbe minare
le aspettative di inflazione e far aumentare i tassi di interesse a lungo
termine. Il risultato potrebbe essere una nuova recessione e un percorso
esplosivo per il debito pubblico. Al tempo stesso, un ulteriore calo della
sterlina sembra auspicabile, se non proprio inevitabile, anche alla luce del
recente cattivo risultato della produttività (l'altra faccia della gradita
ripresa dell'occupazione). La debolezza della domanda nella zona euro, il
principale partner commerciale del Regno Unito, rende questo calo ancora più
necessario.
Il problema fondamentale dell'economia britannica sta nel
dover gestire un enorme ribilanciamento economico pluriennale. Le autorità
devono tenere a mente quattro punti: primo, promuovere un essenziale
rafforzamento degli investimenti e dell'export; secondo, rendersi conto che
questo grosso aggiustamento dell'economia è una condizione necessaria per un miglioramento
duraturo dei conti pubblici; terzo, impedire che il disavanzo di bilancio
ostacoli il necessario riequilibrio; quarto, non dare per scontato che gli
enormi deficit di bilancio odierni possano essere finanziati senza problemi
all'infinito in assenza di un ribilanciamento dell'economia stessa.
Politicamente, sarà un'impresa molto complessa. Sul come riuscirci, ne parlerò
questo venerdì.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 14 aprile 2010

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