L'eclisse della modernità vite precarie oltre l'ordine costituito
E’ attraverso il consumo che si combattono, infine, le battaglie per il riconoscimento, dopo che le appartenenze sociali hanno perso il potere ordinativo.
Il Novecento è stato il secolo delle promesse non mantenute. Secolo tremendo,
certo, ma che lascia un'eredità respinta da molti contemporanei: la
convinzione, cioè, che fosse possibile abolire il regno della necessità dove
vivono la maggioranza degli uomini e delle donne per instaurare quello basato
della libertà. Una promessa che non va iscritta solo al socialismo,
l'esperienza più congrua all'idea di progresso maturata agli albori della
modernità, ma anche alle società capitaliste. Perché se a Est dell'Elba
quell'orizzonte così vicino, ma al tempo stesso lontanissimo di libertà ha
legittimato regimi politici autoritari, nell'Europa figlia della grande
filosofia tedesca e francese il capitalismo ha invitato uomini e donne a
marciare compatti verso un avvenire in cui la sicurezza economica era in
armonia con i diritti civili, politici e sociali. Il socialismo e il
capitalismo potevano inoltre fare leva su uno strumento davvero efficace nel
trasformare in realtà la promessa di libertà, e di felicità. Lo stato-nazione,
infatti, come un buon giardiniere era legittimato a estirpare tutte le erbacce
che potevano infestare la nazione nel processo di costruzione di una società
perfetta. Alla fine del Novecento di quella promessa si vedono solo le macerie.
Ma sbaglierebbe chi pensasse solo ai detriti lasciti dalla caduta del Muro di
Berlino, perché è il progetto moderno che ha subito uno smacco, una sconfitta,
perché il giardiniere, cioè lo stato, ha fallito nel suo progetto di edificare
la società perfetta. Il disordine, il ritorno di credenze che si pensavano
definitivamente archiviate grazie all'uso della ragione occupano ormai la scena
stabile sia nelle realtà nazionali postsocialiste che nell'opulento
capitalismo.
La retorica postmoderna
A scrivere del fallimento della modernità non è un incallito decostruzionista
folgorato dagli scritti di Jacques Derrida o un nichilista sui generis, ma
l'appassionato studioso della modernità Zygmunt Bauman in un volume scritto nel
1991 e finalmente tradotto dalla casa editrice Bollati Boringhieri (Modernità e
ambivalenza, pp. 347, euro 25). Scritto cioè negli anni segnati dalla caduta
del Muro e dall'annuncio di una guerra, quella del Golfo: due eventi, per usare
un'espressione che lo studioso polacco giustamente usa con molta parsimonia,
che hanno davvero cambiato il panorama mondiale. Bauman, tuttavia, non è né un
nostalgico delle democrazie popolari e ha ancora ben forte il ricordo della
seconda guerra mondiale per rigettare culturalmente e politicamente il ricorso
agli eserciti per dirimere i conflitti tra stati. Scrive il saggio mettendo i
due eventi sullo sfondo, perché vuol fare i conti con la retorica, allora
imperante, sulla fine delle grandi narrazioni e con quel minimalismo teorico
che è stato chiamato postmoderno. Termine quest'ultimo che Bauman usa sempre
con circospezione per alcuni anni, per poi abbandonarlo e sostituirlo con
«modernità liquida», espressione diventata così di moda che in tempi recenti,
come nel libro pubblicato una manciata di settimane prima di quello
sull'ambivalenza (L'etica in un mondo di consumatori Laterza, pp. 235, euro
16), preferisce lasciarla cadere nell'oblio, perché corrosa nella sua capacità
descrittiva dal rumore di fondo che caratterizza la discussione pubblica.
Nonostante siano separati da vent'anni, i due libri sono tuttavia
complementari, perché nel primo sono definiti tutti i nodi teorici che nel
secondo saggio trovano una parziale soluzione, laddove Bauman afferma che
viviamo ancora in una modernità che continua a inseguire il sogno di una
libertà tanto radicale quanto foriera di felicità. Ma lo strumento per
trasformare quel sogno in realtà non attiene più allo stato-nazione, ma al
consumo, dove il principio del piacere regna sovrano. Peccato, però, che il
consumo non consente che una misera libertà, quella appunto di essere plasmati
dalla merce che si acquista e si getta via dopo poco tempo, perché si rischia
di essere «disconnessi» dalla società. In altri termini, per Bauman, il consumo
è la forma attraverso il quale viene esercitato un impalpabile dominio. In
questo caso, però, la categoria dell'ambivalenza torna utile. Da una parte il
consumo è sì la forma socialmente definita per ratificare l'assoggettamento al
regno della necessità, ma per chi vive precariamente sul confine tra inclusione
e esclusione sociale è il modo per ottenere il riconoscimento di alcuni diritti
civili e sociali.
Ma se nel libro Modernità e ambivalenza lo studioso di origine polacca voleva
fare i conti i conti con le contraddizioni del progetto moderno, nel saggio
dedicato al consumo preferisce svelare l'inganno che si cela dietro la
centralità assegnata al principio del piacere, in base al quale ogni uomo o
donna può recidere ogni legame e rapporto di reciproca responsabilità con i
suoi simili. Insomma, due momenti di un movimento della prassi teorica di
Bauman dove i fratelli gemelli della società contemporanea - il caos e l'ordine
- sono ricondotti alla comune matrice racchiusa nel progetto di «buona
società».
Il tratto saliente della modernità, afferma Bauman, è la continua battaglia
contro l'ambivalenza, che non è, come sostengono alcuni filosofi, un limite del
linguaggio nel nominare una realtà sfuggente, bensì il sentimento dominante di
qualsiasi forma di vita sociale. Ogni azione, ogni scelta ha una sua
ambivalenza, cioè sono azioni e scelte aperte a esiti tra loro sempre
confliggenti. Per questo la modernità ha come pilastri l'attitudine a
catalogare, classificare, definire, manipolare quei comportamenti tanto
individuali che collettivi per impedire all'ambivalenza di manifestare il suo
potere, alimentando così il caos. E così, mentre si appresta a realizzare un
così ambizioso progetto, la modernità svela anche il suo lato oscuro,
coercitivo, autoritario. Un lato oscuro che nel Novecento ha talvolta preso il
sopravvento, mettendo in discussione e spesso all'angolo le aspirazioni alla
libertà, all'eguaglianza e alla fraternità.
In difesa del flâner
Questa «dialettica dell'illuminismo» ha avuto, ma questo è noto, la sua massima
manifestazione nelle baracche e nei forni allestiti a Auschwitz per sterminare
gli ebrei. Nei lager, infatti, le arti della catalogazione, della
pianificazione per cancellare ogni forma di ambivalenza sono state coltivata
con un'attitudine moderna. Da questo punto di vista, l'ambivalenza strutturale
delle figure dello straniero e dell'ebreo ha costituito la condizione mimetica
di una resistenza al principio ordinatore della modernità. Lo straniero e l'ebreo,
figure distinte, ma spesso coincidenti, sono infatti gli «indecidibili», cioè
vivono in una società che non li vuol mai sentire parte integrante della
nazione. E per quanti sforzi facciamo, gli stranieri e gli ebrei, per essere
assimilati, rimangono sempre incarnazione di una estraneità. Meglio di
un'ambivalenza considerata ostile per chi definisce le regole dell'ordine
sociale.
La resistenza alla funzione ordinatrice della modernità mette così in
discussione il suo lato oscuro, oppressivo, assieme al concetto stesso di
società. Da questo punto di vista è del tutto condivisibile il richiamo a Georg
Simmel, lo studioso tedesco che ha messo al centro della sua analisi sulle
forme di vita metropolitane proprio il concetto di ambivalenza in quanto carattere
immanente della socialità, cioè di quell'attitudine solo umana al vivere
insieme per produrre le condizioni necessarie alla riproduzione della specie.
Il flâner e il conseguente atteggiamento blasè studiati da Georg Simmel, e da
Walter Benjamin, sono quindi da considerare come il rifiuto dell'imposizione di
una verità che la modernità vuole universale. Ma la verità, come
l'universalismo dei valori, hanno una funzione sociale, sono cioè i termini in
cui si manifesta il rapporto asimmetrico di potere tra dominanti e dominati. E
questo il secondo smacco che la modernità conosce, perché la critica al
concetto di verità e dell'universalismo dei valori nasce proprio nel cuore
della modernità, in quella Europa e in quegli Stati Uniti che si sono investiti
del ruolo civilizzatore del mondo.
La forza dissacrante del postmoderno risiede dunque nell'aver usato tutti gli
strumenti della modernità per criticarla. E proprio quando celebra la fine
della modernità, il postmoderno ne riafferma una delle caratteristiche principali,
l'esercizio della critica e la potenza della ragione rispetto alle credenze
particolari. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole. Non fine della modernità,
ma l'eclissi di quella fiducia nel progresso che avrebbe avuto al capolinea
della storia la società perfetta tanto agognata. Più prosaicamente, annota
amaramente Bauman, è ormai il consumo la linfa vitale delle società
contemporanee. Attraverso il consumo uomini e donne inventano la loro identità,
che si può cambiare allorquando arriva sul mercato un'altra linea di
abbigliamento o telefono cellulare. Ed è attraverso il consumo che si
combattono, infine, le battaglie per il riconoscimento, dopo che le
appartenenze sociali hanno perso il potere ordinativo.
Identità prêt-à-porter
È in questa situazione che lo stato-nazione ha dismesso i panni del giardiniere
e si è riconvertito al mestiere di guardiano affinché la santa trinità delle
società tardomoderne - securitè, paritè, reseau, cioè sicurezza, parità e rete
- sia al riparo dalla potere potenzialmente distruttivo dell'ambivalenza.
L'ambivalenza va quindi addomesticata, facendola diventare la leva per
alimentare la spinta a nuovi consumi che «l'essere malinconico» della
tardomodernità viva la sua condizione di infelicità e di oppressione come tollerabile.
Lo stato garantisce quindi la sicurezza, aggiornando continuamente la
tassonomia degli stranieri e degli indesiderabili in nome della sicurezza
nazionale. Al mercato il compito di garantire la parità non delle condizioni
sociali, ma di essere sulla stessa linea di partenza nella corsa all'acquisto,
attraverso una merce griffata, di uno stile di vita e di una identità. Ai
singoli spetta il compito di costruire la propria appartenenza, attraverso una
effimera rete di legami che non vincola niente e nessuno.
Celebrato come uno dei massimi sociologi della contemporaneità, Bauman è uno
studioso che ha sempre privilegiato l'ottimismo della ragione rispetto al
pessimismo della volontà. Se critica va fatta ai suoi testi riguarda il rifiuto
di considerare l'ambivalenza un fattore potenzialmente sovversivo della realtà.
L'ambivalenza non come ambiguità, ma come condizione aperta alla possibilità di
trasformare la realtà. Accanto alle figure dello straniero e dell'ebreo
andrebbe infatti aggiunta anche quella del «precario». Il precario e la
precarie sono infatti l'incarnazione dell'ambivalenza. Oscillanti tra lavoro e
non lavoro, sono costretti nella camicia di forza di un lavoro salariato
spogliato però di quei diritti sociali che lo avevano reso condizione
sopportabile. Non vincolato a nessuna stabile e duratura gerarchia, ma tuttavia
costretti a inventarsi il suo reseau sociale. Ma questa condizione ambivalente
è aperta alle possibilità della trasformazione sociale. Di questo programma di
lavoro teorico e politico Bauman sorriderebbe. Ha attraversato il Novecento e
ha sperimentato nella Polonia il vecchio adagio che le strade dell'inferno sono
lastricate sempre da buone intenzione. In questo caso non ci sono però buone
intenzione, né la ricerca della strada per il paradiso. Semmai c'è l'urgenza
teorica e dunque politica di riprendere il cammino verso il regno della
libertà.
Il manifesto. 11 giugno 2010

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