L'eccezione francese nell'europa in crisi
Come riformare il welfare senza inasprire ulteriormente le disuguaglianze e i rischi di disgregazione sociale?
In questi giorni, mentre si conclude in Francia la contestazione della riforma delle pensioni, la maggior parte dei media internazionali che hanno dedicato spazio alla questione ne parlano come di un fenomeno unico. A sentir loro, la Francia è più che mai il Paese della protesta, degli scioperi, delle manifestazioni e delle esplosioni di violenza.
L'eccezione francese fa sorridere o preoccupa - rischiando peraltro di far dimenticare che la Francia è un Paese molto aperto alla globalizzazione, al primo posto in Europa e al terzo nel mondo - dopo gli Stati Uniti e la Cina - tra i Paesi che accolgono investimenti esteri diretti. È vero che la forte e prolungata mobilitazione sindacale e il vasto sostegno dell'opinione pubblica attestano un'innegabile originalità francese.
Se realizzare una riforma delle pensioni è sempre rischioso, lo è in misura ancora maggiore in Francia. I motivi sono innanzitutto congiunturali: il presidente Sarkozy sta battendo vari record di impopolarità, e il suo ministro incaricato della riforma è stato screditato, a torto o a ragione, dalle rivelazioni sui suoi stretti legami con la detentrice di uno dei maggiori patrimoni di Francia. Inoltre, per tradizione storica, i francesi sono particolarmente sensibili ai problemi dell'uguaglianza e della giustizia sociale, con la conseguente tendenza alla contrapposizione tra i «deboli» e i «ricchi e potenti»: un antagonismo ancora accentuato da taluni atteggiamenti e frequentazioni di Nicolas Sarkozy.
Infine, in Francia il valore del lavoro, pur rimanendo fondamentale, è soggetto a notevoli mutamenti, in ragione del forte tasso di disoccupazione, dei cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e di una crescente precarizzazione. A ciò si aggiunge il fatto che la sinistra ha ridotto gli orari di lavoro a vantaggio del tempo libero; e i francesi attendono con impazienza il momento di andare in pensione. Perciò, guai a voler intaccare quello che qui è percepito come un Eldorado.
Tuttavia, l'innegabile singolarità della Francia non deve farci dimenticare che la crisi sociale in atto riveste altresì una dimensione europea. In effetti, l'impatto della riforma delle pensioni è particolarmente negativo in un momento come questo, a soli due anni dall'esplosione della più grave crisi finanziaria ed economica che il mondo capitalista abbia conosciuto dal 1929. La «grande recessione», come la definiscono gli americani, ha indotto un grandissimo numero di europei a vedere in una luce diversa l'economia di mercato, e ha aperto una vera e propria crisi morale, aggravando la percezione sempre più diffusa di un declino del Vecchio Continente a fronte delle potenze emergenti.
Inoltre, questa crisi viene ad aggiungersi alla crescente diffidenza nei confronti dell'Unione Europea, dei governi, delle élite, delle istituzioni politiche e dei partiti. Nel loro insieme, questi ingredienti costituiscono un cocktail esplosivo, di cui per ora avvertiamo solo gli effetti iniziali. Di fatto, il basso livello di crescita e quello decrescente della capacità di redistribuzione, il superindebitamento e l'esplosione della spesa sociale e sanitaria inducono gli esecutivi europei a instaurare regimi drastici di austerità e di rigore. Dopo i Paesi governati dalle sinistra quali la Grecia, la Spagna e il Portogallo, è la volta di quelli con governi di destra come la Francia e il Regno Unito.
Quasi ovunque si annunciano tagli massicci dei posti di lavoro pubblici, della spesa sociale, degli investimenti nei settori strategici di pertinenza statale, e in particolare nel welfare. Quest'ultimo aspetto è decisivo. Le politiche sociali, attuate nel corso degli anni secondo le procedure e i ritmi specifici di ciascun Paese, costituivano un elemento distintivo dell'identità europea, in contrapposizione con gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina. Ora, in quest'ultimo trentennio la tutela sociale è stata fortemente ridimensionata. I governi, ognuno a suo modo, hanno promesso «lacrime e sangue»; e gli europei hanno accettato più o meno facilmente questi sacrifici, anche nella misura in cui contavano di poter migliorare la propria situazione economica e sociale. Ora però, dopo la crisi del 2008, la loro sensibilità è mutata. A fronte della richiesta di nuovi sacrifici, devono constatare che lo Stato è intervenuto massicciamente per salvare il sistema bancario e finanziario, mentre le banche non hanno dato prova di aver recepito gli insegnamenti della crisi, e le disuguaglianze sociali aumentano con ritmo sempre più accelerato.
Questi contrasti spiegano in parte il successo delle mobilitazioni sociali un po' dovunque, l'inasprimento della conflittualità sociale, la radicalizzazione politica a destra come a sinistra, e l'avanzata dei partiti populisti . I quali ultimi , sfruttando le paure degli europei e la loro aspirazione a sentirsi protetti, aggiungono ora ai loro temi preferiti- lotta contro l'immigrazionee il fondamentalismo islamico, critica delle élite, ordine e sicurezza, rivendicazione identitaria di un territorio o di una nazione - anche la difesa del welfare, dal quale però secondo loro gli stranieri andrebbero rigorosamente esclusi. Davanti a sfide di così vasta portata, le responsabilità che pesano sui leader europei sono gravose.
Come riformare il welfare senza inasprire ulteriormente le disuguaglianze e i rischi di disgregazione sociale? Nel momento in cui la deregulation mostra i suoi limiti, quale dev'essere esattamente il ruolo dello Stato-nazione, ora che i suoi margini d'azione sono ridotti, e quale il ruolo dell'Unione Europea? Quale la strategia, l'etica, la «narrativa» da ricreare per scongiurare il rischio che gli europei affondino nella disperazione? Al di là di alcune rare eccezioni, peraltro incerte, come quelle di David Cameron nel Regno Unito con la sua «big society», o del progetto «care» della socialista francese Martine Aubry, per il momento le risposte dei leader politici si fanno attendere. Spesso tentati da un illusorio ripiegamento protettivo sulla nazione o sul localismo, non riescono a dar vita a una governance europea; e rischiano così di peggiorare non solo le condizioni dell'economia, ma anche quelle della politica, aggravando l'immenso disagio dell'opinione pubblica.
- MARC LAZAR
Repubblica — 28 ottobre 2010

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