Le speranze deluse del Mattarellum
La crisi di credibilità in cui è sprofondata l'Italia, in larga parte per l'inconcludenza della sua classe politica, ha rimesso al centro del dibattito la legge elettorale.
La crisi di credibilità in cui è sprofondata l'Italia, in
larga parte per l'inconcludenza della sua classe politica, ha rimesso al centro
del dibattito la legge elettorale. Due referendum alternativi sono sul
tappeto e non è un mistero per nessuno che il dopo Berlusconi potrebbe essere
caratterizzato da una revisione della legge elettorale che consenta ai voti compressi
nei due poli di tornare in libertà. E certo, è difficile immaginare qualcosa di
peggio dell'attuale “Porcellum”, così come ribattezzato con l’usuale finezza
dal suo stesso autore, il ministro Roberto Calderoli.
Ma cosa ci possiamo davvero aspettare da una diversa legge elettorale? Non è la
prima volta che il Paese si affida a un rinnovato sistema elettorale nella
speranza che questo gli consenta di voltar pagina, migliorando la qualità della
propria classe politica e il funzionamento delle proprie istituzioni. L’ultima
volta è accaduto nel 1993,
in una situazione per molti aspetti simile all’attuale,
caratterizzata sia da una profonda crisi economica e finanziaria, che da una
crisi di legittimità della classe politica. E allora vale la pena di rivedere
rapidamente quali erano le aspettative prima della riforma del “Mattarellum” e
cosa è effettivamente successo dopo.
IL MATTARELLUM
La riforma del 1993 si prefiggeva molteplici obiettivi. (1)
Ma i principali erano sicuramente: il miglioramento della qualità dei
politici, da ottenersi attraverso il rapporto più stretto tra eletti e elettori
indotto dal sistema dei collegi uninominali; la formazione di partiti o
coalizioni più ampie, che prima delle elezioni si confrontassero su chiari
programmi alternativi, consentendo dunque l’alternanza di governo,
sempre mancata nell’Italia del dopoguerra; il rafforzamento della governabilità
del sistema, attraverso la riduzione della frammentazione dei partiti
rappresentati in parlamento (un risultato atteso del sistema maggioritario) e
l’aumento nella durata dei governi e delle legislature.
Sul primo obiettivo è difficile produrre evidenze robuste (come si misura la qualità
di un politico?), per quanto esistano analisi che suggeriscono che almeno nei
collegi più competitivi la qualità dei politici sia in effetti migliorata. (2)
Sul secondo, l’alternanza è stata sicuramente raggiunta, dato che nelle tre
elezioni che si sono tenute con il Mattarellum (1994, 1996, 2001), il colore
politico dei governi è sempre cambiato, passando prima dal centrodestra al
centrosinistra, per ritornare poi al centrodestra. Quanto poi questa alternanza
abbia davvero giovato al paese è naturalmente opinabile.
LA GOVERNABILITÀ DEL SISTEMA
Ma è il terzo obiettivo che consente un’analisi quantitativa un po’ più seria. A questo fine, abbiamo cercato di misurare l’impatto della legge Mattarella rispetto al precedente sistema proporzionale stimandone gli effetti su alcuni indicatori, tutti legati alle aspettative ex-ante sulla riforma: a) il numero dei partiti presenti in parlamento b) il numero di seggi ottenuto dal partito di maggioranza relativa c) il numero dei giorni di vita della legislatura d) il numero dei giorni di vita dei governi e) il numero dei partiti che hanno composto le coalizioni di governo. I risultati delle stime sono sintetizzati nella tabella che segue. (3)
Tabella 1 Gli effetti del Mattarellum
|
Variabile |
costante |
Impatto riforma 1993 |
|
Numero di partiti |
9,63*** |
2,03 |
|
Seggi partito di maggioranza relativa |
256,54*** |
-94,21*** |
|
Nr. giorni durata legislatura |
1503,45*** |
-128,78 |
|
Nr. di giorni durata governo |
322,42*** |
216,82 |
|
Nr. partiti coalizione di governo |
2,82*** |
2,04*** |
La tabella riporta i risultati di una serie di regressioni svolte usando i risultati elettorali dell'Italia del dopoguerra. Per catturare l'impatto della riforma elettorale del 1993 si è utilizzata una variabile dummy “Impatto riforma 1993” che prende valore “0” prima della riforma ed “1” in seguito alla riforma. Un valore statisticamente significativo (al 99 per cento) delle variabili stimate è indicato dalla presenza di tre asterischi. Il valore della “costante” rappresenta il valore medio della grandezza considerata prima della riforma del 1993. Per tener conto della limitata ampiezza del campione, l'inferenza è basata sul metodo di ri-campionamento bootstrap e non sulla teoria asintotica. Si veda ancora il lavoro originale per ulteriori dettagli.
La tabella non lascia adito a dubbi. In primo luogo, non si trova nessun
cambiamento significativo per quanto riguarda il numero dei partiti
presenti in parlamento, la durata delle legislature o la durata dei governi.
Per capirsi, ciò significa che se agli albori della riforma un ricercatore
avesse voluto stimare il valore atteso del numero dei partiti o della durata
dei governi con il nuovo sistema maggioritario, il miglior predittore sarebbe
stato il sistema proporzionale, cioè quanto era successo nei 45 anni
precedenti.
In secondo luogo, e in netto contrasto con le aspettative, si osserva invece
una chiara diminuzione nel numero di seggi attribuito al partito di
maggioranza relativa (95 seggi in meno), e un incremento nel numero di
partiti che hanno fatto parte della coalizione di governo (due partiti in
più). In altri termini, se c’è stato un effetto del Mattarellum sul sistema
politico, questo è andato in direzione opposta rispetto alle attese, aumentando
e non riducendo la frammentazione della coalizione di governo.
LEZIONI DA TRARRE
Sul perché il Mattarellum abbia fallito così miseramente
esiste già una letteratura consolidata. Probabilmente, come è stato osservato, la
riforma era mal congegnata fin dall’inizio e il dibattito che l’aveva preceduta
aveva sottovalutato la capacità di partiti e politici italiani di garantirsi
spazi di azione anche nel mutato sistema. Per esempio, e contrariamente alle
aspettative pre-riforma, i partiti minori sono riusciti a sopravvivere e
a prosperare nel nuovo sistema sfruttando la capacità di ricatto offerta dal
maggioritario a turno unico, cioè la loro capacità di far perdere le elezioni
ai partiti più grandi se questi non si fossero alleati con loro.
Ma indipendentemente dalle ragioni, il migliore modo di interpretare i nostri
risultati è quello di un sano scetticismo sulle potenzialità
taumaturgiche di una nuova legge elettorale. La norma che regola le elezioni è
sicuramente importante e quella attuale va certamente riformata; ma aspettarsi
che una nuova legge elettorale, da sola, sia in grado di risolvere i problemi
di lungo periodo che derivano dalla nostra storia istituzionale e politica è
probabilmente un’utopia.
Per una descrizione accurata della genesi della riforma,
delle sue caratteristiche e del dibattito che ne ha accompagnato l’adozione, si
rimanda al lavoro di Bordignon e Monticini e alla bibliografia lì citata
(2) Misurando la qualità sia ex-ante, sotto forma di livelli di istruzione,
sia ex post, in termini per esempio di partecipazione all’attività
parlamentare.
(3) Vista il limitato numero di osservazioni del periodo coperto dal
Mattarellum, abbiamo utilizzato una particolare tecnica econometrica (il
bootstrap) per ottenere stime consistenti. Si veda Bordignon e Monticini per
dettagli.
http://www.lavoce.info 26.07.2011

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