Le ricette della sinistra? Sono scadute da un secolo
La gestione delle economie non è più in mano ai governi nazionali: per questo non ha senso oggi proporre soluzioni che andavano bene nel Novecento. La crisi globale impone risposte nuove
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Non sembra proprio che le sinistre riformiste – il centrosinistra – godano di
buona salute nei Paesi avanzati dell’occidente. Peraltro neanche le sinistre
più radicali stanno molto meglio, né sembrano aver molto da dire. Il processo
dura da alcuni anni e ha trovato il suo culmine nelle crescenti difficoltà
della amministrazione Obama e nella esplosione di movimenti populisti radicali
in tutti i Paesi. Anche le difficoltà del Pd vanno iscritte in questo
contesto. Il dibattito interno ai diversi partiti mostra il tentativo di
aggiustare il tiro rispetto alle politiche tradizionali che hanno prevalso
negli ultimi dieci anni: in questa direzione vanno l’annunciato abbandono di
Summers negli Stati Uniti e la vittoria di Ed Miliband nella contesa per la
leadership del partito laburista inglese, ma le stesse tematiche sono in
discussione in Francia, in Germania e, forse in modo meno esplicito e
consapevole, anche nel Pd italiano. L’orientamento che oggi prevale – a fatica
– indica quello che secondo definizioni tradizionali potrebbe essere definito
un leggero spostamento “a sinistra”.
All’origine di tale evoluzione vi è il fatto che la crisi finanziaria, la
recessione, i problemi posti dalla immigrazione, la disoccupazione, la
delocalizzazione crescente di imprese e produzioni, hanno messo in discussione
i fondamenti delle politiche delle sinistre degli anni ’90 che, piaccia o no,
erano basate sull’ipotesi che la globalizzazione fosse un processo, non solo
inarrestabile, ma potenzialmente vantaggioso per tutti: un gioco a somma
positiva, insomma; e che la costruzione di società multietniche e pacifiche
fosse possibile, anzi a portata di mano. Le sinistre hanno quindi adottato in
quel periodo politiche di risanamento finanziario, di liberalizzazione dei
mercati, di privatizzazioni, nella convinzione che la globalizzazione potesse
essere governata e portare benefici consistenti e generalizzati.
E non è un caso che l’esempio più importante di un processo di integrazione
economica regolata, “virtuosa”, l’Unione Europea e l’euro, fu sostenuto
fortemente dalle classi dirigenti, dai governi (di centrosinistra) e dalle
opinioni pubbliche di tutti i paesi europei.
Purtroppo le cose sono andate in modo del tutto diverso: l’integrazione
politica dell’Europa si è arrestata per l’opposizione di Blair e Aznar, e per
il nazionalismo dei Paesi ex-socialisti, ammessi con troppa rapidità
nell’Unione. La gestione economica di Bush ha accentuato la crescita di enormi
interessi finanziari che hanno condizionato la politica degli Stati Uniti
all’interno e all’estero prima di sfociare nella catastrofe del 2007-2008. Ma l’incapacità
delle sinistre di cogliere per tempo la direzione effettiva dei processi e i
rischi connessi è stata evidente, e in qualche modo persiste tuttora.
La conseguenza all’interno dei singoli Paesi sviluppati è stata che, a fronte
della crescita economica dei cosiddetti “BRICS” (effetto positivo della
globalizzazione), le disuguaglianze interne sono aumentate, le classi medie
sono state drasticamente ridimensionate, i salari e le retribuzioni sono
cresciuti poco o hanno stagnato, i lavori precari si sono diffusi, i sindacati
hanno perso peso e funzione, e i tradizionali spazi democratici si sono
ridotti. Il tutto è l’effetto della illusione, frutto della cultura economica
prevalente, che i mercati potessero fare il lavoro da soli e che non vi fosse
bisogno di una direzione politica di un processo così complesso e
contraddittorio, a cominciare da un nuovo sistema monetario internazionale, e
dalla regolamentazione delle grandi banche.
Siamo così passati da una bolla ad un’altra, da una crisi finanziaria
all’altra, fino al recente crollo, mente l’incertezza e la paura si
diffondevano nei nostri Paesi, creando reazioni irrazionali, localismi
inconcludenti e lo sfarinamento delle forze politiche tradizionali.
È tutto questo che sta dietro la crisi della sinistra. Con un rischio
ulteriore: quello di regredire sulle posizioni tradizionali delle sinistre (ma
anche dei partiti di ispirazione cristiana) del ‘900, posizioni e soluzioni che
andavamo bene allora, ma che non possono essere replicate oggi, proprio perché
la gestione delle economie non è più in mano ai governi nazionali. Siamo
quindi in una empasse politico-culturale evidente, che fa sì che alcuni
ripropongano anche oggi i precetti e i paradigmi del blairismo, della terza
via, del liberismo economico, del superamento del binomio destra/sinistra, come
se queste posizioni non dovessero fare i conti con quanto accaduto negli ultimi
tre anni. Dall’altra parte, viceversa, l’elaborazione è tuttora limitata e
carente: negli anni ’30 del secolo scorso c’erano Keynes e le sue teorie, oggi
frammenti di pensiero e di proposte. Qui sta la difficoltà che si riflette
anche nella faticosa ed incerta ricerca di alleanze sociali e politiche.
Al tempo stesso le autorità economiche e finanziarie del Fondo monetario
internazionale alla Commissione Europea, continuano ad avanzare proposte e
ipotesi iper-ortodosse che potrebbero portare le economie dell’occidente a un
lungo periodo di stagnazione, al riemergere di posizioni protezionistiche, e a
svalutazioni competitive. A tutto ciò in Italia si devono aggiungere i nostri
problemi strutturali specifici che si trascinano senza soluzione ormai da 30
anni, e che hanno prodotto il berlusconismo e la crisi della nostra democrazia.
Si tratta quindi di fare i conti con una situazione molto complessa. Tuttavia
l’attuale afasia della sinistra non può far dormire sonni tranquilli alle
destre che si trovano a dover affrontare una situazione molto seria con
strumenti e ricette datati e di più che dubbia efficacia. È necessario un
forte impegno di studio ed elaborazione, senza nostalgia delle ricette passate,
ma guardando avanti, cercando di dare un contributo al dibattito sugli assetti
economici internazionali per facilitare una sua evoluzione positiva. È giusto
rimettere al centro la questione del lavoro, e dell’occupazione. Al tempo
stesso bisogna anche saper parlare con la gente non solo per capirne i bisogni
reali, ma anche per evitare una ulteriore regressione nella paura e nella
chiusura. Le forze disponibili per questo lavoro ci sono: sta a noi attivarle.
l’Unità 20.10.10

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