Le notizie nel pozzo
Il silenzio dell’informazione sulla violenza contro le donne.
C’è qualcosa di pavido e di ottuso, qualcosa che parla della paura di guardare
nel pozzo da cui si levano grida, nel modo in cui chi fa informazione – cioè
ha il dovere di raccontare quel che accade nel nostro paese e nel mondo ignora
in modo sistematico certe notizie. Proprio le notizie di chi fonda la sua
speranza di salvezza nel fatto che qualcuno si occupi di lui.
Non parlo solo degli eritrei respinti in Libia. A proposito di questa tragedia che
segnaliamo da giorni, posso solo registrare con sorpresa, con amarezza il
silenzio pressoché totale del sistema dell’informazione. E qua la legge
bavaglio non c’entra. C’entrano altre logiche, evidentemente. Ma avremo modo di
tornarci.
Parlo delle donne. Della facilità con cui due, tre, a volte quattro omicidi
quotidiani vengono incolonnati nella fila delle notizia in breve, magari con un
po’ più di spazio se la notizia è sufficientemente “gustosa” – oggi il
carabiniere che uccide con l’arma di ordinanza la ragazza mentre a casa la
convivente incinta lo aspetta, una specie di Match Point all’italiana, a canone
inverso e impagina le altre morti, percosse, minacce a far da cornice nella
pagina “a tema”.
Quale tema? La mano più grande che gira il polso a quella più piccola, le
braccia più forti che soffocano con un cuscino chi non ha la forza fisica per
reagire, la voce più grossa che spaventa, ricatta, perseguita e quasi sempre,
alla fine, lascia dietro di sè il silenzio.
C’è qualcosa di colpevole, una colpa di tutti, nel modo in cui si volta la
testa e non si vuol sentire, quando si parla di questo: eppure è sotto i
nostri occhi, nelle nostre case. Manca lo sguardo degli altri: è questo che
rende impuniti, che dà la sensazione di poterlo fare.
Non è mai un raptus. È sempre un crescendo di violenza nella tolleranza
altrui, nell’altrui indifferenza. La donna che dice: «mio marito minaccia di
uccidermi se vado dall’avvocato per la separazione», e che attiva una richiesta
di protezione, è una donna privilegiata. Paradossalmente lo è perchè sa di
poter andare da un avvocato, sa di poter attivare una richiesta.
Moltissime non sono a questa soglia di coscienza: ne sono molto al di sotto. E
tuttavia neppure la consapevolezza dei propri diritti, la conoscenza delle
leggi, è sufficiente. La richiesta avanzata nel mese di aprile non provoca
l’attivazione di alcun controllo, di alcuna forma di protezione. Arriviamo a
luglio. Ancora niente. Eppure i tempi, anche in un passato recente, erano molto
più celeri. Il fatto è che nelle questure del governo della “tolleranza zero”
ci sono i tagli. Il personale, e le risorse, scarseggiano.
Dunque immaginate: lui minaccia di ucciderla, lei chiede di essere protetta,
lui lo sa, lei per mesi è costretta a vivere inerme con un uomo che in ogni
momento potrebbe prendere la sua personale arma di ordinanza – un coltello, una
corda, una bottiglia ed ucciderla. Sarò la prossima, aveva scritto una donna
sulla t-shirt qualche anno fa, dopo trenta aggressioni coniugali senza che
nessuno fosse mai intervenuto. Siamo ancora a questo. È una mattanza
silenziosa, tollerata.
D’altra parte, anche nei paesi dove la violenza contro le donne è punita con
grandissima severità c’è qualcosa di omertoso, una specie di colpevole
pudore: non si dice. Al Chelsea hotel di New York una decina di targhe celebra
le vite geniali e maledette che si sono consumate qui. Dylan Thomas, Bob Dylan,
Allen Ginsberg, Arthur C. Clarke che ci scrisse “Odissea nello spazio”. Nessuna
ricorda la ragazza uccisa da Sid Vicius nella stanza numero 100. Aveva
vent’anni, era bionda, si chiamava Nancy Spungen.
l’Unità 4.7.10

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