Le mamme cattivissime
Narcisiste o possessive
Esiste l'istinto materno? O si tratta di un mito oscurantista da sfatare? La
psicoanalista Marina Valcarenghi ritiene di sì: «Esiste in noi donne come
esiste negli altri mammiferi e il contrario dovrebbe, credo, essere
dimostrato». In attesa della confutazione, bisogna dunque chiedersi se
l'istinto materno risolve tutti i problemi. Risposta: tutt'altro, a volte li
complica, perché anche nell'istinto materno si nasconde una ambivalenza che genera
conflitti e grovigli magari inespressi o inesprimibili: egoismi, rabbie, paure,
frustrazioni. Specie in una fase di passaggio e di incertezza antropologica
come la nostra. Ed è proprio l'incertezza a gettare qualche ombra sulla
maternità, come spiega bene Valcarenghi nel libro in uscita Mamma non farmi
male (Bruno Mondadori editore). La maternità ha sempre comportato disturbi
psichici tradizionalmente legati a una vita prestabilita dai modelli collettivi
indiscutibili: madri sofferenti perché si sentono «nate solo per essere madri»
e a questa missione pensano di consacrare la loro vita: sono le madri «totali»,
cui basta un niente perché si infranga questa presunta totalità. Le madri
«nere» come le seppie sono deluse, scontente, avvolte da nuvole cupe che
estendono alla famiglia. E ancora: madri vittime e lamentose; madri narcisiste
che rispecchiano nei figli le proprie aspettative di successo; madri che
ritorcono la loro misoginia contro le figlie; madri isteriche e madri
ingombranti, istrioniche, per cui i figli provano spesso vergogna. Un ampio
repertorio di patologie che hanno conseguenze più o meno profonde nella prole.
La maternità al tempo dell'insicurezza ne ha cancellate diverse, ma ne ha
aggiunte altre: se nella stabilità sociale, anche quando è una prigione, è
garantito un equilibrio, la precarietà diffusa e la crisi dell'assetto
patriarcale hanno finito per cambiare il modo di vivere la maternità. Ora, è
ovvio che esistono anche le madri felici o quelle che se proprio non sono
felici per loro fortuna non soffrono di alcuna patologia degna di analisi. E
dunque va da sé che Valcarenghi prende in considerazione quella che chiama
«madre negativa», senza per questo negare che ci siano madri positive (e
saranno sicuramente il 90 per cento!). Detto ciò, la madre depressa non è certo
una novità. Cambiano le cause: non ultimo il senso di colpa per non sapere
riconoscere i propri desideri e amministrare una nuova libertà nelle dinamiche
familiari. A una mamma depressa corrisponde spesso un bambino che vuole
aiutarla assumendosi responsabilità che non gli spettano.
L'ansia materna è in aumento. Quante volte le mamme si attaccano al telefono:
«Dottore, non mangia... Dottore, non dorme... Dottore, continua a piangere...»:
stati d'animo che la psicoanalista junghiana attribuisce a una «mancanza di
fiducia nelle proprie capacità forse dovuta a un sapere dimenticato» ma anche a
un desiderio di protezione in una società instabile. Una volta non era così,
esclamano i pediatri più anziani: mai viste tante mamme ansiose. Facile passare
dall'ansia all'apatia, alla tristezza, alla depressione. Le madri assenti non
sono quelle che non hanno tempo, sono quelle che non hanno interesse per i loro
pargoli e che magari mettono al mondo figli che non conosceranno mai sentendosi
colpevoli della loro latitanza. «Grazie di avermi voluto fra i tuoi pazienti» è
la frase che la
Valcarenghi si è sentita rivolgere da un bimbo abbandonato. E
non si tratta necessariamente di un ex infante recuperato da un cassonetto.
«Sono in aumento le madri che chiudono la porta, lasciando i bambini al marito,
ai nonni, o a loro stessi». Oltre alle cattive madri esistono anche le madri
cattive, nonostante l'istinto archetipico di cui si diceva? Beh, ci sono anche
quelle, indubbiamente, e sono in crescita. Maltrattamenti, abusi, punizioni
fuori misura, persino l'infanticidio. «Non è cambiata la violenza, sono
cambiate le sue ragioni». Mentre un tempo erano il degrado e l'emarginazione a
favorire questi comportamenti, oggi la violenza, per lo più sommersa, riguarda
tutte le classi sociali. Valcarenghi intravede una delle cause in un desiderio
di «possesso totale» che qualche volta si perpetua: è una pretesa di controllo
sul figlio che talvolta si spinge fino a una deriva violenta.
«Il figlio è mio e solo io posso decidere su di lui». La casistica è molto
ampia e comprende la donna che ogni mattina sveglia la piccola Irene con un
pizzicotto («non piange perché ormai si è abituata»). Ma anche la madre
frustrata che fa pagare ai figli la decisione di abbandonare una brillante
carriera prendendoli a calci, mordendoli, minacciandoli. Casi estremi, certo.
Ma «in questi anni le donne sono molto più sole nella maternità e un Io debole,
con poca energia e solidità, può crollare sotto il peso dei figli». La violenza
è nell'aria, nella realtà, per le strade, in televisione: una violenza
«decodificata», non solo fisica ma soprattutto psichica, che invade anche la
famiglia: urlare, far volare un piatto, chiudere un bambino al buio non sfiora
il corpo del bambino ma gli procura terrore. «La madre perfetta non esiste»,
sostiene Elisabeth Badinther, la filosofa femminista francese, nel suo nuovo
libro intitolato Mamme cattivissime? (Corbaccio). Il vero reato è l'apologia
della buona madre, quella che trionfa nella retorica imperante non solo nella
pubblicità ma anche presso le stesse donne. L'autoretorica che le vuole
pacificate, attive, efficienti, sensibili, affettuose. Esaltando quell'istinto
materno a cui Badinther alla fine non crede.
Corriere della Sera 24.9.11

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