Le donne a caccia del lavoro
In controtendenza con il resto dei paesi sviluppati ìla percentuale di donne italiane che non ha, nè cerca lavoro ha ripreso ad aumentare
In controtendenza con il resto dei paesi sviluppati ed anche con quanto era
avvenuto in Italia negli ultimi dieci anni, la percentuale di donne italiane
che non ha, nè cerca, lavoro ha ripreso ad aumentare e riguarda oggi quasi la
metà di tutte le donne in età da lavoro – una percentuale da anni sessanta.
Dimentichiamo pure gli obiettivi di Lisbona, che prevedevano un tasso di
occupazione (non solo di attività) femminile pari ad almeno il 60%.
Ma il fatto che la metà delle donne italiane risulta «inattiva» dovrebbe
costituire un problema politico rilevante ed essere al centro dei dibattiti
sullo stato non solo della nostra economia, ma della nostra società. Dovrebbe
essere tra le priorità da affrontare sia da parte del governo che
dell'opposizione, oltre che dei sindacati. Perché significa che la metà delle
donne in età da lavoro non ha nessuna speranza di ottenere una autonomia
economica ed invece deve dipendere dall'avere un marito e sperare che il
matrimonio duri, senza poterne uscire se si rivelasse insopportabile. Significa
che gran parte delle famiglie italiane, soprattutto, ma non solo, al Sud, ha un
solo percettore di reddito, dalla stabilità ed adeguatezza del quale dipende la
sopravvivenza di tutti. Al punto che quando questo marito si trova senza lavoro
e senza ammortizzatori sociali e non sa dove sbattere la testa, quindi non
riesce più fare fronte alle proprie responsabilità economiche, può anche
decidere che non valga più la pena vivere. È successo all'operaio disoccupato
di Castellammare, che non ha più retto la «vergogna» di non riuscire a
mantenere moglie e figlie.
Certo, queste «inattive» in realtà sono spesso attivissime e tutt'altro che
mantenute gratis. Come e più delle donne occupate, sono loro a fare miracoli
con bilanci famigliari scarsi, producendo con il loro lavoro domestico e di
cura enorme e indispensabile valore aggiunto. Ma questo non produce
automaticamente sicurezza per loro e le loro famiglie. Anzi, ne escono
indebolite nei loro diritti sociali individuali (ad una pensione decente, per
esempio).
Temo tuttavia che, più che con preoccupazione, il dato sull'aumento
dell'«inattività» femminile anche nell'ultimo trimestre venga letto con
sollievo da chi ci governa. Perché contribuisce a ridurre il tasso di
disoccupazione. Le donne che non cercano (più) lavoro escono ufficialmente
dalle forze di lavoro e quindi non contano ai fini della valutazione della
disoccupazione. Non sarà del tutto un caso che il dato sulla diminuzione della
disoccupazione nell'ultimo trimestre coincida esattamente con quello
sull'aumento delle inattive: rispettivamente meno e più 0,2%.
Oltre a fare questo regalo statistico-comunicativo a chi ci governa (per altro
nel silenzio dell'opposizione), le inattive forniscono anche una legittimazione
ad ogni riduzione di servizi sociali già scarsi. Che bisogno c'è di mantenere i
servizi e ancora più di farne di nuovi, per bambini e persone non
autosufficienti, o di avere scuole a tempo pieno e servizi mensa, se si può
contare su questa schiera di nonne e mamme «inattive» e quindi indefinitamente
a disposizione? E così l'inattività femminile genera perdita di lavoro e
disoccupazione (per lo più femminile), parte della quale potrebbe diventare
inattività e così via. Da tempo è stato mostrato che l'occupazione femminile
non solo allarga la base imponibile, producendo quindi maggiori entrate
fiscali, ma anche genera domanda di lavoro, soprattutto nel campo di servizi di
vario genere. È ora che ci si accorga che vale anche l'effetto contrario: la
disoccupazione femminile genera inattività che a sua volta produce
disoccupazione.
Anche senza affrontare la questione della valorizzazione delle capacità delle
donne non solo entro lo spazio familiare ma anche nella economia e nella
società e neppure quella, pur cruciale in una democrazia, della uguaglianza
delle opportunità, che futuro ha questa società fondata sul lavoro non
riconosciuto delle donne e sulla esclusione di metà di loro dall'accesso al
lavoro remunerato e quindi alla indipendenza economica? Tra un lodo, una casa a
Montecarlo, una barzelletta, una battutaccia da trivio e l'altra, c'è qualcuno
al governo e all'opposizione cui interessa porsi questa domanda?
La Repubblica,
3 ottobre 2010

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