Le critiche radicali di Ivan Illich
Tornare al senso e alla pratica dei limiti, in difesa dei valori primi dell’esistenza.
Ci sono stati e ci sono in Russia tanti Ivan Illich (Illich
non è un cognome, è un patronimico: figlio di Ilja), il più famoso dei quali è
un personaggio letterario, uno dei più belli creati da Tolstoj nel racconto
lungo «La morte di Ivan Illich», storia di un tronfio borghese che, colpito da
una malattia mortale, è costretto a ragionare sé malgrado sul senso della sua
insulsa vita egoista in uno stato di crescente solitudine, alleviata solo
dall’attenzione di un servo analfabeta ma semplicemente cristiano. Ivan Illich
è lo pseudonimo che si scelse tanti anni fa un giovane prete austriaco in crisi
con il suo mondo, che si radicò per lunghi anni negli slum di New York e fondò
a Cuernavaca in Messico un centro di studi e riflessioni al cui interno scrisse
alcune magistrali opere di critica radicale delle “idee correnti” nel mondo
contemporaneo.
In «Descolarizzare la società», in «Nemesi medica», in «La convivialità» (il
suo capolavoro) e in tanti altri scritti, letti molto superficialmente dai
movimenti degli anni Sessanta, affrontò i nodi centrali di una civiltà che
aveva perso di senso, per puntar tutto sullo sviluppo, e i cui strombazzati
risultati creavano nuova alienazione e nuova oppressione. (Su Ivan Illich c’è
stato la settimana scorsa un affollato convegno a Mestre, di cui usciranno
presto gli atti per le Edizioni dell’Asino, che hanno appena dato alle stampe
una sua utile biografia, scritta da Martina Kaller Dietrich con la prefazione
del miglior studioso di Illich fino a oggi, Wolfgang Sachs. Un suo amico,
grande pensatore a sua volta, in particolare della tecnica, fu il francese
Jacques Ellul, che in Italia si comincia appena ora a conoscere.)
Ivan Illich, morto nel 2002,
ha messo in discussione la funzione liberatrice della
scienza e della tecnologia, il benessere derivato dallo sviluppo, la funzione
educatrice della scuola, il ruolo salvifico della medicina, la manipolazione
della comunicazione, la sicurezza portata dalle istituzioni... Oggi i suoi
testi sono sempre più illuminanti, di fronte alle prove del progresso e
all’evoluzione della società globale. Difficilmente rintracciabili – Agamben ne
sta però approntando l’opera omnia, già in corso di pubblicazione in Francia –
appaiono sempre di più come le considerazioni più acute e più serie sulle
storture e le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Sono una fonte di
riflessione indispensabile per capire il mondo, ma – non so dire se purtroppo o
per fortuna – non indicano nessuna strategia politica utile a combattere i suoi
controsensi. Oltre la proposta di limitare drasticamente lo sviluppo, si trova
in lui il riconoscimento del valore dei piccoli gruppi, che per lui è stato una
pratica di vita. Ivan Illich ha rifiutato di dirci “che fare” e si è ben
guardato dal trasformarsi in guru in un’epoca in cui era molto facile
diventarlo (con il rischio della trasformazione in setta dei suoi seguaci).
Come ha scritto Giulio Marcon quando Illich morì, la nostra azione può produrre
il contrario di quel che vogliamo raggiungere: “stante l’attuale paradigma del
progresso o dello sviluppo, la ‘controproduttività’ è una sorta di dannazione
per l’umanità, che ne è prigioniera come lo era Prometeo delle sue catene”.
Progresso e sviluppo alienano i nostri rapporti interpersonali, distruggono
l’ambiente, rendono schiavi dei trasporti, del media, della scolarità, dei
medici, degli architetti e urbanisti, delle istituzioni. Quando i fini vincono
sui mezzi, distruggono l’ambiente e i nostri rapporti, infettano la nostra
stessa psiche, occorre, in tutti questi campi “deistituzionalizzare”, dice
Illich, e reinventare “la convivialità”.
Tornare al senso e alla pratica dei limiti, in difesa dei valori primi
dell’esistenza. Illich non ci dà indicazioni di strategia e tattica anche se ci
svela l’assurdo del sistema che la modernità ha edificato e in cui si à chiusa.
Come tirarsene fuori?
Sta alle poche manciate di uomini e donne di buona volontà, incerti e dubbiosi
quando onesti con se stessi, andare avanti, interrogarsi, cercare, trovandosi
sempre in difficoltà in rapporto a Illich perché la loro aspirazione
all’intervento moralmente e politicamente efficace li mette (ci mette) in
contraddizione con le sue analisi così radicali, perché ci rendiamo conto che
ciò per cui lottiamo può produrre risultati opposti alle nostre convinzioni. Ma
la scommessa è proprio questa: come riuscire a non seguire la china, a
liberarsi dalle menzogne della cultura di quest’epoca, come non contribuire
all’affermazione del contrario di ciò in cui crediamo?
http://www.unita.it 28 maggio 2011

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