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Le cose non succedono per caso...

Storie di vita vissuta. 1988

 

 

Circa vent’anni fa, in una domenica di primavera abbiamo fatto una gita familiare a Sorrento. La giornata era bella, l’aria tersa così ci siamo fermati ad un punto panoramico. Poco distante da noi, un signore anziano, vestito in una larga e piuttosto consunta tuta stava ammirando il paesaggio. L’avevo riconosciuto subito: era Ferenc Karinthy, uno degli scrittori più amati d’Ungheria. Nell’atmosfera letteraria piuttosto grigiastra degli anni ’60-70 Karinthy rappresentava “l’altro”: il borghese, l’uomo colto d’altri tempi. I suoi libri, le interviste, costituivano l’EVENTO non solo letterario, ma anche sociale. Karinthy con deliziosa ironia osava inoltrarsi anche sul terreno minato della politica.
Lo intervistarono una volta dopo le elezioni. Si presentò avanti alle telecamere con il viso stanco, tirato e dichiarò: “Stanotte non ho proprio chiuso gli occhi, aspettavo il risultato definitivo delle elezioni.”  In un paese dove alle elezioni presentavano un solo candidato per ciascun distretto, una frase del genere avrebbe potuto provocare conseguenze spiacevoli per chiunque, ma non per lui. In un certo modo era intoccabile, difeso dall’amore dei suoi lettori.
Incontrare un mito è sempre emozionante. Mi avvicinai a lui e gli chiesi balbettando:
- Lei è lei?
- Certo, chi altro? Io sono io. Immagino che lei sia lei.
Avevamo tempo solo per qualche frase di circostanza: io gli presentai mio marito e lui raccontò d’aver avuto un incarico di insegnamento per un anno al seminario di filologia alla Sapienza – parlava 12 lingue - e nei weekend girava l’Italia. Gli lasciai il mio numero di telefono e lo invitai di passare alcuni giorni con noi.
Infatti venne a trovarci dopo un paio di mesi. Sono stati 4 giorni bellissimi. Di giorno girava per la città da solo – non potevo accompagnarlo, la mia piccola aveva appena 4 mesi – ma la sera e di notte non smettevamo di parlare. Parlammo di tutto: della letteratura, della vita, della storia, della famiglia. Può sembrare strano, ma mi confidò anche alcuni suoi segreti: amori clandestini, la scelta omosessuale di suo figlio che – da vecchio macho – capì solo razionalmente e mi parlò anche di sua madre, deportata con l’ultimo treno ad Auschwitz da dove non era tornata mai più.
Anche io raccontai di me, gli feci leggere i miei racconti, che giudicò sorprendentemente buoni - allora scrivevo in ungherese -  dei miei sogni, delle mie difficoltà di adattamento ad una realtà così diversa e della mia eterna ricerca di un padre mai conosciuto.
Dopo quest’incontro scambiammo qualche lettera, mi spedì i suoi libri – i pochi non ancora letti – con dediche tenerissime “alla figlia da sempre desiderata ”. Durante le estati successive ci incontrammo ancora a Budapest, però l’ultima volta nel 1990 stava già male. Morì l’anno dopo, deluso dal nuovo corso che aveva aspettato con tante speranze. Credo che il suo funerale fu l’ultima occasione dove si riunì l’intera “intellighenzia” ungherese, già lacerata ma non ancora irrimediabilmente frantumata da una politica sempre più litigiosa.
L’anno successivo pubblicarono i suoi diari e con commozione lessi le sue tenerissime pagine dedicate a me e al nostro incontro.
Circa 10 anni dopo, nel 2001, il mio matrimonio entrò in crisi. E’ stato un anno molto difficile. Nessuno di noi due volle riconoscere dopo un quarto di secolo il definitivo fallimento della nostra relazione ed affrontare l’unica cosa sensata: la separazione. Mi sentii scivolare in una profonda depressione. Adesso me ne vergogno, ma nemmeno le mie figlie riuscivano a tirarmi fuori da un limbo sterile e autolesionista.
Proprio nei giorni in cui arrivai a fondo della disperazione mi chiamò una sconosciuta signora, proprietaria di una casa editrice di Roma e mi propose di tradurre un libro di Karinthy, Epepe che stava avendo un discreto successo in Francia.
In tutta la mia vita avevo flirtato con la scrittura ma mai ebbi il coraggio di propormi, né come scrittrice, tanto meno come traduttrice. Del resto è poco consueto tradurre dalla propria madrelingua in una lingua straniera. Avrei potuto semmai immaginare di fare il contrario. Così scrivevo solo per un mio intimo piacere, sperando che forse un giorno le mie figlie avrebbero letto i numerosi racconti accumulati nei cassetti.
Dovevo stare davvero molto male e non del tutto cosciente quando accettai la proposta.
Il lavoro mi fece bene, mi ricaricò e mi indicò anche la strada da affrontare e da percorrere. Il libro uscì nel 2002, l’anno in cui firmammo la separazione.
Non sono credente. Però mi piace immaginare che sia stato Karinthy, questo padre putativo di pochi giorni a voler indicarmi la strada della "resurrezione".

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