Le correnti
In un partito, che non è un´azienda o una caserma, sono segno di vitalità. Ma possono degenerare trasformarsi in bande spudoratamente intente alla lottizzazione e diffondere l’antipolitica qualunquista
È, quella delle correnti, una metafora. Sta ad indicare che come nel grande
spazio liscio del mare, così anche in un partito vi sono fiumi, privi di rive
ma non di identità (quella napoletana di Gava era la "corrente del
Golfo"). Indica insomma, quella figura retorica, il rapporto fra unità e
differenza, fra il Tutto e la
Parte, fra unità e divisione. Un rapporto che – insieme a
quelle di comando/obbedienza, di amico/nemico, di interno/esterno – è una
dimensione costitutiva della politica. E che riguarda anche lo Stato; il quale
infatti, rispetto ai partiti, sta in una relazione analoga a quella che c´è fra
un partito e le sue correnti: è un Intero, ovvero è il prevalere delle logiche
dell´unità, poiché le divisioni non rescindono le radici del Tutto (tranne che
non nascano guerre civili, o secessioni: in questi casi l´Uno muore, o meglio
si moltiplica in diverse unità separate). Eppure, l´Uno non è tanto compatto da
non essere attraversato da differenze organizzate, che pretendono di essere
riconosciute come interne all´unità, ma distinte.
Gli Stati e i partiti totalitari, che fanno dell´unità un dogma, non tollerano
"differenze"; quanto più alto è l´obiettivo della politica –
riscrivere i destini del mondo, ovvero rifare l´uomo, attraverso la lotta di
classe o il conflitto razziale – tanto più le correnti interne sono viste come
tradimenti, come oggettivi indebolimenti dell´azione contro il nemico esterno.
E vengono bollate come "cricche", frazionismi, scissionismi, gruppi
antipartito, congiure; e spazzate via con sanguinose epurazioni – a volte
vengono addirittura inventate, per regolare i conti con i concorrenti politici
–.
La storia del Novecento è costellata di queste dinamiche:
feroci nei totalitarismi, vivaci nelle democrazie in cui la politica si
incivilisce ma – a destra, al centro, a sinistra – conserva la tensione fra
Parte e Tutto.
Ma perché è inevitabile che si formino "parti"? Perché, anzi, il
formarsi delle correnti è segno che un partito è davvero politico e non
un´azienda o una caserma, in cui non vi sono "correnti" ma
"cordate" di carrieristi? Perché altrimenti il mare sarebbe una morta
palude; ovvero, perché la politica ha a che fare con la pluralità del mondo; e
quindi come lo Stato deve articolarsi in partiti per essere democratico, così
all´interno di uno stesso partito, se questo non è una proprietà privata, non
possono non manifestarsi differenze di opinione e di accenti; non possono non
operare interessi materiali distinti; non possono non esistere personalità –
diverse per stili, carattere, ambizioni – che a loro volta si circondano di
persone che trovano utile essere "targate" come appartenenti a una
corrente, e in quanto tali partecipare alla spartizione e alla distribuzione
delle spoglie.
Inevitabili, e anzi segno di vitalità politica, le correnti possono degenerare,
trasformarsi in bande, spudoratamente intente alla lottizzazione,
all´affarismo, al saccheggio, alla pugnalata alla schiena, e compromettere
quindi l´unità, l´efficienza, la riconoscibilità di un partito, o di uno Stato.
Lo abbiamo visto, lo vediamo, e ne patiamo le conseguenze, anche col
progressivo diffondersi di un´antipolitica qualunquistica. Ma non c´è formula
che possa determinare una volta per tutte il giusto rapporto fra disciplina e
pluralismo, fra Tutto e Parte, fra Unità e Differenze. La politica è un´arte
più che una scienza, ed esige più sensibilità e prudenza che calcolo proprio
perché ha a che fare con quella complessità della vita di cui anche le
differenze – le correnti – fanno parte, nel bene e nel male.
Repubblica 8.7.10

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