Lavoro, diritti e democrazia
Lavoro, eguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono intimamente connessi.
Gli antichi consideravano la democrazia il governo dei
poveri. Esiste democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il
potere supremo dello stato è nelle mani della moltitudine che è fatta di poveri,
sempre più numerosi dei ricchi, i quali vogliono governi oligarchici. Ma per
noi moderni la democrazia è governo di tutti perché governo di una società di
individui che si prendono cura direttamente di se stessi, non vivendo né sulle
spalle di famiglie aristocratiche né su quelle degli schiavi. I moderni hanno
adattato la democrazia alla società di mercato, la quale ha bisogno di una
moltitudine non di poveri ma di consumatori, di gente cioè né troppo ricca né
troppo povera; essi hanno promosso una trasformazione fondamentale dalla quale
si deve far cominciare la storia della cittadinanza democratica: la fine del
lavoro servo e schiavo. Per questa ragione, tutte le democrazie moderne sono
fondate sul lavoro, anche quelle che non lo scrivono nella loro costituzione.
Lavoro, eguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono
intimamente connessi. E alla loro base vi è l´idea che l´individuo sia il bene
primario, una persona intraprendente e attiva che vede nel lavoro non soltanto
un mezzo per soddisfare bisogni materiali primari, ma anche per esprimere i
propri talenti e le proprie capacità. Dignità della persona e lavoro dignitoso
hanno dato vita a un connubio etico sul quale le democrazie moderne si sono
consolidate.
Non è che questa associazione tra lavoro ed eguaglianza politica abbia
eliminato le ingiustizie o liberato il lavoro dal peso della necessità. Essa ha
tuttavia contribuito a considerare la fatica del vivere come una condizione che
può essere umanizzata, benché mai vinta. Avere diritti politici ha contribuito
a fare del lavoro una condizione sociale soggetta a regole e a responsabilità
mutue e condivise. Il secondo Novecento è stato il secolo che ha dimostrato
concretamente gli effetti umanizzanti della democrazia nel mondo del lavoro. Gli
scienziati politici che si occupano dei processi di democratizzazione sono
generosi di dati che dimostrano il miglioramento socio-economico e culturale
che la trasformazione democratica porta con sé: migliori condizioni lavorative,
diritto all´assistenza e contributi previdenziali, servizi sociali alle
famiglie e scuole pubbliche decenti. Verrebbe da concludere che, se questo è
vero per le società di recente democratizzazione (come per esempio molti stati
dell´America Latina), ancora di più lo sarà per quelle con una democrazia
consolidata.
Ma il paradigma democrazia-benessere non pare davvero così granitico, e quel
che può valere per le società di recente democratizzazione sembra non reggere
bene nelle nostre società. Dove due fenomeni si sono manifestati negli ultimi
anni: la diminuzione del lavoro associato ai diritti e la crescita della
povertà. Per esempio, come le cifre ci dicono quasi ogni giorno e il nostro
Presidente della Repubblica ci ricorda regolarmente, gli incidenti sul lavoro
sono ormai fatti ordinari. È ragionevole dire che un lavoro dissociato dalle
garanzie di sicurezza è lo specchio di una società nella quale il lavoro non è
più pensato in termini di diritti, ma è tornato ad essere sacrificio e pura
fatica semplicemente. E inoltre, un lavoro dissociato da alcune basilari
certezze, un lavoro messo nella cornice del rischio anziché in quella
dell´opportunità e della possibilità è un lavoro che cambia di identità e da
condizione associata a diritti e dignità passa ad essere luogo di diseguaglianze
sociali crescenti e di paura della povertà. In tutti i casi, ad essere messa a
repentaglio è proprio la relazione tra lavoro e indipendenza, la condizione
appunto della cittadinanza democratica. Questo è il segno della crisi sociale e
culturale delle democrazie consolidate.
È sulla povertà che occorre riflettere (non per legalizzarla con la social
card, come ha fatto il governo italiano in uno dei suoi primi provvedimenti), e
in modo particolare sulla relazione tra un lavoro sempre più povero di diritti
e il rischio sempre meno aleatorio di povertà. Il presente insicuro del
lavoratore a contratto a tempo determinato è una porta aperta alla sua povertà
futura. Un lavoro senza diritti è come un passaporto all´indigenza. Ma non è
che il presente sia meno a rischio. Non soltanto perché c´è un´oggettiva
diminuzione di opportunità di impiego, ma anche perché si è consolidata nel
frattempo la pratica di accettare lavori senza diritti; questo rende i
lavoratori naturalmente più vulnerabili e deboli ma anche più disposti a
barattare la loro libertà e sicurezza in cambio di pochi soldi in più. E la
propensione a dissociare lavoro e diritti induce ad associare il lavoro con una
fatica qualunque, in cambio di denaro. E questo è a un tempo segno e
premonizione della paura più grande, che è la povertà.
La povertà genera vergogna, fa vergognare. Non è solo segno di nuda necessità.
In una società dove il consumo e la pubblicità sono il paradigma quotidiano di
rappresentazione di sé e delle relazioni con gli altri, non riuscire a
possedere determinati oggetti rende esposti al riconoscimento da parte degli
altri come esseri falliti, persone da emarginare. La povertà è uno stigma,
peggiore di qualsiasi lavoro misero e mal pagato, peggiore di un lavoro senza
diritti. E´ comprensibile che sia così poiché in una società che si regge sulla
condizione dell´eguaglianza, non avere un´eguale considerazione (non importa in
relazione a che cosa) genera i più intollerabili sentimenti: l´umiliazione e il
risentimento. Sentimenti intollerabili perché mentre non cambiano in meglio la
condizione di chi li subisce, impediscono la crescita di altri sentimenti senza
i quali una società democratica rischia l´interna disgregazione: l´empatia e la
solidarietà. È per questa ragione che l´associazione del lavoro al diritto non
solo non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno,
ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica.
http://www.repubblica.it 03/05/2010

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