L'angoscia dell'imprevedibile
Racconta Platone che Zeus, presa pietà per gli uomini, incaricò Prometeo (colui che vede in anticipo) di donare ai mortali la sua virtù
Ovunque
si parla di precarietà. Il lavoro è precario, quindi il futuro è precario. E
senza certezze la vita appare impossibile da vivere. Eppure, nonostante la mia
giovane età, la mia precarietà e la piena appartenenza a questa
"generazione senza futuro", non riesco a non fare altri pensieri.
Poiché a mio parere la realtà non è un oggetto, ma è il modo in cui la
percepiamo e giudichiamo, mi chiedo se tutto questo parlare non sia una lettura
parziale della questione, basata sul ricordo di un'era aurea che certamente è
esistita, ma mai si era vista prima e forse mai più si vedrà.
Credo che in nessun'altra epoca come nel dopoguerra in
Occidente si sia posseduta tanta ricchezza, tanta stabilità, tanta certezza del
futuro. Mai era esistita una vita così blindata e sicura come quella dei nostri
padri, unici detentori di un lavoro fisso e della certezza che la loro
vecchiaia sarebbe stata certamente più prospera della loro giovinezza. Il
futuro, prima di loro, non era certo, se non per pochi eletti. I nostri nonni
hanno visto una guerra, e patito la fame vera. Non andavano in vacanza, non
avevano la seconda casa, e un cappotto se lo potevano permettere forse ogni
dieci anni. E ancora prima i loro genitori, e i loro nonni, tutte generazioni
vissute in momenti politicamente di certo più instabili di oggi, e in cui
mancavano molte delle garanzie sociali che pur con tutti i loro limiti e
imperfezioni tuttavia esistono (diritto alla sanità, all'istruzione, ecc.).
Non sarà allora che ci si sta concentrando sulla mancanza di
un qualcosa che oggi viene visto come imprescindibile, ma che invece è stato
un'eccezione nella storia dell'uomo e non la regola? Forse il panorama attuale
è l'esito di una società che non può più vivere senza consumare tanto, e che
probabilmente ha uno stile di vita pieno di pretese che erode più ricchezza di
quanta non ne produca.
La questione è immensa e piena di sottoinsiemi che potremmo
discutere per giorni. Tuttavia mi preme l'urgenza di un interrogativo forse
troppo astratto per poter essere interessante. Mi domando se questo chiedere
oggi a gran voce certezze per il futuro non sia uno snaturare l'essenza della
vita umana. Non sia che l'ennesimo tentativo di sconfiggere l'ignoto, e la
morte che ne è l'essenza. La saluto con molta stima
Una trentenne
La sua diagnosi circa le generazioni vissute nel secondo
dopoguerra, che sono state le uniche due a godere a pieno titolo dello stato
sociale, dell'istruzione e della sanità sostanzialmente gratuite, con un futuro
garantito (quando erano giovani nel trovare un'occupazione e quando sono
diventati vecchi nella sicurezza di una pensione) mi trova perfettamente
d'accordo. Mai nella storia dell'umanità s'è vista tanta sicurezza per la
conduzione della propria vita. Oggi voi giovani queste sicurezze non le avete e
non le avrete più, per cui è giusto che i vostri genitori, vissuti nell'epoca
eccezionale, vi sostengano con generosità.
Ma veniamo alla sua domanda che chiede che cosa si nasconde
dietro la richiesta a gran voce di certezze per il futuro. Si nasconde uno dei
motivi più antichi e primordiali dell'umanità che è l'angoscia
dell'imprevedibile, per difendersi dalla quale, gli uomini hanno inventato,
tappa dopo tappa, quella che noi oggi chiamiamo "civiltà", che dunque
non è altro che un rimedio all'angoscia.
Perché gli uomini si sono adunati in comunità regolate da
precetti e divieti, se non per sentirsi, almeno all'interno della comunità,
protetti dall'imprevedibile? Perché hanno inventato le religioni se non per un
bisogno di protezione e fiducia in una Provvidenza? E infine perché si sono
applicati all'astronomia, e poi alla filosofia, per approdare da ultimo alla
scienza, a proposito della quale Nietzsche scrive: "Quello di cercar la
regola è il primo istinto di chi conosce, mentre naturalmente per il fatto che
sia trovata la regola, niente ancora è conosciuto. Eppure vogliamo la regola,
perché essa toglie al mondo il suo aspetto pauroso. La paura dell'incalcolabile
come istinto segreto della scienza".
L'angoscia per tutto ciò che sfugge alla previsione, alla
regola, al calcolo, se non si fossero trovati rimedi, avrebbe determinato la
rapida estinzione dell'esperimento umano. Perché, come lei giustamente dice, è
la morte, massimamente certa e massimamente imprevedibile, il vero sigillo
della nostra precarietà.

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