L'America che odia Wall Street
E’ possibile che una forte presa di posizione da parte dello Stato contro la speculazione finanziaria e i grandi interessi economici non trasparenti abbia un ampio riscontro anche fra i repubblicani.
Sembrava quasi dimenticata. Lo tsunami di licenziamenti e
difficoltà seguito alla crisi del 2007 sembrava aver dato a Wall Street il
beneficio di almeno un attimo di riposo dalla rabbia della pubblica opinione.
Guerre, disoccupazione, riforma dell’assistenza medica sembravano aver spinto
il Quartier Generale del Denaro in fondo alla lista degli interessi dei
cittadini.
Ma sotto sotto la rabbia contro la grande finanza ha continuato a scavare nella
percezione degli americani, costituendo una fertile base per un clima
antisistema, in un Paese che è da sempre incline al rifiuto di grandi
ingerenze. Grazie a una serie di rivelazioni, libri, iniziative, e passaggi
politici - fra i quali innanzitutto la presentazione al Senato della nuova
legge sulle regole - Wall Street sta ritornando alla grande sotto attacco.
Di come la grande crisi abbia scavato un fossato nella psiche americana si è
occupato la scorsa settimana il Los Angeles Times. Nulla di psicologico: in
realtà l’articolo era dedicato ai mutui. Ma, essendo la bolla edilizia la
miccia che ha acceso la crisi, c’è molto da capire dai comportamenti di coloro
che hanno un prestito sul collo in Usa.
La storia è questa - ed è una storia tutta nuova -: circa 11 milioni di mutui,
cioè un quarto del totale, è «under water», sott’acqua; vale a dire che sono
stati utilizzati per comprare case il cui valore è oggi sotto il prezzo che
avevano al momento dell’acquisto. Con buona probabilità di non tornare più a
quel livello. Dalla crisi del 2007 il prezzo medio delle case in America è in
parte risalito, ma è rimasto ampiamente al di sotto del picco che aveva toccato
prima.
Nulla di nuovo, dunque nella sofferenza del settore. Molto di nuovo invece da
segnalare sul comportamento di coloro che hanno contratto questi mutui. Invece
di continuare a nuotare «under water», molti cittadini che pure sono in grado
di pagare, preferiscono oggi semplicemente lasciare la casa e liberarsi del
pagamento. Preferendo nuovi acquisti o nuovi affitti, che la crisi ha reso
disponibili a minor costo. In gergo, queste decisioni sono state battezzate
«strategic defaults», per distinguerli dai fallimenti obbligati. E le perdite?
Le perdite tornano alle banche, e in parte alla comunità dal momento che lo
Stato con i soldi delle tasse ha salvato le banche.
Il fenomeno ha già raggiunto una consistenza tale da essere rilevato dal
sistema. Per inciso, è un professore italiano, Luigi Zingales, della Booth
School of Business dell’Università di Chicago, a seguirne lo sviluppo, che a
dicembre costituiva il 35 per cento del totale dei fallimenti, rispetto al 23
per cento del marzo 2009. Il timore è che questo atteggiamento cresca al punto
da avere un impatto sulla ripresina del settore.
Ma al di là degli effetti economici, è l’indicatore morale che lampeggia rosso
in questa tendenza. Questo comportamento è del tutto nuovo in un Paese dove la
capacità di mantenere il proprio livello di vita e i propri impegni economici
ha sempre costituito parte essenziale dell’onorabilità pubblica e privata della
persona. «È il segno di una crescente rabbia, una crescente consapevolezza che
esiste un doppio standard in base al quale le banche sono state salvate e i
cittadini invece devono rispettare i loro impegni», secondo Brent T. White,
professore di Giurisprudenza alla University of Arizona che ha scritto un
saggio sul fenomeno.
Dal default economico, al default etico? È questa una possibile conseguenza di
questi anni di crisi? Sono un po’ le domande che si pongono oggi sul tavolo
della politica. D’altra parte, non farsi prendere dal menefreghismo, se non
addirittura dal cinismo, è un po’ difficile di fronte al permanente malcostume
degli ambienti finanziari. Alle notizie sui dividendi che continuano ad essere
distribuiti a dispetto della crisi, si è aggiunta la settimana scorsa la
conclusione dell’indagine sulla «madre» di tutti i fallimenti, quello di Lehman
Brothers Holding Inc., il cui collasso il 15 settembre costituì l’inizio della
fine per molti.
L’inchiesta, ordinata dalla Corte Federale di Manhattan, sulla bancarotta di
Lehman Brothers Holding Inc., e istruita da Anton Valukas, spiega in 2200
pagine una verità che si traduce in una riga: i top manager di Lehman sapevano
della bancarotta e, invece di avvertire, si impegnarono in una manovra illegale
per muovere 50 milioni di dollari, al fine di continuare a truccare i bilanci,
dimostrando una liquidità che non avevano. Secondo Anton Valukas, i capi della
Lehman «sapevano già il 2 settembre», cioè due settimane prima della crisi,
della loro insolvenza. In almeno un caso la consapevolezza arriva ben prima:
«In una occasione - scrive Valukas - nel maggio del 2008, un vicepresidente
della Lehman avvertì i dirigenti di potenziali irregolarità, ma il rapporto fu
ignorato dalla società di revisori Ernst & Young». Interessante è anche
capire la manovra illegale messa in atto: la Lehman vendette 50 milioni di pacchetti azionari
in cambio di denaro liquido, con impegno a ricomprare più tardi gli asset. Un
regolare e legale accordo, che però venne registrato come vendita, in modo da
poter contabilizzare la liquidità. Partners in questa manovra furono due grandi
banche, JP Morgan Chase & Co. e Citigroup Inc. Sapevano, dunque, tutto a
Wall Street. E hanno continuato fino all’ultimo a fiancheggiarsi a vicenda.
All’oltraggio generale causato da questo rapporto - ampiamente riportato nei
media - si sono aggiunti altri fuochisti. È uscito ad esempio l’ultimo libro di
Michael Lewis, «The Big Short: Inside the Doomsday Machine» (Ed. Norton), in
cui l’autore, scrittore già molto popolare di temi economici, esplora proprio
il tema del «saper tutto prima». Peraltro facendo una serie di casi specifici
di investitori e manager che avevano capito la caduta e che, proprio mentre il
mercato si liquefaceva, hanno fatto fortuna per sé e per i propri clienti.
L’accumulazione di questo malumore contro il Big Business è destinata,
ovviamente, a riversarsi tutta su Washington.
La legge per approvare un sistema di nuove regole per il mercato è stata
approvata dalla commissione Finanza e passata al Senato proprio il giorno dopo
l’approvazione della riforma sanitaria. Ma il modo come la proposta, firmata
dal senatore democratico Chris Dodd, è passata in commissione è indicativo
dell’umore con cui è stata accolta: le 1300 pagine di testo sono state votate
in 21 minuti perché i repubblicani hanno deciso di non presentare nessuno dei
200 emendamenti che pure avevano preparato. Tanto per mettere bene in chiaro il
loro assoluto rifiuto anche solo a discuterne. Del resto la leadership
repubblicana si è già dichiarata per bocca del loro leader alla Camera, John
Boehner, che, parlando all’American Bankers Association, ha promesso ai
banchieri una netta opposizione alla legge sulle regole.
Si profila dunque per Obama uno scontro epocale con Wall Street? Sì e no. La
risposta non è del tutto chiara. Visto l’umore che c’è in America e che abbiamo
tentato di descrivere, è possibile che una forte presa di posizione da parte
dello Stato contro la speculazione finanziaria e i grandi interessi economici
non trasparenti abbia un ampio riscontro anche fra i repubblicani. Non è un
caso che un idolo di questo tipo di opposizione, Glenn Beck, il Santoro
americano, si sia sempre dichiarato nemico proprio di Wall Street.
http://www.lastampa.it 24/3/2010

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